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Meglio soci esteri o italiani? E’ una delle domande clou che si stanno ponendo i vertici di Eni che puntano a dismettere la quota di controllo di Saipem. “Il processo di vendita è stato avviato. Non è una cosa in fretta e furia, non vogliamo fare lo spezzatino”, ha detto l’ad del Cane a sei zampe, Claudio Descalzi, nel corso di una recente audizione parlamentare.

Meglio vendere a cinesi e russi o meglio convincere partner italiani? E chi se non la Cassa depositi e prestiti può rilevare parte o tutta la quota di Saipem posseduta dal colosso energetico. Al momento, secondo la ricostruzione di Formiche.net, un eventuale intervento della Cdp, che è controllata dal Tesoro, potrebbe essere appannaggio più che dal Fondo strategico Fsi direttamente dalla capogruppo presieduta da Franco Bassanini e guidata dall’ad, Giovanni Gorno Tempini.

LE DOMANDE DEL CORRIERE

Ma se Saipem si stacca dal Cane a sei zampe, chi e come la finanzierà? E come sarà coperto il debito: con emissioni obbligazionarie? Rifinanziato dalle banche, a costi più alti? Ripianato dal compratore?”, si chiede oggi il Corriere Economia, dorso del lunedì del quotidiano diretto da Ferruccio de Bortoli: “Ai prezzi attuali di Borsa il valore del 43% di Saipem in mano all’Eni è sui 2,3 miliardi. Aggiungendo pro-quota il debito, il costo per un eventuale compratore (si è parlato di Rosneft e Samsung, ma non c’è conferma) sarebbe sui cinque miliardi. Se fossero pagati all’Eni potrebbero alimentare le casse del Tesoro”.

L’OPINIONE DEL BOCCONIANO

«Saipem fa parte del gruppo Eni ma opera anche per i suoi concorrenti — nota Stefano Caselli, prorettore dell’Università Bocconi, che per Corriere Economia ha analizzato i bilanci dell’azienda —. Il piano industriale dell’Eni, con la gestione post-Scaroni, è di concentrarsi sul petrolio e si ritiene perciò che Saipem possa vivere di vita propria. Con la cessione, Eni migliora la propria posizione finanziaria, ma dal punto di vista industriale forse non è la scelta migliore. Probabilmente basterebbe ridurre il debito della controllata, che è elevato e massicciamente finanziato con la capogruppo. Prima della vendita va risolto questo aspetto che avrà ripercussioni sul conto economico Saipem, per l’aumento degli oneri finanziari».

I NUMERI DI SAIPEM

Saipem – ricorda il Corriere Economia – è l’azienda che ha smantellato la Concordia. Impiega 48.607 persone nel mondo (oltre 9 mila in più in quattro anni), ha un gran numero di super-ingegneri, eccelle nell’attività sottomarina. Lavora per le compagnie petrolifere con due rami: la perforazione (drilling), cioè i pozzi, che generano margini; e l’Ingegneria e Costruzione: progetti di raffinerie, impianti sottomarini, gasdotti. Che nella parte onshore (a terra) sono andati meno bene.

IL BUSINESS DELLA SOCIETA’

Si è aggiudicata quest’anno un contratto da 2 miliardi per il gasdotto South Stream, con Gazprom; ha costruito il North Stream e il Blue Stream. «È un’azienda con competenze alte e contatti commerciali nel mondo — dice Caselli —. Ma è stata condotta negli anni scorsi in modo discutibile. Con quel debito, il rischio è che sia svenduta».

L’ANALISI DEL PROF CASELLI DELLA BOCCONI

Ecco quello che scrive il Corriere Economia: “Dall’analisi dei bilanci degli ultimi quattro anni, è evidente l’influsso degli scandali della passata gestione, a partire dall’accusa di tangenti in Algeria mossa nel 2012 (l’indagine della Procura di Milano è ancora aperta) che portò al ricambio del vertice. I ricavi sono scesi nel 2013 a 12,256 miliardi: -7% dal 2012 e -3% dal 2011. Il margine operativo lordo a 871 milioni è più che dimezzato rispetto all’anno prima e quasi un terzo del 2011. L’utile netto è scomparso lasciando il posto a una perdita di 159 milioni: in due anni sono stati bruciati margini per oltre un miliardo. Pesano le svalutazioni successive ai due profit warning (allarmi sugli utili) del 2013, che smossero la Consob. E la scoperta di progetti critici, con poca profittabilità. Giù anche gli investimenti a 908 milioni, quasi la metà del 2010. In compenso nei nove mesi 2014 sono stati acquisiti nuovi ordini per 14,99 miliardi, quasi il doppio sullo stesso periodo 2013. È importante visto che tra i punti di debolezza sui conti 2013, nota Caselli, c’è l’esigenza d’incrementare il portafoglio.  Per il riconfermato capoazienda Umberto Vergine, insediatosi a fine 2012, si tratta ora di fare uscire la farfalla della Nuova Saipem dal bozzolo incartapecorito della Vecchia Saipem. In Borsa la capitalizzazione si è dimezzata in un anno a 6,86 miliardi e nei giorni scorsi il crollo dei prezzi del petrolio ha fatto il resto, portando il titolo giovedì a 12,17 euro: -42% in cinque mesi”.

Saipem verso la Cassa depositi e prestiti?

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