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Mentre a Palermo si celebra il processo che vede imputato il segretario federale della Lega Matteo Salvini per il caso Open Arms, il Carroccio bolognese organizza una serata con ospiti illustri e, appunto, dalle posizioni insolite. Istruzioni per la lettura: non si parla del processo, ma di giustizia.

E in questo Antonio Sangermano, magistrato di lungo corso già vicepresidente dell’Anm ha più di qualcosa da dire. Su colleghi e non. La sua è una postura forse più culturale che giuridica. Si capisce dalle prime parole che scolpisce disegnando idealmente uno spazio di responsabilità collettiva. “Sono contrario ai magistrati che fanno politica con la toga”. Un fenomeno che “nel nostro Paese è presente”. Lui del resto ne è buon testimone: “Esiste una parte di magistratura settaria e militante, che si definisce progressista, che utilizza l’esercizio giurisdizionale come forma politica”. Così, tanto per dirla con una perifrasi.

La sala dell’hotel Savoia si scalda. Sono ore turbolente per la base dei militanti leghisti che solidarizza a distanza con il segretario alla sbarra nella terra dove fioriscono i limoni. Il suo vice, Alberto Stefani, è in sala. Nei saluti introduttivi – in uno-due con il senatore Claudio Borghi – dice che quella della Lega è  “una battaglia per una giustizia giusta, all’altezza di un Paese veramente democratico a tutela prima di tutto dei cittadini”.

Squilla il telefono. È il segretario. “Pronto”. La sala lo saluta con un applauso scrosciante. Salvini incassa e, sostenendo le sue ragioni, chiarisce di non aver “mai fatto una guerra santa contro la magistratura” ma “è evidente che occorra maggiore equilibrio”. L’auspicio dunque è che questo governo possa “arrivare a un punto fermo sulla giustizia e riformarla”.

Il parterre è di prim’ordine e le premesse fanno capire che non si fanno sconti a nessuno. Men che meno ai magistrati che “alimentano la degenerazione correntizia”. Sono due gli aspetti sui quali, secondo Mauro Paladini (ordinario di diritto privato alla Bicocca di Milano) occorre intervenire per tentare di invertire la rotta.

Il primo è di carattere più culturale, il secondo ha una caratura più strettamente giuridica. “Va affermato con forza – dice Paladini – che a prevalere deve essere la legge e l’esercizio giurisdizionale. Il rispetto, in sostanza, del principio di legalità”. Uno spartiacque che tiene distinti e distanti i due piani dell’esercizio del potere. Il barone di Montesquieu insegna.

Sul piano più tecnico, un viatico per uscire dai più o meno forti esercizi delle correnti “potrebbe essere la proposta avanzata dall’esecutivo di sorteggiare i magistrati per il Consiglio Superiore della Magistratura”. Con relativi punti a favore e a sfavore.

La parola chiave, che torna a più riprese nel corso della serata come a restituire plasticamente l’idea dell’urgenza, è: separazione. Nel caso dell’avvocato Giuseppe Benedetto, eminente giurista e presidente della fondazione Luigi Einaudi – autentico baluardo di liberalismo nel Paese – la separazione non può che essere quella delle “carriere fra i magistrati: una battaglia che la fondazione porta avanti da sempre”.

Dopo un excursus sulla revisione dell’articolo 68 della Costituzione “durante la terribile legislatura 1992-94” (tintinnio di manette, a beneficio degli smemorati), Benedetto scompagina le carte con dovizia di aneddoti. E l’effetto eterogenesi dei fini – i giovani direbbero effetto “wow” – è compiuta. “Parlando col ministro Carlo Nordio, qualche tempo fa – il piglio di Benedetto si fa narrante – gli dissi che i processi in Italia durano troppo poco”. Silenzio in sala. “Tra il dubbioso e l’interrogativo – prosegue l’avvocato – Nordio mi chiese conto di quell’affermazione. Ebbene, io risposi che il processo penale dura l’ora della conferenza stampa in cui il Pm espone gli elementi dell’accusa”.

Qui si torna, in qualche modo, al richiamo introduttivo di Sangermano, che ravvede la necessità – specie in fase di indagini preliminari – che il Pm “eserciti le sue funzioni, realmente, con terzietà”.

L’ultimo appello – tanto per utilizzare un gergo caro al frasario penalistico – arriva dal sottosegretario alla Giustizia, Andrea Ostellari.

“I cittadini – dice il leghista – hanno diritto ad una magistratura libera e indipendente dalle degenerazioni delle correnti. Da trent’anni ormai politica e magistratura sono diventate l’una il bersaglio dell’altra e viceversa. Ma il nostro Paese ha bisogno di riferimenti, non di bersagli. Mi appello alla parte maggioritaria, silenziosa e laboriosa della magistratura. Basta divisioni, lavoriamo, ciascuno nell’ambito delle proprie funzioni, per rimettere al centro democrazia, garanzie e diritti”.

La speranza, aggiunge il sottosegretario rifacendosi alla dottrina agostiniana, “ha due figli: indignazione e coraggio. Indignazione che nasce dall’osservazione di ciò che non va. Coraggio che è la spinta propulsiva necessaria a cambiare le cose. Alla politica e anche alla magistratura oggi chiediamo il coraggio di fare un passo avanti”.

Purché questo passo avanti – e si giunge alle conclusioni di Sangermano – non si sostanzi, in un “indegno sconfinamento” e che sia orientato a “uscire dall’ipoteca culturale che esercita la parte progressista della magistratura”. Perché, oggi più che mai “non è ammissibile che l’Anm faccia politica e che un magistrato vada a sventolare bandiere – rosse o nere che siano – alle manifestazioni politiche. L’approccio ideologico va sconfitto”.

Vostro onore, nient’altro da aggiungere.

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