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Il problema principale per la finanza pubblica italiana è l’enorme livello raggiunto dal debito e non la mancanza di sufficienti margini di flessibilità sul deficit annuale.

L’ACCORDO LESSICALE MERKEL-RENZI

C’è stato bisogno che lo ricordasse pubblicamente la Cancelliera tedesca Angela Merkel, a margine degli incontri tenutisi a Bruxelles in occasione del Consiglio dei Ministri della scorsa settimana, per convincere il nostro premier, Matteo Renzi, a mollare la presa accontentandosi di una modifica lessicale all’Agenda strategica della Unione europea: si potrà fare un “miglior uso” delle clausole di flessibilità già previste.

LE VERE RACCOMANDAZIONI UE ALL’ITALIA

D’altra parte, anche di recente, l’Unione europea non ci ha chiesto di mantenere il deficit congiunturale entro il tetto del 3%, e neppure di limare subito il deficit strutturale, che è quest’anno dello 0,2% del pil e l’anno prossimo dello 0,4%: nella bozza di Raccomandazione (10791/14) del Consiglio dei Ministri dell’Unione, trasmessa lo scorso 16 luglio al Comitato dei Rappresentanti permanenti, ci viene invece richiesta già quest’anno una riduzione strutturale dello 0,7% del rapporto debito pubblico/pil.

I PERCHE’ DELLA SORTITA DI DELRIO

Si spiega così l’uscita del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio che, in un’intervista in prima pagina sul Corriere della Sera, ha richiamato la proposta a firma Prodi e Quadrio Curzio di istituire un Fondo che emetta gli Eurounionbonds, al fine di ridurre parte del debito pubblico eccessivo e di rinvenire sul mercato le risorse necessarie per investimenti pubblici infrastrutturali. La proposta in questione, avanzata nel pieno della crisi del debito pubblico italiano, il 23 agosto del 2011, sintetizzava quella predisposta anni prima da Jacques Delors, finalizzata agli investimenti, e quella di Tremonti e Junker del 2010 focalizzata invece sulla mutualizzazione dei debiti sovrani mediante emissioni comuni. Difficile, a questo punto, riorientare l’Agenda strategica dell’Unione: non solo perché di tutto questo non se n’è discusso, ma perché il problema si sta facendo critico soprattutto per l’Italia.

LE PREVISIONI DEL DEF

Le previsioni di crescita e di inflazione contenute nel Def per il 2014, il primo atto ufficiale di politica economica del Governo Renzi, si stanno dimostrando poco plausibili: + 0,8% la crescita del pil reale +1,7% quella del nominale; nel 2015, rispettivamente +1,3% e +2,5%. Con un deficit di bilancio del 2,6% quest’anno e del 2% nel 2015, il rapporto debito/pil sarebbe già arrivato (al lordo degli aiuti ESM) al picco del 134,9% per cominciare a scendere al 133,3% nel 2015.

VADE RETRO MANOVRE CORRETTIVE

Nessuno vuole sentire parlare di manovre correttive, neppure Confindustria che ha chiaro come qualsiasi ulteriore aumento della pressione fiscale o taglio generalizzato alla spesa pubblica avrebbe effetti devastanti sulla tenuta della domanda privata e degli investimenti. La politica del rigore, iniziata con le manovre di Tremonti a partire dal giugno 2011, ha già fatto tutti i danni che poteva, senza risolvere alcuno dei problemi strutturali.

ADDIO TEMPI D’ORO?

Beati i tempi in cui si poteva gongolare, quando bastava aumentare le imposte sulla benzina e sulle sigarette, per affermare che finalmente i conti erano stati messi in ordine; quando si potevano ancora fare i tagli lineari, mettere le clausole di salvaguardia e difendere i saldi di bilancio come se fossero davvero un sacro confine; quando si sognava di abbattere il debito aumentando l’avanzo primario, che anzi è la prima emorragia che andrebbe suturata; quando ci si poteva scontrare su un punto di deficit in più o in meno.

Intanto, il debito pubblico italiano ha continuato a crescere.

Il Ministro delle Finanze tedesco Wolfang Schaeuble, in un’intervista appena rilasciata al Financial Times, ha affermato di non aver mai sentito il nostro Premier Matteo Renzi chiedere maggiore flessibilità sul deficit. Il Ministro italiano dell’economia Padoan, a sua volta, intervistato sulla questione della mutualizzazione del debito, sollevata dal sottosegretario Delrio, ha replicato affermando che non è all’ordine del giorno. Hanno ragione entrambi. Come dice il proverbio, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Benvenuti al teatrino su deficit e debito: dialoghi tra tonti veri e finti sordi

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