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Il budget può anche aumentare ma, senza una visione e una programmazione chiara, anche il 5% non basterà a rendere l’area euro-atlantica più sicura e pronta a difendersi. Al Public Forum della Nato, il rafforzamento della base industriale alleata è stato al centro di un confronto tra cinque protagonisti del settore della difesa. Rappresentanti politici e istituzionali da diverse parti dell’Alleanza hanno messo sul tavolo le sfide concrete della deterrenza industriale. Dall’urgenza produttiva alla cooperazione tra alleati, fino all’equilibrio tra autonomia strategica e interdipendenza. 

Produzione, velocità e visione 

L’Alleanza è di fronte a una sfida quantitativa senza precedenti. Tarja Jaakkola, assistant secretary general della Nato per gli investimenti nella difesa, ha tracciato un quadro netto dell’aumento recente nella domanda di armamenti. “Solo per la difesa aerea e missilistica, i requisiti si sono moltiplicati per cinque. Servono migliaia di carri armati in più e milioni di munizioni aggiuntive. L’urgenza è evidente”.

Jaakkola ha riconosciuto che l’industria ha risposto in modo incoraggiante, attivando nuove linee produttive e accelerando la consegna di sistemi d’arma. Tuttavia, ha insistito sul fatto che la pressione deve restare alta. “Non possiamo limitarci a rincorrere l’emergenza. Serve una visione industriale di lungo termine, in grado di sostenere l’innovazione, garantire stabilità alla supply chain e mantenere la credibilità della nostra postura”.

Tra le priorità indicate da Jaakkola, snellire i processi regolatori, rafforzare la cooperazione con l’Ue e promuovere progetti comuni come il programma Mrtt per aeromobili da rifornimento.

Investire nell’ecosistema industriale

Dal fronte orientale dell’Alleanza, arriva un avvertimento: la spesa militare non basta se non è accompagnata da un investimento coerente nell’ecosistema industriale. Il ministro della Difesa lettone, Andris Sprūds, ha spiegato che il suo Paese — che già oggi destina il 4% del Pil alla difesa — intende continuare a crescere, ma con una logica integrata: “Non si tratta solo di spendere di più, ma di farlo meglio. L’industria deve essere parte del processo sin dall’inizio”.

Sprūds ha sottolineato l’importanza di creare una sinergia tra innovazione, produzione, approvvigionamento e cooperazione internazionale, senza chiudersi in logiche regionali. “Il pilastro europeo deve restare aperto ai nostri partner transatlantici. La Lettonia investe in tecnologia, in capacità locali, ma sempre in un quadro compatibile con la Nato”.

L’obiettivo, ha detto, è rafforzare l’intera filiera, dalle start-up ai grandi fornitori strategici, in modo che le decisioni politiche possano tradursi in capacità reali “entro finestre temporali compatibili con le sfide che abbiamo di fronte”.

Standardizzazione e accessibilità 

“Abbiamo decine di sistemi diversi, con standard incompatibili. Questo crea inefficienze, costi e ritardi inaccettabili”. Il ministro belga della Difesa, Theo Francken, ha insistito sulla necessità di superare le barriere industriali che rallentano la costruzione di una difesa veramente integrata.

Francken ha salutato con favore l’accordo tra Germania e Francia per unificare i formati delle munizioni, definendolo “una delle notizie migliori delle ultime settimane”. Ma ha anche lanciato un monito: “Serve una volontà politica forte. L’industria deve capire che non può più ragionare come se fossimo in tempo di pace”.

Il Belgio, ha spiegato, ha appena raggiunto la soglia del 2%, ma portarsi al 3,5% richiederà almeno un decennio. “Dobbiamo spiegare ai cittadini che investire nella difesa non è un costo, ma una protezione. E per farlo serve anche trasparenza su costi, tempi e ritorni”.

Scambi bilaterali per uscire dal dilemma del prigioniero

Per Ruben Brekelmans, ministro della Difesa dei Paesi Bassi, la cooperazione industriale è una strada obbligata — ma piena di trappole politiche. “Ci troviamo tutti in un dilemma del prigioniero. Sappiamo che collaborare conviene, ma ognuno è tentato di privilegiare la propria industria nazionale”.

La soluzione, secondo Brekelmans, sta nella costruzione di “pacchetti di investimento bilaterali o multilaterali” che mettano sul tavolo un dare-avere trasparente. Ha citato come esempio concreto l’intesa tra Belgio e Paesi Bassi: da un lato, Bruxelles acquista munizioni da fornitori olandesi; dall’altro, l’Aia investe nei droni belgi. “Così possiamo raccontare a casa che stiamo investendo nella difesa, ma anche nel nostro tessuto economico”.

Brekelmans ha anche proposto che l’industria venga coinvolta in modo più strutturato nei processi decisionali Nato, “non solo come esecutore, ma come partner strategico nella pianificazione”.

Un ecosistema difensivo nazionale con visione sistemica

Il ministro turco per le industrie della Difesa, Haluk Görgün, ha portato l’esperienza di Ankara come esempio di costruzione di un ecosistema industriale autosufficiente e resiliente. “La difesa non è solo budget, ma governance. Serve un coordinamento reale tra industria, università, istituzioni pubbliche e settore privato”.

La Turchia oggi gestisce oltre 1.100 programmi attivi, con una rete di più di 3.500 aziende e 100.000 professionisti. Età media, 34 anni. “Non possiamo pensare di costruire capacità in modo verticale. Serve orizzontalità, dinamismo, innovazione diffusa”.

Görgün ha insistito sulla necessità di pensare già oggi al “campo di battaglia del futuro”, investendo in settori emergenti come l’intelligenza artificiale, l’autonomia e la difesa cibernetica. “Dobbiamo essere capaci di scalare rapidamente — in tempo di pace come in tempo di crisi”.

Non c’è difesa senza produzione. L’allarme dei ministri alleati all’Aja

Aumentare la capacità produttiva, rafforzare la resilienza della supply chain, standardizzare i sistemi d’arma, attrarre investimenti strategici e integrare le Pmi in un ecosistema industriale della difesa più reattivo. Queste le priorità emerse nel dibattito sulla base tecnologica e industriale euro-atlantica nell’ambito del Public Forum della Nato in occasione del summit dell’Aja. Secondo i ministri della Difesa alleati, l’urgenza è dettata dalla crescente minaccia russa e dalla necessità di ricostruire le scorte per garantire un’adeguata dissuasione nei confronti di Mosca

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