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Nel lessico giornalistico, e persino in quello di alcuni politologi che vanno per la maggiore, consociativismo è quasi una parolaccia (se non l’equivalente dell’ingiurioso inciucio) con la quale demonizzare l’avversione per personalità da cui un tempo si prendevano ordini. Ma il consociativismo, dettato normalmente da stati di necessità, ha dominato la vita pubblica nazionale dal momento della defenestrazione di Mussolini sino all’intero biennio costituente, e successivamente, suggerendo varie interpretazioni: nobili, meno nobili, ripudiabili.

L’espressione è stata peraltro largamente usata negli anni del centrismo; nel corso dell’intera esperienza del centro-sinistra vero; nella fase del socialismo rampante che sgomitava per sostituirsi ad una più forte democrazia cristiana (che non si riusciva a schiodare dal potere) e non riusciva a ridimensionarne l’egemonismo comunista, sempre più abile e opportunista in qualsiasi contingenza storica. L’espressione è  tornata ad essere rispolverata negli ultimissimi tempi  in termini spregiativi: come se davvero consociativismo sia un male assoluto dal quale guardarsi e da rifiutare aprioristicamente.

Consociativismo è in realtà termine polivalente: indica dei comportamenti reali (consociative furono la stessa esarchia postfascista e la compromissione tra comunismo e monarchia sabauda); le situazioni temute da un certo integralismo laicista (la fantomatica repubblica conciliare di Spadolini); registra una situazione di convergenza fra opposti (che consociativa non è, ma concerne il tentativo di riordinare le idee, i metodi e le relazioni parlamentari in fasi eccezionali). Fasi tipo l’inarrestabile crisi economica che stiamo vivendo da almeno un lustro; l’urgenza di un radicale riordino dell’ordinamento costituzionale dello Stato; le modalità minime di collaborazione delle forze politiche su cui si fonda lo Stato democratico italiano in presenza di una guerra religioso-colonialista scatenata dal Califfato e dal suo esercito di tagliagole.

Da qualche tempo Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliariello, due big del Nuovo centrodestra e già colonnelli indiscutibili del berlusconismo, vanno accusando di consociativismo i partner del patto del Nazareno, Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, l’uno premier, l’altro capo dell’opposizione; non badando alla piccola circostanza che, se inciuci o compromessi al ribasso vi sono, questi riguardano proprio le intese di governo fra gli uomini di Renzi, i ministri di Alfano e del Ncd, tutti a suo tempo  cooptati da Berlusconi perché potessero ben figurare in un più fresco ceto politico, appagato in quanto ben insediato nel potere.

Non si comprende, dunque, perché si dovrebbe considerare consociativista Berlusconi per le sue intese su grandi riforme istituzionali e costituzionali, e anticonsociativisti gli ora generali Cicchitto e Quagliariello, che non riescono a giustificare nella maniera opportuna il loro ministerialismo (questo sì dal sapore accomodante). Tanto più che il ministerialismo non può essere assunto come un battistrada per l’eventuale ritorno di Berlusconi in una maggioranza parlamentare col Pd renziano (non proprio omogeneo al proprio interno, e giustamente ritenuto alternativo al centro politico). Purtroppo, questo è, invece, uno dei motivi per i quali i moderati italiani si mantengono divisi e non riescono ancora a trovare la chiave di una riaggregazione, che peraltro ciascuno dei ministerialisti coltiva nel proprio seno.

Renzi, Berlusconi e le farlocche accuse di consociativismo

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