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Passata la confusione tipica dei momenti di polemica, del blitz dei parlamentari Sel agli stabilimenti Faco di Cameri resterà probabilmente solo una notizia: la battaglia ideologica contro il programma F-35 cerca di sfruttare qualunque pretesto per alimentare divisioni pretestuose.

Che ci fosse agitazione nel partito di Nichi Vendola lo si era intuito già nei giorni scorsi, quando il governatore pugliese aveva prima concesso e poi ritirato il proprio sostegno al governo Renzi sulle riforme istituzionali.

Quel che è accaduto dopo ha tratti ancora più discutibili.

Secondo i vendoliani Airaudo, Marcon e Bordo, gli F-35 in produzione nelle catene di montaggio ultramoderne di Cameri sarebbero più di quelli previsti dal programma del governo: 8 invece di 6.

Parole che segnalano non uno, ma due errori.

In primo luogo l’Italia – come ricordato in una nota dallo stesso ministro Pinotti – ad oggi ha acquisito 6 velivoli F-35 (contratti del lotto 6 e 7) e i primi 4 dei 6 sono attualmente in assemblaggio a Cameri. L’Italia, quindi – prosegue Via XX Settembre – non ha provveduto ad alcuna nuova acquisizione nel totale rispetto della mozione approvata dal Parlamento nel giugno del 2013.

Il secondo errore, se possibile, è ancora più grande, perché evidenzia una non conoscenza del ruolo dell’Italia nel programma Jsf e nelle prospettive economiche che esso sarà in grado di produrre una volta a regime.

La strategia nazionale sul programma F-35 comprende, oltre alla possibilità di costruire singoli componenti, assemblare e collaudare gli F-35 prima della consegna ai clienti, anche l’opportunità di trasformare la Faco – al termine del ciclo di produzione – in un centro di manutenzione e riparazione “euro-mediterraneo” per garantire un consistente e remunerativo ritorno industriale per i prossimi 30/40 anni.

Manutenzione a “chilometri zero”; un vantaggio sia per i fornitori che per i clienti europei.

In qualità di “socio fondatore” di secondo livello del programma e con la Faco già pronta su Cameri, l’Italia rappresenterebbe la soluzione ideale. La conferma è giunta pochi giorni fa dal sottosegretario alla Difesa Usa, Frank Kendall, che ha visitato lo stabilimento ed ha espresso lodi non formali per il lavoro delle imprese italiane impegnate al fianco di Lockeed Martin.

L’Ufficio di programma dell’F-35 definirà entro quest’anno la struttura manutentiva mondiale per il velivolo e nella “gara” per l’assegnazione delle attività di manutenzione/riparazione fra i paesi europei leader nel settore aerospaziale, l’Italia è in “pole position” proprio grazie alla FACO e alla già consolidata organizzazione a livello nazionale ma rischia di perdere tutto a causa di una partenza lenta e poco convinta. La stabilità del programma nazionale “passa” dal sostegno delle scelte strategiche fatte in passato con decisioni programmatiche coerenti nel presente, è sarà indispensabile nei prossimi mesi per assicurare al Paese un’attività di grande valore industriale, tecnologico, occupazionale ed economico.

L’Italia è in prima fila, ma per vincere la “corsa” è necessario, adesso, dare un inequivocabile segno di stabilità programmatica confermando l’impegno italiano anche attraverso l’acquisizione dei due velivoli dell’ottavo lotto.

Aerei che nonostante l’allarme dei deputati di Sel ancora non ci sono, ma dovrebbero esserci presto per il bene della nostra industria e con buona pace di una certa sinistra che il governo sbaglierebbe ad inseguire.

F-35, ecco perché Sel sbaglia

Passata la confusione tipica dei momenti di polemica, del blitz dei parlamentari Sel agli stabilimenti Faco di Cameri resterà probabilmente solo una notizia: la battaglia ideologica contro il programma F-35 cerca di sfruttare qualunque pretesto per alimentare divisioni pretestuose. Che ci fosse agitazione nel partito di Nichi Vendola lo si era intuito già nei giorni scorsi, quando il governatore pugliese…

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