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Può succedere (o profilarsi) il meglio o il peggio, ma borse e bond si comportano come se si trovassero in un mondo noiosamente tranquillo, strutturalmente solido e privo di inflazione e di deflazione. Solo l’euro procede veloce (anche lui senza sbalzi o rintracciamenti, esattamente come è stato il caso per lo yen nel novembre-dicembre dell’anno scorso) verso un aggressivo ridimensionamento.

Per i politici europei l’euro debole risolve molti problemi potenzialmente esplosivi. Il primo è la sopravvivenza stessa della valuta unica e il mantenimento nel suo perimetro dell’Italia. Il secondo è la provvista di ossigeno per l’altro grande malato, la Francia. Il terzo è il possibile rinvio del Qe, la cui adozione scatenerà in Germania polemiche e battaglie legali senza fine (con l’Allianz fur Deutschland in continua ascesa e sempre più pericolosa per la Cdu). Si consideri poi che la svalutazione, che pure è un impoverimento patrimoniale e reddituale, non solo è accettata ma è addirittura invocata da molte parti sociali, mentre la svalutazione interna (cambio stabile e taglio dei salari) pur essendo in molti aspetti la stessa cosa, è ferocemente osteggiata e potrebbe provocare in alcuni casi la caduta stessa dei governi.

La svalutazione è dunque la linea di minore resistenza, soprattutto se si accompagna a un restringimento ulteriore degli spread della periferia. Il Qe, del resto, ha come scopo il deprezzamento del cambio e il restringimento degli spread. Se si riesce però a raggiungere gli stessi obiettivi calcando la mano sui tassi negativi e sulle operazioni di finanziamento (Tltro, Abs, covered bond) e se si riallarga di un trilione di euro la dimensione del bilancio della Bce, si può tenere il Qe di riserva. Il Qe, per la Germania, è l’arma atomica da usare nel caso Putin tagli il gas all’Europa quest’inverno o nel caso l’inflazione non risalga.

È possibile che il dollaro se ne stia vicino a 1.30 per qualche tempo. Per il pubblico tedesco vedere un livello troppo inferiore può creare dubbi e ansie. La svalutazione dell’euro, tuttavia, non finisce qui per il semplice fatto che l’America alzerà i tassi, mentre l’Europa li terrà sotto zero per molti anni a venire. L’America non è entusiasta del dollaro forte. Un economista del Tesoro, Kenneth Austin, ha pubblicato un articolo piuttosto tecnico in cui propone che il dollaro rinunci al suo ruolo di valuta di riserva. Jared Bernstein, un altro economista di profilo più alto e vicino all’amministrazione Obama, ha ripreso il tema, sostenendo che l’America deve cominciare a preoccuparsi del dollaro forte e prevenire ulteriori apprezzamenti.

È però molto interessante che tanto Austin quanto Bernstein ce l’abbiano con l’Asia (ex Giappone) e non con l’Europa. La Bce non accumula dollari per tenere basso l’euro, mentre le banche asiatiche lo fanno e in questo, secondo i due autori, si comportano slealmente. Letto in chiave politica, gli Stati Uniti accettano come un male necessario e inevitabile il deprezzamento dell’euro, ma intendono compensarlo almeno in parte con una rivalutazione dell’Asia. In realtà è poco realistico che Corea e Cina accettino in questa fase di rivalutare, ma il messaggio, tra le righe, è quello di non provare nemmeno a svalutare.

L’euro strutturalmente debole, il dollaro strutturalmente forte e la Cina che dovrà restare agganciata al dollaro e che vuole fare salire la sua borsa ci inducono alle seguenti conclusioni operative.
1) Ridurre le posizioni sulla borsa americana e compensarle parzialmente con acquisti su Hong Kong e Shanghai.
2) Mantenere e allargare le posizioni azionarie sugli esportatori europei, beneficiari dell’euro debole.
3) Tenere il resto del portafoglio in dollari con duration limitata.

(estratto dalla newsletter Il Rosso e il Nero)

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