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Una volta, in un’intervista alla Stampa, Giulio Andreotti disse: «Se fossi nato in un campo profughi del Libano, forse sarei diventato anch’io un terrorista». Il contesto è tutto nella vita, e quello libanese era effettivamente lo scenario perfetto per l’attecchimento delle istanze radicali che portano al terrorismo. Era, dai Settanta ai Novanta, è tornato adesso.

La guerra civile siriana, striscia dai confini orientali del Paese fino al resto del Paese. Poi c’è l’enorme emergenza umanitaria creata dal conflitto: dall’inizio della crisi sono arrivati in Libano 1 milione e mezzo di rifugiati (le stime dell’Unhcr, Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, parlano di un milione e 135 mila persone regolarmente registrate, ma poco cambia). Queste, si aggiungo ai già presenti 500 mila profughi palestinesi: la situazione è paradossale, perché la popolazione libanese conta 4 milioni di persone, ed è ovvio che non possa sostenere un peso umanitario pari più o meno alla metà delle sue stesse dimensioni.

«Chiunque passi il confine siriano-libanese sarà interrogato e dovrà avere una ragione umanitaria per entrare», aveva dichiarato Rashid Derbas, ministro degli Affari sociali libanesi. Solo che non è andata proprio così, anche perché i campi stessi sono diventati punti di reclutamento, rifugio, e organizzazione per i jihadisti.

In Libano, a differenza di altri paesi che offrono ospitalità ai profughi siriani, la situazione è resa estremizzata dal ruolo attivissimo nel conflitto, svolto dalle brigate militari di Hezbollah. Per essere chiari: anche tra i profughi arrivati in Turchia si mischiano i jihadisti, ma il paese di Erdogan è (ed è stato da sempre) molto “aperto” nei confronti dei militanti, e così non subisce ripercussioni interne (permettere il transito di uomini e attrezzature attraverso il proprio territorio e dai propri confini, sotto questo aspetto ripaga).

Beirut, invece, si trova esposta sul lato opposto dei miliziani combattenti: gli uomini di Hez stanno combattendo al fianco dei lealisti siriani di Assad, e questo basta per rappresentare il paese come nemico dei sunniti. E per tempestarlo di attacchi e attentati. Un paese difficile, in equilibrio sempre precario, che ultimamente sta vivendo un’escalation di violenze all’interno del proprio territorio.

Durante la serata di sabato, un attentato a Tripoli ha ucciso nove persone e ne ha ferite altre trenta. Due uomini si sono fatti esplodere in un bar piuttosto affollato del quartiere Jabal Mohsen, la zona alawita (la setta sciita a cui appartiene il presidente Assad) della città costiera settentrionale – Tripoli si trova sulla costa, in uno dei punti più lontani dal confine siriano, teoricamente considerati sicuri, sebbene in passato la maggioranza sunnita cittadina e la minoranza sciita-alawita hanno passato lunghi periodi di tensione.

La rivendicazione dell’attaccato è stata firmata dalla Jahbat al-Nusra, la filiale qaedista in Siria. Si tratta del primo grande attacco terroristico subito dal Libano, dopo i mesi di relativa calma, seguiti ai combattimenti tra militanti sunniti e truppe governative, che hanno portato all’uccisione di 11 soldati, cinque civili e circa due dozzine di militanti. (Quando in Libano ci sono attentati e eventi legati alla violenza settaria, si aprono sempre gli spettri di un inquietante passato).

***

Le forze di sicurezza libanesi, poche ore fa, hanno operato un blitz all’interno del carcere di Roumieh: secondo informazioni captate dall’intelligence, il penitenziario sarebbe diventato una sala operativa dello Stato Islamico ─ non sarebbe la prima volta che questo succede, visto che a quanto pare la storia dell’IS nasce proprio da un carcere iracheno, Camp Bucca.

I funzionari militari libanesi avrebbero intercettato una serie di telefonate (e contatti Skype) provenienti da dentro le celle, collegate proprio all’attentato a Tripoli. Solo che, nonostante la rivendicazione, il ministro dell’Interno Nohad Machnouk ha dichiarato che il carcere era «una sala operativa per il Da’ish». Dai’sh (o Daesh) è un termine dispregiativo, arabo, con cui viene indicato lo Stato Islamico. E cioè un gruppo che non si trova esattamente nella stessa posizione di al-Qaeda, anzi, tra i due, le questioni si stanno risolvendo con le armi.

L’incongruenza è interessante, perché è del tutto analoga a quella che esce dalle prime ricostruzioni dei fatti di Parigi. Anche in quel caso, mentre i due fratelli Kouachi dichiaravano di appartenere ad al-Qaeda in Yemen (ormai nota come Aqap), l’attentatore del negozio kosher, Amedy Coulibaly, nel video diffuso dopo l’attacco, spiegava di essere in missione per conto dello Stato Islamico. Collegamenti finora impossibili, visto le opposte posizioni ideologiche rappresentate dal gruppo di Zawahiri e da quello di Baghdadi.

Se in Libano si può trattare di una corsa per “mettere il cappello sul colpo grosso”, in Francia, la disconnessione, può rappresentare un indizio verso la pista dei “cani sciolti”. Elementi che hanno avuto contatto con il mondo jihadista, ma che non hanno operato sotto egida diretta di nessuno gruppo combattente. Ma per il momento sono solo ipotesi.

A meno che tra al-Qaeda e il Califfo, non sia caduta la pace: altra ipotesi, molto improbabile francamente, anche se tempo fa qualcuno ne aveva parlato.

@danemblog

 

 

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