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Grazie all’autorizzazione del gruppo Class editori, pubblichiamo il commento di Pierluigi Magnaschi, direttore dei quotidiani del gruppo.

Gianfelice Rocca, presidente di Assolombarda e numero uno del gruppo Techint, che opera con successo in tutto il mondo, e dell’istituto clinico Humanitas di Milano che è al top internazionale nella medicina ospedaliera, nel dichiararsi convinto che è alla portata dell’Italia una crescita del pil, non dello zero virgola, ma del 2%, ha anche constatato che «per ripartire ci manca la fiducia. Nel senso che il Paese deve riconoscere le proprie forze». Ma come fa il Paese a conoscere (e riconoscere) le proprie forze se l’intero sistema dei media (chi più chi meno, ma tutti operano omogeneamente su questo spartito) gioca ogni giorno sul tasto che il Paese è allo sfascio, che nessuno sa che cosa fare, e che l’unica possibilità prevedibile è l’ulteriore eliminazione di occupazione privata?

Quando parlo dei media, mi riferisco anche ai giornali quotidiani che non si tirano certo indietro dallo sguazzare nella visione nichilista della società, ma tengo soprattutto presenti le televisioni. Sono esse infatti che vivono sulla propagazione della paura che, contrariamente ai luoghi comuni, non è che sia rifiutata dalla gente (che magari se ne lamenta, a parole) ma attira invece l’attenzione di quasi tutti, per cui è una manna, per i gestori dei canali tv. La paura, in tv, fa salire l’audience. Così come, del resto, quando in autostrada si verifica un incidente su una corsia, il grosso rischio, ampiamente dimostrato, è che nell’opposto senso di marcia si verifichino incidenti non meno gravi causati dai guidatori che, attirati dal sangue (degli altri), vogliono sbirciare fra i rottami.

Per accertare le indebite palate di guano che vengono sparse ogni giorno su lettori/ascoltatori, basti ricordare la vicenda Expo. Fino a una settimana prima della sua regolare apertura, quasi tutti i media italiani dicevano che i lavori non erano pronti, che essendo eccessivo il ritardo accumulato, Expo non si sarebbe aperta alla data stabilita, che nessuno aveva prenotato i biglietti, che gli alberghi di Milano erano rimasti a bocca asciutta, che gli stranieri sarebbero rimasti a casa. Ebbene, quando, nel giorno giusto, Expo 2015 ha regolarmente aperto i battenti e, in due giorni, ha accolto 400 mila visitatori, i media avrebbero dovuto chiedere scusa ai loro lettori per il fatto di averli presi per il naso, in un crescendo di allarmi, per almeno tre mesi. Invece nessuno ha fatto un plissé, come se le balle che loro hanno dispensato a tutti, con un enorme scialo di spazi o di tempi, le avessero raccontate altri. Non loro.

Ma i rovinografi sbugiardati dai fatti non si sono rassegnati. Sia pure dopo essere rimasti sbigottiti per un paio di giorni (il troppo, è troppo per tutti, anche per gli sfacciati) i rovinografi si sono subito rifatti vivi. Un quotidiano particolarmente pessimista (diciamo così) ha scoperto e documentato che nel tal padiglione perdeva acqua un frigorifero, nel tal ristorante era caduta una sedia sul piede di un bimbo (poàr nànu) che si è messo a strillare, che la pizza non era stata insaporita bene e in ogni caso costava troppo. Dario Fo, che è il più furbo di tutti, dopo aver annunciato, con tirate da geremiadi a pagamento (che sono le più convincenti), la non apertura dell’Expo, si è affacciato con la sua faccia tragica da comico triste dagli schermi di molte tv, per annunciare, sgomento: «Sono molto preoccupato per il dopo Expo».

Il disastro da lui prima annunciato, che non si era verificato, è stato da Fo spostato più avanti, con un abile gioco di destrezza. Persino la segretaria nazionale della Cgil, Susanna Camusso, adeguatamente valorizzata dai media, vuol sapere, con aria minacciosa,il numero vero dei biglietti dell’Expo venduti sinora. Con la segreta (ma non tanto) speranza che essi siano pochi. A parte il fatto che le si può rispondere che a lei, in quanto capo di un sindacato,non dovrebbe fregare nulla di questo dato, resta la circostanza che il leader della Cgil dovrebbe essere felice di constatare che un’iniziativa economica così strategica ha successo, anziché remare contro nella speranza che tutto vada per il peggio, a danno dell’economia nazionale e quindi anche dell’occupazione di cui un vertice sindacale dovrebbe essere tifoso.

Un altro episodio, lombardo questa volta, (ma che riguarda tutta l’Italia del Nord), è la nuova autostrada diretta Brescia-Milano che, per chi va o arrivi da Trieste-Venezia-Verona, offre, una volta arrivati a Brescia, la possibilità di percorrere l’ipotenusa Brescia-Milano anziché i cateti Brescia-Bergamo-Milano, con un’evidente riduzione del chilometraggio, oltre che dei tempi di percorrenza, dato che il nuovo tratto è anche meno intasato. Ai giornali milanesi, affetti da ecologismo patetico, che per anni avevano contrastato questa nuova autostrada, che invece è strategica per l’intera Italia del Nord, non è parso vero constatare che la Brebemi, nei primi giorni della sua apertura anticipata (anche questo avrebbe dovuto essere un exploit che andava, non dico valorizzato, ma almeno segnalato) la Brebemi, dicevo, era percorsa da poche auto anche se la sua immissione su Milano, non completata, avveniva sulla viabilità cittadina (e quindi era particolarmente difficoltosa) e se i cartelli di possibile deviazione del traffico sulla Venezia-Milano non erano ancora stati installati.

Da qui la stentorea geremiade di «cattedrale nel deserto», di «opera inutile», di «spreco di soldi» (anche se, in questo caso, è stato efficacemente usato lo strumento del project financing). La scorsa settimana, con l’inaugurazione della tangenziale est di Milano che conclude su Milano, la Brebemi, le infinite pagine dolenti sul progetto, troppo anticipatamente dichiarato defunto, sono state sonoramente e definitivamente smentite dai fatti. Infatti sulla Teem (la tangenziale est di Milano) il traffico è subito stato di 40 mila vetture (il doppio del preventivato) e sulla Brebemi è salito dai 20 mila ai 28 mila veicoli. Insomma una sonora e imbarazzante tranvata sul muso dei giornali e dei giornalisti dispeptici, con la piega amara alla bocca, sempre alla ricerca del pelo nell’uovo. Gente intenta a sfiancare chi ha voglia di investire e di fare. E che, con questo vizio dell’investimento addosso, creano dei posti di lavoro. Si meritano uno stentoreo «abbasso!». Altro che.

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