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Go West, Young Man (vai verso la costa occidentale, giovanotto) è stato per decenni il proverbio americano in cui si riassumevano i consigli da dare ad un giovane di belle speranze: la costa occidentale (non solo la California, ma anche lo Stato di Washington e l’Alaska) rappresentavano la “terra delle opportunità”.

La lettura dei resoconti del G-20 di Brisbane mi ha fatto tornare alla mente che tanti, tanti anni fa, suggerii di modificarlo in Go East, Young Man. Ero entrato in Banca mondiale, dopo debito concorso internazionale, a 26 anni appena compiuti (e mi ero allora sposato). I primi cinque di lavoro per la Banca furono sull’Estremo Oriente (Corea, Malesia, Singapore, Indonesia, Filippine) con rest stops (nei lunghi viaggi da Washington all’Estremo Oriente) a Tokyo. Per di più la mia segretaria era australiana e, quando cambiai incarico, ebbi sempre segretarie orientali (prima una giapponese, poi in successione due cino-mauriziane). Sono tornato in Estremo Oriente in vacanza con la famiglia nel 1992 e per lavoro, nell’ambito ASEM, più volte nello scorso decennio.

Il mio incarico comportava lunghi soggiorni a Singapore (alloggiavo in quel meraviglioso Raffles Hotel che è stato purtroppo modernizzato). Non riuscii ad imparare una parola di coreano (lingua uralica, quindi della stessa radice del turco, del magiaro e del finlandese) o di cinese oppure ancora di giapponese (lingue complicatissime) ma masticavo abbastanza Bahasa (lingua polinesiana di base di Malesia, Indonesia e Madagascar) da potere andare da solo al ristorante oppure tenere una breve conversazione. Quindi di avere una certa dimestichezza con la regione e di stringere anche rapporti di amicizia – ricordo in particolare quello con il Tunku (Principe, Duca) Patmanaban, segretario generazione della programmazione della Malesia, laureato a Oxford e quasi mio coetaneo.

Allora, tra la fine degli Anni Sessanta e l’inizio degli Anni Settanta, a me era chiaro che il futuro era nel Bacino del Pacifico: ne scrissi una serie di articoli per Il Sole-24 Ore, a cui collaboravo con uno pseudonimo. Occorre dire che non ero il primo ad avere un’intuizione del genere: a metà ottocento, William Henry Stewart, prima Segretario di Abraham Lincoln e poi suo Segretario di Stato, aveva avuto una visione analoga e spinto il Governo Usa (e le imprese USA) alla corsa all’Est (ossia alla California) ed all’acquisto dell’Alaska dalla Russia. Allora, il Bacino del Pacifico era ancora oggetto (da secoli) di scorrerie coloniali: i portoghesi e gli olandesi prima dei britannici, dei francesi, dei tedeschi e dei tentativi (andati in gran misura a vuoto) degli italiani. Era un gigante addormentato e zoppo, utilizzato principalmente come base commerciale e per l’acquisto di spezie. La Cina, per timore che il resto del mondo scoprisse la tecnologia da essa sviluppata si era ritirata in isolamento bruciando, nel 1433, una flotta dotata di caravelle ciascuna delle quali aveva una stazza pari a dieci volte quella delle navi che portarono Cristoforo Colombo verso le Americhe.

Il Bacino del Pacifico si era “svegliato” già prima della Seconda Guerra Mondiale. Ma pochi se ne erano accorti. Il vero risveglio è stato negli Anni Sessanta e Settanta quando i principali Paesi hanno creato, utilizzando al meglio la profonda etica del lavoro (non solo dei cinesi ma anche degli altri, malignati per secoli dalle potenze coloniali), il forte senso dell’istruzione e del “miglioramento di se stessi”, e le marcate identità nazionali (associate perciò con vibrante senso dello Stato), per dare vita a politiche industriali aggressive spesso indirizzate dalla mano pubblica e soprattutto per mettere fine al monopolio del progresso tecnologico detenuto, dal 1830 o giù di lì, da un piccolo gruppo di Paesi dell’Europa e del Nord America (con le loro appendici negli antipodi circondati dal Pacifico). Hanno anche creato una rete di interdipendenze in cui la Cina è centrale, gli Usa l’alleato preferito, i Paesi dell’America Latina che si affacciano sul Bacino gli alleati potenziali, la Russia un possibile partner e l’Unione Europea un confuso aggregato in cui solo poche Nazioni sono affidabili.

Esistono biblioteche intere sulla materia. Importanti i libri di Michael Plummer, grande specialista e direttore del Centro di Bologna della Johns Hopkins University. Non sta a me, quindi, aggiungere altro di contenutistico. Mi chiedo, però, se il viaggio nel Bacino del Pacifico per il G-20, abbia aperto qualche finestra al young man Presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi. Le politiche di crescita seguita dai Paesi del Bacino soprattutto di quelli colpiti dalla “crisi asiatica” del 1997-99 sono state marcatamente differenti da quelle che emergono dalla Legge di Stabilità e dal Jobs Act.

Vale una riflessione? Un seminario?

(foto: Palazzo Chigi/Flickr)

La lezione asiatica per Renzi dopo il G-20 di Brisbane

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