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L’Ue non faccia scherzi. Al vertice con la Cina in programma domani, lunedì 29 giugno, deve essere chiara la posizione europea di rigetto della domanda di riconoscimento del Gigante asiatico come economia di mercato.

Antonio Tajani (Fi), già commissario europeo e oggi primo vicepresidente del Parlamento Ue, lo scandisce forte e chiaro in una conversazione con Formiche.net. Non vuole che certi rappresentanti di Bruxelles si lascino sedurre dalle sirene asiatiche, magari in forza di quegli investimenti nel Piano Juncker tanto vagheggiati da Pechino.

L’OFFENSIVA DELL’EURODEPUTATO DI FI

Tajani ha aperto le danze a inizio settimana con un’interrogazione alla Commissione Ue firmata insieme al collega eurodeputato di Forza Italia, Salvatore Cicu, nella quale chiede di respingere la richiesta della Cina perché “porterebbe a un’automatica sospensione di misure antidumping, volte a contrastare la vendita di merci cinesi a prezzi inferiori di quelli di produzione del mercato interno Ue”. A seguire, giovedì scorso ha firmato un intervento sul Sole 24 Ore per spiegare come un tale riconoscimento avrebbe un “impatto disastroso sull’industria europea” dato che “sospenderebbe automaticamente misure antidumping fondamentali per difendere le imprese europee dalla concorrenza sleale di quelle cinesi”. Infine, come dice a Formiche.net, si è fatto promotore di una lettera trasversale firmata dalla maggioranza degli eurodeputati italiani e indirizzata al premier Matteo Renzi, all’Alto rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri Federica Mogherini e alla commissaria Ue al Commercio Cecilia Malmström per chiedere “di agire in vista del vertice europeo con la Cina così da scongiurare il tentativo di fare inserire nel documento conclusivo questo riconoscimento, dannosissimo per la nostra economia”.

I MOTIVI DEL NO AL DRAGONE

“La Cina deve rappresentare un’opportunità per l’Europa, ma non può non usare con noi lo stesso comportamento che noi le riserviamo”, ragiona Tajani. Dunque, “ben vengano gli investimenti cinesi per il Piano Juncker, ma solo se puntano a fare crescere la nostra economia”. La ragione principale per cui, secondo l’eurodeputato del Ppe, lo status di economia di mercato non può essere riconosciuto a Pechino, è che “non sarebbe più possibile applicare le misure antidumping”. In altre parole, “la Cina potrebbe avere molto più spazio nei mercati europei e sarebbe quasi impossibile intervenire”, il tutto a detrimento di settori strategici della nostra manifattura come calzature, biciclette, ceramica, acciaio, pannelli solari e macchinari specializzati.
C’è poi un altro aspetto da valutare, quello legato ai cinque criteri europei per valutare se un Paese terzo può essere considerato economia di mercato. Tajani ricorda che “la Cina ne rispetta solo uno: l’assenza di aiuti di Stato nelle privatizzazioni di imprese”. Con buona pace degli altri, dal grado di influenza del governo sulle aziende al diritto societario non discriminatorio, fino alla trasparenza dello stato di diritto e all’indipendenza del settore finanziario.

COSA NON VA IN CINA

Negare in questo momento alla Cina lo status di economia di mercato “non significa non mantenere aperto un dialogo, sia politico che commerciale, con questo grande Stato”, precisa Tajani. “Purtroppo Pechino pratica ancora troppi aiuti di stato alle proprie imprese e troppa protezione verso quelle estere, oltre a impedire di fatto l’accesso agli appalti pubblici alle aziende non cinesi – continua l’eurodeputato -. La Cina deve fare un ulteriore passo in avanti, i tempi per questo riconoscimento non sono ancora maturi, perché lì di fatto non c’è il libero mercato”. Basta chiedere a una qualsiasi impresa italiana vocata all’estero per avere conferma di quanto sia difficile mettere piede da quelle parti. “Pechino protegge il proprio mercato con misure di dumping che variano da standard tecnici fino a restrizioni all’esportazione di materie prime”, secondo Tajani. Mentre sul fronte degli appalti pubblici cinesi, che la Camera di Commercio Ue stima in circa 1000 miliardi di euro di valore, “il settore è quasi inaccessibile per le imprese europee”, ha scritto sul quotidiano di Confindustria.

IL RUOLO DELL’EUROPA

In una tale situazione, l’Ue è chiamata a “difendere diritti e libero scambio, dato che per la nostra politica economica la concorrenza è una valore senza il quale non ci può essere né economia sociale né economia di mercato” sottolinea Tajani. L’Europa dunque “faccia sentire la propria voce in occasione del vertice con la Cina” anche perché “ha il dovere di pretendere da Pechino nuovi passi in avanti in direzione di una maggiore reciprocità”. Se poi la questione dovesse arrivare in Parlamento, “credo che lì alla fine la nostra linea la spunterebbe” assicura l’eurodeputato forzista.

Perché l'Europa deve fermare la Cina sul commercio. Parla Antonio Tajani

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