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Pubblichiamo il commento dello storico e deputato Pd, Andrea Romano, uscito oggi sul quotidiano l’Unità diretto da Erasmo D’Angelis

Paolo Mieli ha perfettamente ragione nel ricordare i disastri che nella nostra storia nazionale si sono associati a quella che ha definito, ieri sul Corriere della Sera, “la retorica dell’orgoglio italico”. Mieli avrebbe potuto chiamare in proprio soccorso persino Vladimir Ilich Lenin, nonostante la distanza ideologica che lo separa dal leader bolscevico, e l’etichetta di “imperialismo straccione” affibbiata all’Italia impegnata nel 1911 nella Guerra di Libia: un’Italia, nelle parole di Lenin, “che opprime altri popoli, che depreda la Turchia, l’Italia di una borghesia brutale, sudicia, reazionaria in modo rivoltante, che all’idea di essere ammessa alla spartizione del bottino si sente venire l’acquolina in bocca”.

Eppure tra i fallimenti storici rievocati da Paolo Mieli e il nostro tempo, per fortuna distante da quello delle avventure coloniali a cavallo tra secondo Ottocento e primo Novecento, è accaduto qualcosa di cui non si può non tener conto. Quel qualcosa è la creazione dell’Europa comunitaria come campo da gioco nel quale gli interessi dei singoli Stati europei, che per secoli si erano combattuti non con le armi della retorica ma con quelle del ferro e del piombo, hanno scelto di collaborare per la creazione di uno spazio economico, legale e civile che fosse il più possibile condiviso. L’Europa comunitaria non ha cancellato gli interessi nazionali, che tra l’altro erano nati nella loro forma moderna proprio in questa parte del pianeta, ma è riuscita nell’autentico miracolo di costringerli a cooperare per un obiettivo comune. Un’impresa realizzata con molti errori, molti ripensamenti, molte correzioni di rotta non sempre efficaci. Eppure un’impresa miracolosa, nella quale si sono trovati fianco a fianco popoli che per gran parte della propria storia avevano tentato di dominarsi a vicenda con la forza e la violenza.

Popoli diversi, ognuno forte del proprio bagaglio storico e delle particolarità della propria cultura. Anche per questo ogni nazione europea ha guardato all’Europa comunitaria con occhi diversi. La Francia vi ha visto per lungo tempo uno strumento di affermazione della propria egemonia sul continente, salvo poi scoprirsi insieme incapace di essere davvero egemone e intossicata da fortissimi sentimenti antieuropei (oltre al lepenismo ricordiamo il referendum francese del 2005 con la bocciatura del progetto di costituzione europea). I britannici si sono opposti per decenni all’entrata nel cantiere comunitario, per poi saltarci dentro in ritardo e soltanto quando la loro economia (nelle pessime condizioni in cui si trovava nei primi anni Settanta) non lasciava molte altre alternative. L’Italia ha letto l’Europa comunitaria come la modalità principale per rientrare a pieno titolo nella comunità internazionale dopo la catastrofe fascista, in forme non del tutto diverse da quelle della Germania dopo il crollo del Terzo Reich. Anche per questo l’Italia repubblicana ha tradizionalmente guardato all’Europa comunitaria con gli stessi occhi con cui si guarda alla mamma. E alla mamma si vuole bene per definizione, la mamma non si discute, la mamma è buona qualunque cosa faccia.

Lungo questo percorso, dal nostro europeismo tanto forte quanto religioso nelle sue caratteristiche di fondo è scomparsa la possibilità stessa di usare l’espressione “interesse nazionale”: perché troppo marcata era l’associazione con la velleitaria e autolesionistica “retorica dell’orgoglio italico” di cui scrive Mieli, e che da ultimo si era incarnata nel fascismo; perché le culture politiche che dominavano la Prima Repubblica, quella comunista e quella cattolica, faticavano anche solo a declinare quell’espressione; ma anche perché eravamo convinti che solo affidandosi interamente nelle mani misericordiose dell’Europa comunitaria avremmo fatto il bene del nostro paese. Eppure, come sappiamo anche da altri ambiti della nostra vita, evitare di nominare qualcosa non equivale di per sé a cancellarlo dalla realtà. E gli interessi nazionali dei diversi Stati europei hanno continuato a muoversi sul campo da gioco comunitario: ora confliggendo, ora cooperando, ora muovendosi in direzioni inesplorate, e in questa loro interazione alimentando la vitalità di un’Europa comunitaria che si è sviluppata in direzioni spesso lontane da quelle immaginate dai “padri fondatori”.

Per questo quando Renzi afferma che “interesse nazionale non è una parolaccia”, come ha fatto pochi giorni fa, compie un’operazione che è insieme di verità e di rinnovamento indispensabile del nostro europeismo. Un’operazione di verità, perché qualunque Stato democratico ha un interesse nazionale che viene definito attraverso la discussione pubblica e politica e come tale può anche cambiare direzione e declinazione (diversamente dall’interesse nazionale immutabile e prevaricatore della rappresentazione imperialista o autoritaria). Ma anche uno stimolo a rinnovare il nostro europeismo, proprio quando anche in Italia la discussione tra amici e nemici dell’Europa comunitaria è pienamente in corso. E nessuno può davvero pensare che l’antieuropeismo sempre più forte di Grillo, Salvini, Meloni e degli eredi di Berlusconi possa essere sconfitto tornando alla rappresentazione irenica e rassicurante di un’Europa materna che si ama a prescindere. Perché difendere l’Europa significa anche spingerla a fare meglio e fino in fondo ciò per cui l’Europa comunitaria è nata: creare un luogo più avanzato, più civile e più giusto per interessi nazionali che per secoli non hanno conosciuto altro che conflitto e guerra. Per questo non c’è davvero nessuno scandalo, né tantomeno alcun ritorno ad una retorica tanto roboante quanto velleitaria, nel collegamento tra europeismo e interesse nazionale che un’Italia finalmente più sicura di sé riesce a formulare.

Perché contesto le tesi di Paolo Mieli

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