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C’è dunque un giudice persino a Palermo, potrebbe dire lo storico mugnaio di Postdam se, più di trecento anni dopo i soprusi patiti nella speranza di trovare finalmente giustizia a Berlino, potesse vedere e commentare ciò che è appena accaduto al processo palermitano sulla presunta trattativa fra pezzi dello Stato e di Cosa Nostra nella ormai lontana stagione delle stragi di mafia. Un processo i cui giudici di Corte d’Assise hanno sì subìto le iniziative della Procura per coinvolgere come testimone il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ma hanno trovato la forza e il buon senso di rifiutare la ciliegina sulla torta pretesa dall’accusa quando ha condiviso lo scenario reclamato dai boss mafiosi Salvatore Riina e Leoluca Bagarella.

Questi ultimi dalle loro celle, dove scontano pene meritatissime, avrebbero voluto partecipare il 28 ottobre, in collegamento televisivo con il Quirinale, alla deposizione, già di per sé clamorosa e assai discutibile, di un Capo dello Stato dichiaratosi all’oscuro di ciò che l’accusa vorrebbe sentirsi dire da lui.

In particolare, e nonostante l’assenza di elementi già annunciata dall’interessato, l’accusa vorrebbe che Napolitano parlasse per conto del suo defunto consigliere giuridico Loris D’Ambrosio e ne spiegasse “il timore”, espressogli in una lettera più di due anni fa, di poter essere stato “considerato un ingenuo scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi” all’epoca delle stragi mafiose. Quando lui, il povero D’Ambrosio, lavorava come magistrato distaccato al Ministero della Giustizia. E si trovò forse ad esprimere pareri o a predisporre misure poi scambiate – per esempio in materia di mancati rinnovi del trattamento carcerario duro – per favori chiesti dalla mafia in cambio della rinuncia a proseguire nelle stragi.

Di quelle misure tuttavia si è poi assunto per intero le responsabilità, proprio davanti agli inquirenti di Palermo, l’allora Guardasigilli Giovanni Conso vantando un’assoluta buona fede nell’esercizio delle sue funzioni. E senza incorrere – va precisato – in imputazioni che avrebbero fatto perdere competenza a quegli inquirenti per investire il tribunale dei ministri, con la preventiva autorizzazione del Parlamento.

Riina, finito in manette dopo una lunghissima latitanza proprio in concomitanza o a seguito della presunta trattativa oggetto del processo in corso a Palermo, dovrà accontentarsi di essere rappresentato dal suo difensore durante la deposizione di Napolitano. Così pure il boss Bagarella, che – chissà perché – il computer trasforma abitualmente in Cagarella, obbligandomi alle procedure di correzione. Ai loro avvocati, forti del sostegno ricevuto dall’accusa nelle loro pretese, resta ora solo l’annuncio o la minaccia di ricorsi finalizzati persino all’annullamento del processo.

E’ proprio la posizione presa dall’accusa, più ancora della pretesa dei boss e dei loro difensori, ad essere uscita con le ossa rotte dal no deciso dalla Corte d’Assise. Una posizione, quella della Procura di Palermo, appesa a una lettura astratta e insieme opportunistica del codice di procedura penale. Astratta perché avulsa dalla “immunità” del Quirinale certificata dalla Corte Costituzionale e ricordata dai giudici per tenerne lontani anche in teleconferenza Riina e Bagarella. Opportunistica perché il collegamento dei due boss con il Colle, anche solo in videoconferenza, si sarebbe trasformata solo in un ulteriore contributo a quella brutta “logica di teatro” lamentata a ragione dal giurista Giovanni Pellegrino dopo la disposizione di far testimoniare il capo dello Stato.

Questa logica di teatro ha già procurato molti danni all’intera vicenda giudiziaria della presunta trattativa, adatta più ad un film che a un processo. E neppure ad un film di successo, vista la scarsa affluenza riscossa finora nelle sale cinematografiche dal lavoro omonimo di Sabina Guzzanti.

Francesco Damato

C'è un giudice persino a Palermo

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