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“Metallo della guerra”. Questa è l’enfatica perifrasi scelta dal presidente della società di consulenza House Mountains Partner Chris Berry per definire il tungsteno, elemento numero 74 della tavola periodica facente parte della categoria dei metalli di transizione. Non che la definizione sia sbagliata: questo metallo argenteo è infatti noto per la sua eccezionale densità e per avere il punto di fusione più alto tra tutti i metalli puri, caratteristiche che lo hanno reso indispensabile nell’industria bellica moderna, dove trova impiego in una vasta gamma di applicazioni, dalle munizioni perforanti agli ugelli dei razzi.

E questa indispensabilità è un problema, almeno per Washington, considerando il fatto che all’interno dei confini statunitensi le riserve di tungsteno sono alquanto scarse. Una realtà con cui gli americani si erano dovuti già confrontare durante la Seconda guerra mondiale, perseguendo una serie di soluzioni alternative e complementari per gestire questa criticità, dall’individuazione e apertura di nuovi siti (come quello di Stibnite, scoperto nel 1942), al progettare sistemi alternativi che non prevedessero l’uso di questo materiale (a scapito però dell’efficacia complessiva), fino all’importazione da uno dei suoi alleati più stretti, attraverso una linea di comunicazione aerea nota come “The Hump” che vedeva i cargo americani arrivare con armi e munizioni e ripartire con carichi di prezioso tungsteno. Quest’ultima opzione, sfruttata ampiamente dagli Stati Uniti nell’ultimo conflitto mondiale, oggi non sarebbe però così viabile, poiché il Paese in questione era la Cina.

Cina che a tutt’oggi, in modo pedissequo a quanto avviene relativamente alle oramai celebri “terre rare”, continua a detenere il controllo dei mercati mondiali del tungsteno, dominando la produzione, le importazioni e il consumo dello stesso. Ma che, al contrario di ottant’anni fa, potrebbe non essere così disponibile a rifornire il suo nuovo rivale sistemico di questo prezioso elemento. Sfruttando il suo predominio su questa supply chain, Pechino può influenzare prezzi e disponibilità dello stesso, come già dimostrato negli scorsi mesi nel contesto della “guerra dei dazi” con Washington. Una situazione già precaria, ulteriormente esasperata dal deflagrare del conflitto con l’Iran.

La pressione esercitata in questo senso dall’escalation mediorientale è notevole. Il consumo rapido di munizioni e sistemi d’arma (con rischio di esaurimento delle scorte, come nel caso dei Tomahawk) che non possono essere prodotti senza tungsteno rende ancora più urgente per il pentagono il bisogno di assicurarsi l’approvvigionamento di questo elemento. Costringendolo eventualmente ad accettare le condizioni imposte dal principale produttore mondiale, che difficilmente, come accennato, sceglierà di seguire una linea particolarmente morbida.

Come può dunque Washington aggirare questa dipendenza? Qualcosa si è già messo in moto. L’amministrazione Trump ha rafforzato le scorte strategiche di minerali critici, istituito appositi fondi per sostenere la creazione di nuovi progetti minerari sul territorio nazionale (ad esempio in Nevada) e promosso accordi all’estero per costruire filiere alternative al dominio cinese, come il progetto congiunto con il Kazakistan. Ma queste sono soluzioni di lungo periodo, poiché servono anni per aprire miniere, sviluppare impianti di raffinazione e creare una supply chain veramente definibile come “alternativa”. Fino a quel momento, c’è il rischio concreto di rimanere esposti alle velleità del Dragone. Con tutto quello che ciò può significare sul piano della sicurezza nazionale.

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