Skip to main content

Papa Leone si troverà presto ad affrontare uno dei dossier più strategici e intricati della politica estera della Santa Sede: il rapporto con la Repubblica Popolare Cinese. Un tema che, per decenni, è stato gestito con cautela estrema dalla diplomazia vaticana, ma che negli ultimi anni ha assunto una centralità nuova anche per Pechino. A spingere il Partito Comunista Cinese ad aprirsi a un confronto con la Santa Sede non è stata una spinta religiosa, bensì un’urgenza politica nata da un vuoto ideologico e spirituale sempre più evidente all’interno della società cinese. In un suo commento pubblicato da The Appia Institute, il sinologo Francesco Sisci ripercorre le tappe del dialogo in questione.

L’episodio che segnò una svolta fu la clamorosa manifestazione del movimento Falun Gong, avvenuta il 25 aprile 1999, quando più di diecimila aderenti al gruppo circondarono pacificamente Zhongnanhai, sede della leadership centrale, per protestare contro le restrizioni alle loro pratiche spirituali. L’episodio rivelò al partito che la popolazione cinese, dopo decenni di propaganda atea e disillusione ideologica, era alla ricerca di nuove forme di fede. La protesta, avvenuta appena dieci anni dopo la repressione di Piazza Tiananmen, fu percepita come una minaccia all’ordine politico.

Di fronte all’impossibilità di soddisfare internamente questa domanda, alcuni settori del partito iniziarono a considerare l’idea di affidarsi a religioni esistenti e strutturate, in grado di offrire un riferimento spirituale e al tempo stesso una cornice di controllo. A differenza delle confessioni protestanti o buddiste, molto frammentate e difficili da gestire sul piano locale, la Chiesa cattolica presentava una struttura centralizzata, con un unico punto di riferimento esterno: Roma. Paradossalmente, questa distanza offriva una maggiore stabilità. Invece di dover trattare con una miriade di leader religiosi, bastava un dialogo diretto con il Vaticano.

Proprio indagando sulla questione delle nomine episcopali, le autorità cinesi scoprirono che molti vescovi ufficialmente approvati da Pechino avevano in realtà ottenuto, in segreto, il riconoscimento papale. La mediazione era spesso affidata alla missione cattolica di Hong Kong. Questo sistema, se formalizzato, poteva diventare un punto di equilibrio. La Chiesa avrebbe mantenuto l’autorità spirituale, mentre la Repubblica Popolare avrebbe preservato la propria sovranità civile.

Questo principio fu sancito idealmente dalla lettera che Papa Benedetto XVI indirizzò nel 2007 ai cattolici cinesi. Il Pontefice invitava i fedeli a essere pienamente parte della società cinese, rifiutando l’etichetta di “quinta colonna” dell’Occidente. Ma il testo suscitò reazioni contrastanti: alcuni cardinali la considerarono troppo conciliatoria, mentre le autorità cinesi si opposero a un passaggio che criticava l’Associazione Patriottica Cattolica, l’organismo creato da Pechino negli anni ’50 per controllare la Chiesa sul territorio nazionale. L’Associazione, nel tempo, si era trasformata in un centro di potere autonomo, slegato sia da Roma che dal partito centrale.

Un’occasione per superare lo stallo si presentò nel 2012, con la nomina congiunta del vescovo Ma Daqing a Shanghai. Tuttavia, al momento dell’ordinazione, Ma annunciò pubblicamente il proprio distacco dall’Associazione Patriottica. Il gesto fu interpretato dalle autorità cinesi come un affronto, e la fiducia conquistata fino a quel momento venne bruscamente interrotta.

Fu solo con l’elezione di papa Francesco nel 2013 e l’ascesa del cardinale Pietro Parolin alla segreteria di Stato che il dialogo poté riprendere in maniera sostanziale. Parolin, profondo conoscitore della realtà cinese fin dai primi anni Duemila, seppe riannodare i fili. Un momento simbolicamente decisivo fu il 2015, anno in cui il viaggio di Papa Francesco negli Stati Uniti ottenne una copertura mediatica e una risonanza superiore perfino alla visita del presidente Xi Jinping. Per Pechino fu un campanello d’allarme: il Vaticano, benché privo di esercito o potere economico, restava una potenza culturale e diplomatica di primo livello.

Due anni dopo, nel 2018, si giunse alla firma dell’accordo provvisorio sulle nomine dei vescovi. I dettagli dell’intesa restano riservati, ma l’accordo ha segnato un importante riconoscimento reciproco, con che accettava Roma accettava la proposta di nomina da parte di Pechino, riservandosi però l’ultima parola. Una formula di compromesso che ha permesso, pur tra critiche e resistenze, l’avvio di un percorso di regolarizzazione.

Papa Leone eredita ora questo processo in corso, consapevole che molto resta da definire: la questione dell’Associazione Patriottica, le condizioni dei cattolici “clandestini”, la possibilità di un viaggio pontificio in Cina. Ma al centro resta una convinzione: in un mondo diviso da tensioni geopolitiche, il dialogo tra Roma e Pechino può ancora offrire un esempio di diplomazia spirituale, fondata sulla pazienza, sul rispetto e sulla lunga memoria della Chiesa.

Dove non arrivò Mao, potrebbe arrivare il papa. Il complesso rapporto tra Cina e Chiesa Cattolica

Nel cuore della diplomazia vaticana, il rapporto con la Cina rappresenta una delle sfide più complesse e ambiziose. Tra autorità spirituale e sovranità politica, Roma e Pechino si confrontano da decenni cercando un equilibrio fragile ma strategico

Riforme e minacce. Ecco il nuovo volto dell’intelligence canadese

Nella relazione 2024, il Csis accusa Cina, India, Russia, Iran e Pakistan di minacciare la sicurezza del Paese attraverso interferenze politiche, spionaggio e repressione transnazionale. Ottawa risponde con il Bill C‑70, una riforma legislativa che modernizza gli strumenti dell’intelligence. Ma le tensioni geopolitiche si riflettono anche sulla politica interna, con allarmi lanciati prima delle elezioni federali dello scorso aprile

Il summit Nato ci dimostra che la sicurezza è vera solo se collettiva. Scrive Margelletti

Per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, l’Europa prende coscienza della propria vulnerabilità strategica in un contesto internazionale sempre più instabile. Il recente summit ha segnato una svolta storica, con l’obiettivo politico di portare al 5% del Pil le spese per la difesa entro il 2035. Un segnale non solo economico, ma culturale. La Nato non è un soggetto esterno, ma un’alleanza di corresponsabilità strategica. Ignorare questo dato oggi significa alimentare le vulnerabilità che Mosca è pronta a sfruttare. Il commento di Andrea Margelletti, presidente del CeSI

Investimenti privati in tecnologie duali. Una trasformazione in corso

Di Lucio Bianchi e Alessandro Marrone

La crescita della Space Economy ha aperto la strada all’ingresso del capitale privato nelle tecnologie duali, già realtà negli Usa e in espansione in Europa grazie a iniziative come il Nato Innovation Fund. In Italia il potenziale resta inespresso per limiti strutturali e risorse ridotte. Questi e altri gli argomenti che saranno al centro del convegno promosso dall’Istituto affari internazionali (Iai) e dal Centro Studi Militari Aerospaziali (Cesma) a Roma il 26 giugno presso Palazzo Aeronautica

Pilastro europeo della Nato. La difesa di domani secondo Meloni

Il ragionamento della premier italiana al vertice Nato è tarato sulla realpolitik, sia per evitare doppioni con la difesa Ue, sia per investire in settori che stanno diventando sempre più primari, come il fronte sud, la cooperazione fra alleati in chiave di strategia industriale, l’interlocuzione imprescindibile con gli Usa e il binomio target di spese-autonomia/sovranità. Le parole di Meloni all’Aja

L’aumento del budget e la responsabilità condivisa. Quale Nato dopo il Summit

Nel contesto di una Nato sempre più orientata a una proiezione globale, il recente riorientamento strategico dell’Alleanza si muove su più assi: deterrenza rafforzata, supporto strutturale all’Ucraina, industrializzazione della difesa e ridefinizione del burden sharing con il nuovo obiettivo del 5%. La Germania e la Polonia si profilano come attori chiave del fronte orientale, mentre gli Stati Uniti, pur contenendo il proprio ruolo diretto, puntano a un’Alleanza più bilanciata. Resta aperta la sfida politica del consenso interno e della mobilitazione civile, soprattutto in Europa, per legittimare il salto di qualità dell’Alleanza in una fase di mutamento sistemico. Le riflessioni finali del Nato Public Forum

Artico, Balcani e Mediterraneo. La Nato e le sfide regionali

Al Nato Public Forum si è discusso su come l’Alleanza dovrebbe adattare la sua postura in regioni chiave come l’Artico, i Balcani e il Mediterraneo. Ecco cos’hanno detto Fredriksen, San e Colomina

Al Summit dell’Aja la Nato cambia passo, non c'è più tempo da perdere. Il commento di Caruso

Di Ivan Caruso

Ventisette anni dopo la fine della Guerra Fredda, la Nato torna alle sue origini. Al Summit dell’Aja, tra il 24 e il 25 giugno 2025, i leader dell’Alleanza Atlantica hanno messo da parte le lunghe dichiarazioni retoriche del passato per concentrarsi sull’essenziale: come difendere un miliardo di cittadini da una Russia che si riarma a ritmi impressionanti e da un’alleanza sino-russa che sta ridisegnando gli equilibri globali. L’analisi del generale Ivan Caruso, consigliere militare della Sioi

La strada verso il biotech act europeo. Quali prospettive per l’Italia

Le biotecnologie sono ormai un pilastro trasversale dello sviluppo globale. Al convegno organizzato da Assobiotec, istituzioni ed esperti hanno discusso l’urgenza di un quadro normativo europeo solido e competitivo alla luce del Biotech act previsto per il 2026. L’obiettivo è quello di rendere Europa e Italia poli di innovazione e competitività

La nuova partnership sulla difesa tra Ue e Canada è anche un messaggio agli Usa

La partnership firmata da Canada ed Unione europea, il più completo accordo di sicurezza e difesa mai concluso da Bruxelles con un Paese terzo, prevede la cooperazione strutturata in ambiti chiave, un rinnovato sostegno all’Ucraina, e una maggior integrazione industriale. Suggerendo la nascita di un nuovo asse interno alla Nato

×

Iscriviti alla newsletter