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“Li ho spianati”. Così Matteo Renzi – secondo le entusiastiche cronache dei giornalisti più renziani dello stesso Renzi – avrebbe commentato l’esito della direzione del Pd: 130 sì, 20 no e 11 astenuti sul documento proposto dalla segreteria del Pd per il nuovo Jobs Act.

Ad essere stati spianati, secondo le cronache super renziane, sono ovviamente Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani, corrosi dal rancore e dall’astio verso quel bulletto di segretario che li sballotta da mane a sera.

Ma in che cosa li ha spianati? Renzi ha rottamato davvero l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori? Cerchiamo di fare chiarezza. In base a quanto si è capito ieri dalla lettura del documento posto in votazione alla direzione del Pd, l’articolo 18 resta per i licenziamenti discriminatori e disciplinari.

Breve promemoria. L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori regola i licenziamenti per le aziende che hanno più di 15 dipendenti. L’ultima modifica è di due anni fa, targata governo Monti. Il licenziamento discriminatorio, per motivi politici o religiosi, è nullo. Questa tipologia non è stata toccata dalla riforma del governo Monti e in realtà non può essere materia di trattativa, perché vietato dai princìpi della Costituzione. Il licenziamento disciplinare, motivato dal comportamento del lavoratore, può portare al reintegro nel posto se così stabilito dal giudice. Quello economico, che riguarda l’attività produttiva o l’organizzazione del lavoro, può portare ad un indennizzo fino ad un massimo  di 24 mensilità ma può scattare anche il reintegro  se il giudice accerta che la motivazione economica era manifestamente infondata.

Ricapitolando: il Pd ieri ha votato una sorta di sarchiapone in cui solo il licenziamento economico infondato non prevede più la possibilità della reintegra ma solo un indennizzo. Una fattispecie, quella del licenziamento economico illegittimo, definita dalla stessa minoranza del Pd “residuale” (parole di D’Alema). Dunque non si comprendono i toni trionfalistici dei renziani doc o di nuovo conio. Quello approvato (non da D’Alema) è un documento che una quindicina di anni fa avrebbe potuto approvare anche D’Alema, quando era consigliato da Nicola Rossi, ad esempio.

Il sarchiapone si delinea sempre più se si considera che la riforma dell’articolo 18, nel documento votato ieri, è posto alla fine di una lunga serie di enunciazioni in vista del Jobs Act zeppe di estensioni di diritti, di salari minimi per tutti e di nuovi e più corposi ammortizzatori sociali universalistici. Un panorama paradisiaco, anzi scandinavo. Peccato che le risorse per questo eden non ci sono e il miliardino e mezzo evocato da Renzi non è sufficiente per sostituire l’attuale cassa integrazione e allargare lo spettro degli ammortizzatori.

Conclusione: obiettivi e princìpi sono in larga parte condivisibili, sono vacui o insufficienti gli strumenti.

Tanto rumore per nulla? Si spera di sbagliare.

Pd e articolo 18, tanto rumore per nulla?

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