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“C’è una discreta coincidenza fra l’azione del governo e i desiderata della società: Meloni non sarà spazzata via dalla protesta sociale. Durerà tutta la legislatura, salvo imprevisti”. Lo conferma a Formiche.net (due anni dopo) il prof. Carlo Galli, docente dell’Alma Mater Università di Bologna e uno dei politologi più prestigiosi del panorama nazionale. L’occasione è il traguardo dei quattro anni al governo, utile per analizzare con chi 24 mesi fa aveva previsto più o meno tutto, Vannacci incluso.

Giorgia Meloni durerà cinque anni, ha detto a Formiche.net in una intervista di due anni fa. Perché, già nel 2024, ne era convinto?

Prima di tutto per la scarsa capacità di proposta politica da parte della opposizione, una scarsa capacità che permane anche oggi e, va detto a merito del governo, per l’abilità con la quale si muove la presidente del Consiglio. Questo non è da parte mia un consenso, ma è la constatazione di una capacità tattica che le viene dalla sua esperienza politica.

Nel 2024 dunque che situazione c’era?

C’era una situazione analoga a quella di oggi per quanto riguarda i rapporti di forza interni della maggioranza di centrodestra, cioè una nettissima prevalenza di Fratelli d’Italia che non spegneva del tutto, ma rendeva gestibili i problemi, le contraddizioni, le fratture interne alla coalizione e anche a ciascuno dei partiti che la compongono. Nulla è cambiato rispetto a ciò, anzi il dislivello fra FdI e gli altri partiti di governo è aumentato. Nel frattempo c’è stato un appesantimento del conflitto ucraino, rispetto al quale l’Italia ha un atteggiamento abbastanza abile (anche questo non è un consenso, ma è una constatazione), collocandosi dalla parte dell’occidente, ma senza fare il primo della classe. Inoltre c’è stata una imprevista rottura con Trump che però, al di là del dato personale, probabilmente non sta producendo effetti sistemici sulle relazioni con gli Usa.

Ma oggi c’è Vannacci…

Certamente, e ne parleremo. Ma c’è stata anche la sconfitta al referendum, su un tema che non è tipico di Fratelli d’Italia ma a cui è stato dato il via libera perché faceva parte dei patti fra i partiti di centrodestra. Il referendum è stato un campanello d’allarme e probabilmente ha prodotto e produce ancora inquietudine dentro la maggioranza. Vannacci, da parte sua, sta dicendo che il re è nudo, e che il governo ha condotto una politica se non nei singoli ambiti certo strutturalmente affine a quanto viene richiesto dal sistema di potere internazionale dentro al quale siamo collocati: Nato e Ue. Di fatto Meloni ha implementato l’agenda Draghi (avanzo primario, accento sulle esportazioni, bassi salati) e così ha sostanzialmente disatteso alcune passate promesse più radicali di trasformazione dell’assetto socio-economico del Paese. Promesse che in parte erano contenute nel programma elettorale del 2022. Dico in parte perché quelle promesse erano evidentissime quando nacque Fratelli d’Italia (dicembre 2012), ma nel frattempo si erano parecchio diluite. Aggiungo che la sconfitta referendaria è una lezione di cui probabilmente Meloni non aveva bisogno: la lezione che in Italia non si devono fare grandi e bruschi cambiamenti. Questo Paese va governato senza strappi e va portato dove lo si vuole portare, attraverso molti passaggi di carattere tattico che, sommati l’uno all’altro, alla fine producono un risultato strategico. Del resto, nessuno dei grandi progetti della destra è stato realizzato: mi riferisco alla riforma del rapporto fra l’ordine giudiziario e il sistema politico, all’autonomia differenziata, al ponte sullo Stretto, al premierato.

Sulla difesa dei confini l’Ue si è adeguata a Roma…

In questo ambito, che per gli elettori di centrodestra è importante, c’è stato qualche successo italiano perché nel frattempo il problema è diventato un problema per molti Stati europei, che hanno acconsentito ad assumere atteggiamenti più vicini al sistema di pensiero del centrodestra, anche se su altre questioni – penso alla crisi di Ceuta o alla riforma del trattato di Dublino – l’Italia è più isolata. L’idea di fondo che mi aveva spinto anni fa e che mi conforta oggi a ribadire la mia ipotesi interpretativa è che questo è un governo che procede per piccoli passi, tutti in una direzione, verso quello che loro chiamano conservatorismo. Questo procedere lento a piccoli passi non urta sostanzialmente la sensibilità degli italiani così che si può parlare di una certa aderenza della linea di governo alla mentalità diffusa. Eppure, soprattutto la questione dei bassi salari (ma anche della Sanità) smentisce in parte la narrazione del governo. Vi è una discrasia rispetto a una parte della popolazione, nel senso che la coperta del governo non copre tutta la società, e che non resta fuori soltanto la parte rappresentata dalla opposizione di sinistra, bensì anche una parte di società più debole e marginale che si trova a essere in qualche modo esterna, estranea, delusa, da ciò che fa il governo. Questa parte va verso l’astensione o va verso Vannacci. Il quale intercetta una insoddisfazione esistenziale, radicale, di origine economica, e asseconda l’orientamento di questa sofferenza reale verso una dimensione simbolica, verso l’insofferenza per lo straniero e il “diverso”.

Oggi è più che verosimile che il governo duri l’intera legislatura?

C’è una discreta coincidenza fra l’azione del governo e i desiderata della società: Meloni non sarà spazzata via dalla protesta sociale. Durerà tutta la legislatura, salvo imprevisti. Ma certo la società ha in sé sofferenze, anche gravi, che non sono intercettate dalla sinistra ma che confluiscono nell’astensione o in Vannacci. Che per il governo è un problema, sia pure non del tutto inaspettato. La linea di Meloni, di governare in modo da non creare discontinuità e da non consentire grandi scontri politici (l’unico che c’è stato, quello sul referendum, lo ha perso) non poteva essere gradita a chi ha bisogno di qualcosa di più radicale. La vera questione è se la frattura a destra sarà ricomposta o se, permanendo e aggravandosi, favorirà gli avversari dell’attuale maggioranza.

Ma Vannacci non sa produrre proposte praticabili. Su questo tema c’è un altro elemento che il governo ha utilizzato anche per allargare il consenso: il decreto primo maggio, che ha ridato fiato alla contrattazione sindacale contro i contratti pirata. Se lo aspettava?

Nell’ambito della prudenza che ha caratterizzato la destra, una prudenza di segno conservatore sia ben chiaro, c’è anche il fatto che si evita, per quanto è possibile, il conflitto con le forze reali del Paese: Confindustria e sindacati. Il concetto di polemica politica non è certamente estraneo a questo governo e, anzi, vi è una propensione al conflitto, ma è più spesso un conflitto di carattere culturale e simbolico: tutte le volte che la sinistra dice qualche cosa di discutibile, sbagliato o fraintendibile, si interviene anche strumentalmente (il caso Bonaccini ne è un esempio). Il principio di fondo è che la società va guidata verso una direzione (di destra) con una serie di provvedimenti tattici, fra cui c’è anche il decreto primo maggio, che viene incontro ad alcune richieste sindacali. Teniamo anche conto del fatto che uno dei modi attraverso i quali si ottiene una relativa neutralizzazione dei possibili conflitti è che c’è una guerra vera, in Ucraina, e che da molte parti si afferma l’esigenza di far capire l’importanza e la gravità della questione difensiva e militare. Su questo punto Meloni è stata abbastanza ferma, ma senza esagerazioni e anzi prendendo in parte le distanze da alcune decisioni più radicali dei partner occidentali (parsimonia nel cedere armi offensive, rifiuto di truppe italiane a manovre in Ucraina). Eppure, l’inoculazione di ansia nel corpo sociale prosegue, e aiuta a maniere un clima politico concentrato su nemici e avversari esterni, e non su questioni strutturali interne.

Meloni dieci anni dopo: come è cambiata?

Meloni nel governo Berlusconi era moderata; quando ha fondato FdI aveva invece posizioni più radicali. Nell’avvicinarsi al governo, e nell’esercitarlo, non ha abdicato a nessuna convinzione di destra, ma ha tenuto un comportamento più prudente. E ciò le è stato utile. Le contraddizioni, che ci sono, sono state contenute, ed eventualmente esploderanno in sede elettorale, non prima.

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