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L’Armenia accusa Mosca di ingerire nei propri affari sovrani. Mercoledì 18 settembre il Comitato Investigativo della Repubblica d’Armenia ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che sette persone saranno accusate di “prepararsi a usurpare il potere… usando la violenza e la minaccia di violenza per assumere i poteri del governo”. Cinque persone di nazionalità armena e due ex-residenti della regione del Nagorno Karabakh sarebbero state reclutate, per la cifra mensile di 220.000 rubli (equivalenti a circa 2.377 dollari) per seguire tre mesi di addestramento in Russia, dove avrebbero imparato ad utilizzare armi da fuoco di calibro pesante, e sarebbero stati sottoposti a una serie di controlli e di test eseguiti con la macchina della verità per determinare la loro fedeltà, prima di essere trasferiti alla “base militare di Arbat” sita a Rostov-on-Don, nella regione meridionale della Federazione. Alcune delle reclute si sarebbero rifiutate di partecipare all’addestramento e sarebbero tornate in Armenia, ha dichiarato il comitato, aggiungendo che l’intervento delle forze dell’ordine armene ha sventato il complotto.

Sebbene il comitato non abbia implicato le autorità russe nel presunto complotto, la notizia avrà certamente un impatto all’interno di un contesto di legami già tesi tra Mosca ed Erevan. Le relazioni tra l’Armenia e il suo alleato storico si sono infatti profondamente inasprite negli ultimi anni, soprattutto a partire dal dicembre del 2022, quando l’Azerbaigian ha messo in atto un blocco delle linee di rifornimento nella regione del Karabakh, causando una crisi umanitaria, e ancora di più dal settembre del 2023, quando le forze azere hanno messo in atto una campagna militare fulminea per ottenere il pieno controllo sulla regione contesa. L’inazione delle forze di pace russe, dispiegate nell’area in seguito al conflitto scoppiato nel 2020, è stata causa di veementi critiche rivolte da Erevan a Mosca, che però ha respinto le accuse sostenendo che le sue truppe non avevano il mandato per intervenire.

In tutta risposta, il Paese caucasico ha invertito la direzione della sua politica estera verso Occidente, iniziando con il congelamento della sua adesione all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (l’alleanza militare guidata da Mosca), inoltre, inviando aiuti umanitari all’Ucraina in lotta contro la Russia e organizzando esercitazioni congiunte con le forze armate statunitensi.

Dal canto suo il Cremlino ha ritirato il suo contingente di peace-keeping, e ha intessuto relazioni più strette con l’Azerbaigian, storico rivale dell’Armenia: il mese scorso il presidente azero Ilham Aliyev ha avuto colloqui amichevoli con il presidente Vladimir Putin a Baku. Mosca ha anche accusato l’Unione europea di aver sconfinato nella sua autodichiarata sfera di influenza (il cosiddetto near abroad) firmando accordi di partenariato con il governo armeno.

Parlando mercoledì, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha giurato che il reindirizzamento dell’Armenia verso l’Occidente continuerà. “Se vedremo una possibilità più o meno realistica di diventare un membro a pieno titolo dell’Unione Europea non perderemo quel momento”, ha affermato il leader caucasico. Che ha anche impiegato toni molto duri contro l’alleanza di cui ancora, anche se formalmente, il suo Paese fa parte: “Abbiamo congelato la nostra adesione alla Csto non solo perché la Csto non sta adempiendo ai suoi obblighi di garantire la sicurezza dell’Armenia, ma anche perché la Csto sta creando minacce alla sicurezza, all’esistenza e alla statualità dell’Armenia”, ha detto Pashinyan, asserendo come l’Armenia stia ancora aspettando risposte a domande sulla sua sicurezza. E più il silenzio continuerà, più l’Armenia si allontanerà dall’alleanza militare. Lasciando intendere che ci sono alte probabilità di una rottura permanente.

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