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Gli Stati Uniti hanno condotto “con successo un attacco su larga scala contro il Venezuela” culminato nella cattura del presidente Nicolás Maduro, portato fuori dal Paese insieme alla moglie. A scriverlo è stato il presidente americano Donald Trump in un messaggio pubblicato su Truth.

“Gli Stati Uniti d’America hanno condotto con successo un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo leader, il presidente Nicolas Maduro, che è stato catturato e portato fuori dal Paese insieme alla moglie”, ha scritto Trump, aggiungendo che “l’operazione è stata condotta in collaborazione con le forze dell’ordine statunitensi” e che “seguiranno dettagli”.

Si tratta della prima rimozione forzata di un capo di Stato in America Latina da parte degli Stati Uniti da decenni, e di una delle operazioni più invasive mai condotte da Washington nell’emisfero occidentale in epoca recente. Un evento clamoroso per importanza diretta e messaggio indiretto a livello globale.

Le ore precedenti: esplosioni, spazio aereo chiuso, silenzio Usa

L’annuncio arriva dopo una notte di forte tensione a Caracas. Intorno alle 2 del mattino, residenti della capitale avevano segnalato esplosioni e aerei a bassa quota, con colonne di fumo visibili da installazioni militari e almeno una base rimasta senza elettricità.

Poche ore prima, la Federal Aviation Administration (FAA) aveva vietato tutti i voli commerciali e privati statunitensi nello spazio aereo del Venezuela e della vicina Curacao, citando “rischi per la sicurezza del volo legati ad attività militari in corso”. Il Pentagono e l’US Southern Command avevano scelto il silenzio nelle prime fasi.

Il governo venezuelano ha subito parlato di “attacco imperialista”, ordinando l’attivazione dei piani di difesa nazionale e invitando i sostenitori a mobilitarsi nelle strade. In quelle ore, la localizzazione di Maduro era rimasta incerta, alimentando interrogativi poi chiariti – almeno politicamente – dall’annuncio di Trump. Ma il regime, in una conferenza stampa organizzata dal ministro della Difesa — la cui casa è stata colpita durante i raid — ha dichiarato di non volersi arrendere.

Un’operazione preparata nel tempo

L’annuncio della cattura di Nicolás Maduro, probabilmente tramite il 160th Special Operetions Aviations Regiment (operato dalla Delta Force) non arriva inatteso. Da settimane, Trump aveva preannunciato un’ulteriore escalation contro il Venezuela, parlando apertamente della possibilità di colpire obiettivi sul territorio. In ottobre, aveva inoltre autorizzato formalmente operazioni della CIA all’interno del Paese per contrastare narcotraffico e flussi migratori.

Negli ultimi mesi, gli Stati Uniti avevano già intensificato le operazioni navali nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale, colpendo imbarcazioni ritenute legate ai cartelli della droga e sequestrando petroliere venezuelane sanzionate. Washington ha più volte sostenuto di trovarsi in un “conflitto armato” con reti criminali transnazionali.

La cattura del presidente venezuelano rappresenta però un salto di livello radicale: dal contenimento alla rimozione diretta del vertice politico.

Il paradosso del negoziato e il fattore Cina

L’operazione Usa arriva a poche ore da un’apparente apertura diplomatica. Solo venerdì, Caracas aveva dichiarato di essere pronta a negoziare con Washington un accordo contro il narcotraffico. Un segnale che, alla luce degli eventi, appare ora come il riflesso di una pressione ormai insostenibile sul regime.

Ancora più significativa la coincidenza temporale con la visita a Caracas dell’inviato speciale del presidente cinese Xi Jinping, Qiu Xiaoqi, avvenuta meno di dieci ore prima dell’operazione. Non è chiaro se l’inviato fosse ancora nel Paese durante l’azione statunitense. In ogni caso, il messaggio a Pechino appare evidente: la copertura diplomatica non equivale a deterrenza.

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