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Qualcuno davvero pensava che con il contratto a tutele crescenti non ci sarebbero stati licenziamenti? La notizia apparsa su La Repubblica lo scorso 14 novembre del primo licenziato con il contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act, in realtà, non è una notizia.

Da quello che si apprende dalla stampa le ragioni che hanno portato al licenziamento dell’ex operaio dalla Pigna Envelopes, dopo esser stato assunto 8 mesi prima con un contratto a tutele crescenti, bonus incluso, sono di natura economica. Ebbene, questo tipo di licenziamento era previsto anche con le vecchie regole, articolo 18 incluso, che prevede la reintegra nel posto di lavoro nel caso un giudice decretasse la manifesta insussistenza del fatto posto alla base della risoluzione del rapporto.

La questione vera non è la possibilità o meno di licenziare più o meno facilmente e nemmeno la tipologia della sanzione in caso di licenziamento illegittimo. La riforma del mercato del lavoro si muove attorno ad un principio ed un sistema diverso: il cuore della riforma riguarda ciò che accade o deve accadere nel momento in cui il lavoratore perde il posto di lavoro. A fronte di ciò il problema non è la sanzione (nel caso della illegittimità del licenziamento) bensì il recupero dell’occupazione ed della professionalità.

Per assurdo, seguendo il pervicace tema della reintegra si arriva a negare il vero ed unico diritto che deve essere assicurato e perseguito: il diritto al lavoro! La questione oggi non è tra licenziamento legittimo o illegittimo, bensì la rioccupazione, ed essa deve essere assicurata a prescindere dalla legittimità o meno del recesso. Invece sembra che per una certa area il tema sia solo reintegrazione nel posto di lavoro o nulla!

Come si poteva supporre, il reale cambiamento fatica ad entrare nel dna soprattutto del sindacato che non manca occasione per confondere l’opinione pubblica gridando allo “scandalo” laddove scandalo non c’è, attribuendo valore ad una notizia che notizia non è. Si licenziava prima e si continuerà a licenziare oggi, ciò che si vuole tentare di cambiare è la sorte del lavoratore licenziato.

E’ strumentale la posizione assunta su questa “non notizia” da parte di alcune forze sindacali e politiche, e tra tutte riporto quella del Movimento 5 Stelle che parlano di “fallimento del Jobs Act” , “di inganno” e di “precarizzazione del lavoro” a seguito del primo licenziamento avvenuto. E’ solo propaganda ed ignoranza: nel merito della questione, quello che è avvenuto con il contratto a tutele crescenti sarebbe avvenuto anche con le vecchie regole.

Il problema, semmai, può essere in un utilizzo improprio, e in alcuni casi anche fraudolento del bonus di 8 mila euro l’anno previsto a sostegno del nuovo contratto a tutele crescenti. E in questo caso andrebbero, probabilmente, ripensate o riviste parzialmente, le regole per la concessione del bonus. Ma qui non si tratta di fallimento del jobs act, semmai di fallimento del senso civico che difficilmente una “legge” può far resuscitare nella nostra società attuale.

Il tema del lavoro continua ad essere piegato alle ragioni della propaganda politica o di una certa parte sindacale e fino a quando non sarà liberato da questo cappio difficilmente avremo una organica sistemazione della materia capace di sopravvivere alla legislatura che ne ha dato origine.

Ecco le bugie sui licenziamenti con il Jobs Act

Qualcuno davvero pensava che con il contratto a tutele crescenti non ci sarebbero stati licenziamenti? La notizia apparsa su La Repubblica lo scorso 14 novembre del primo licenziato con il contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act, in realtà, non è una notizia. Da quello che si apprende dalla stampa le ragioni che hanno portato al licenziamento dell’ex operaio…

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