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Di fronte ai risultati positivi in fatto di emissioni di gas serra in Europa – il relativo rapporto della Commissione registra un calo del 3,2% nel 2023 sull’anno precedente – merita far chiarezza sulle tipologie di emissione e su chi ne è responsabile.

Va ricordato infatti che anidride carbonica e metano non sono la stessa cosa. Al netto della loro rispettiva composizione molecolare, la variabile che li distingue è il tempo di durata nell’atmosfera. Mentre la CO2 vi resta per secoli, se non millenni, il metano viene smaltito tra i 9 e i 12 anni. Da qui il distinguo concettuale tra gas di stock e gas di flusso.
D’altra parte, anche il metano è un gas clima alterante. Ecco perché, dal 2020, l’Unione Europea ha intensificato la regolamentazione delle sue emissioni. L’obiettivo del “Global Methane Pledge” – ridurre del 30% le emissioni di metano entro il 2030 – rappresenta un impegno concreto e mirato ad affrontare le emissioni di metano in Europa e a livello globale. A questo proposito, l’impegno speso dalla filiera degli allevamenti di intensificare le proprie best practice in termini di economia circolare meriterebbe una maggiore valorizzazione. Anche per controbilanciare il dibattito che vede il settore spesso e ingiustamente vittima di attacchi ideologici.

Tuttavia, proprio per la distinzione tra gas di stock e di flusso, emerge la necessità di introdurre nuove metriche, superando così lo standard di conversione di tutti i gas a CO2 equivalente.

Qui però subentra un secondo elemento. Le emissioni di metano possono essere naturali, e quindi ineluttabili. Per esempio, quelle generate dai processi di fermentazione delle biomasse nelle paludi. Oppure riconducili alle attività umane, da cui parte un’ulteriore distinzione.

Da un lato, abbiamo le emissioni fuggitive di metano da fonti fossili. Queste comprendono perdite non intenzionali durante l’estrazione, il trasporto e la distribuzione di combustibili come gas naturale e petrolio, ma anche quelle derivanti dalle miniere di carbone, in particolare quelle abbandonate. Le emissioni fuggitive rappresentano una perdita totalmente improduttiva, non rientrano in un ciclo naturale e non contribuiscono all’economia circolare.

Dall’altro, abbiamo il metano biogenico, che fa parte di un ciclo del carbonio di breve termine e rinnovabile, in cui il carbonio viene assorbito dalle piante, consumato dagli animali e riemesso come metano. Il ciclo si chiude quando questo metano, dopo un periodo di circa 12 anni, si ossida e si trasforma in CO2, che a sua volta viene riassorbita dalle piante. Questa ciclicità è un elemento distintivo della circolarità della filiera degli allevamenti.

Tuttavia, sul tema delle emissioni di metano, gli allevamenti zootecnici sono indicati erroneamente come responsabili di una quota delle emissioni globali di metano. Ma il confronto tra il metano derivante dalle emissioni fuggitive dei combustibili fossili e il metano biogenico è del tutto incongruente.

Gli allevamenti, infatti, trasformano biomassa non digeribile dagli esseri umani in alimenti ricchi di proteine come carne e latte. Questo processo non solo contribuisce alla sicurezza alimentare globale, ma ottimizza risorse che altrimenti non sarebbero valorizzate. La capacità dei ruminanti di convertire cellulosa (che gli esseri umani non possono digerire) in proteine utili rappresenta una forma di riciclo naturale, minimizzando l’impatto ambientale delle risorse utilizzate che, altrimenti, dovrebbero essere smaltite con conseguenti impatti economici e ambientali.

Inoltre, il settore zootecnico ha già implementato diverse strategie per ridurre le proprie emissioni: tra queste troviamo miglioramenti nella gestione della dieta animale, con integratori che diminuiscono la produzione di metano e l’impiego di buone pratiche di allevamento mirate a ridurre l’impronta ambientale del settore.

Anche il perfezionamento delle pratiche di gestione dei reflui zootecnici contribuisce alla riduzione delle emissioni di metano, inserendo l’allevamento in un quadro di maggiore sostenibilità. Infatti attraverso l’utilizzo di impianti di biogas e biometano, oltre a ridurre le emissioni degli effluenti di stalla, si riduce anche il consumo di combustibili fossili, comportando così un duplice vantaggio ambientale.

Il confronto tra allevamenti e industrie energetiche è sbagliato quanto mettere sullo stesso piano il fumo generato da una sigaretta, nocivo sotto ogni aspetto, e quello originato dal cucinare, conseguenza inevitabile di un’attività necessaria. È cruciale invece comprendere che le emissioni di metano derivanti dalla fermentazione enterica dei ruminanti (un processo che avviene nello stomaco degli animali durante la digestione) sono parte di un ciclo naturale, mentre il metano fossile derivante dalle emissioni fuggitive, intrappolato nel sottosuolo per milioni di anni, rappresenta un’immissione netta di carbonio nell’atmosfera.

Emissioni di metano, il ruolo della zootecnia spiegato da Picasso

Di Antonio Picasso

Anidride carbonica e metano non sono la stessa cosa. Al netto della loro rispettiva composizione molecolare, la variabile che li distingue è il tempo di durata nell’atmosfera. Il commento di Antonio Picasso, direttore generale di Competere

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