La vera posta in gioco nella destabilizzazione del Golfo Persico non è solo il prezzo del greggio. È anche la sopravvivenza delle catene del valore su cui poggia l’intera economia digitale globale. L’intervento di Rosario Cerra, fondatore e presidente del Centro Economia Digitale
Vi è un vizio analitico che si ripresenta con puntualità ad ogni fiammata geopolitica nel Golfo Persico: la riduzione immediata e quasi riflessa della complessità al solo indicatore del prezzo del barile. I mercati reagiscono, le cancellerie si consultano, i media titolano sull’impatto energetico. È una risposta comprensibile perché il petrolio rimane, nel discorso pubblico, la metafora dominante del potere mediorientale, ma nel 2026 è diventata pericolosamente insufficiente. Le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz e la crisi in corso in Iran impongono una lettura di altro ordine: sistemica, tecnologica, strutturale. Una lettura che l’Europa, e l’Italia in particolare, non possono ulteriormente differire.
La geografia invisibile dell’innovazione
Il Golfo Persico è diventato, silenziosamente e senza che il dibattito pubblico ne prendesse pienamente atto, uno dei nodi più critici della filiera tecnologica globale. Non perché vi si producano semiconduttori o si scrivano algoritmi, ma perché da quell’area provengono molti dei prerequisiti fisici senza i quali la manifattura avanzata si arresta.
Materie prime che non fanno notizia nei comunicati delle banche centrali, ma che abitano ogni wafer, ogni server rack, ogni pacco batteria di un veicolo elettrico. Occorre fermarsi su alcuni dati per comprendere la portata sistemica dell’esposizione. Il Qatar controlla circa il 40% delle esportazioni mondiali di elio oggetto di scambio internazionale. Chi ha dimestichezza con i processi di produzione dei semiconduttori sa che l’elio non è un gas accessorio: è l’elemento su cui si fondano la litografia estrema a ultravioletti, ovvero la tecnologia che consente di incidere transistor a dimensioni sub-nanometriche, e il raffreddamento criogenico dei wafer.
Non esistono, allo stato attuale, sostituti industrialmente scalabili. Un’interruzione prolungata delle forniture qatariote non produce un rincaro dei costi di produzione: produce un blocco fisico della manifattura. La dipendenza dello zolfo dall’area è altrettanto significativa: il Golfo contribuisce al 45% delle esportazioni globali. La filiera rilevante è quella dell’acido solforico ultrapuro, impiegato nella pulizia dei wafer, ma anche, e in volumi assai maggiori, nella produzione di fertilizzanti fosfatici e nella metallurgia critica.
Tre settori strategici, simultaneamente esposti alla medesima vulnerabilità geografica. Per l’alluminio, il contributo della regione, escludendo la quota cinese, che segue logiche di mercato e geopolitica proprie, si attesta tra il 18% e il 23% della produzione mondiale, pari a circa un quinto del totale. I premi fisici a Rotterdam hanno già registrato i massimi degli ultimi quattro anni: un segnale che i mercati delle materie prime hanno iniziato a prezzare il rischio prima ancora che il rischio si materializzi pienamente. La convergenza di queste tre esposizioni definisce uno scenario inedito: filiere nevralgiche come l’intelligenza artificiale, le infrastrutture cloud e l’automotive elettrico possono entrare in regime di collo di bottiglia strutturale con tempistiche assai più rapide di quanto si immagini. Per il comparto semiconduttori, la soglia critica si colloca già oltre le due settimane di interruzione continuativa. Per le filiere aggregate, comprensive di alluminio e zolfo, si estende alle quattro settimane. Oltre quella soglia, i danni diventano sistemici e la piena normalizzazione delle catene di fornitura richiederà mesi, indipendentemente da quando l’erogazione riprende.
Una lezione che la storia aveva già scritto
C’è un episodio del 1950 che merita di essere richiamato con precisione. Jean Monnet e Robert Schuman concepirono la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio anche come un dispositivo geopolitico fondato su un assunto elementare: che chi condivide il controllo delle materie prime industriali strategiche non può facilmente farsi la guerra. Il carbone e l’acciaio erano allora ciò che elio, zolfo, terre rare e litio sono oggi, le risorse su cui poggia la capacità di produrre, e dunque di esercitare potere. Il Piano Schuman dimostrava che la disponibilità di risorse critiche è il perimetro reale entro cui si esercita la sovranità. Settantasei anni dopo, l’Europa ha costruito un mercato unico, una moneta comune, un corpus normativo vastissimo. Ma ha trascurato di aggiornare la propria mappa delle dipendenze critiche alla morfologia della nuova economia tecnologica. Il risultato è che la transizione digitale ed energetica europea poggia su vulnerabilità che restano invisibili nei tempi ordinari, e diventano brutalmente visibili nel momento esatto in cui meno possiamo permetterci di scoprirle.
L’autonomia strategica come imperativo operativo
Nel dibattito europeo, l’autonomia strategica è stata spesso trattata come una categoria aspirazionale: un principio da invocare nei documenti di indirizzo politico, da temperare poi nelle sedi negoziali con il richiamo alla cooperazione transatlantica o alla libera circolazione dei capitali. Questa impostazione era già discutibile prima della pandemia. Dopo il 2020, dopo lo shock energetico del 2022, e oggi, con Hormuz nuovamente sotto pressione, è diventata analiticamente insostenibile. L’autonomia strategica è un imperativo di Sicurezza Economica Nazionale, nel senso tecnico e operativo: significa conoscere con precisione dove si collocano le dipendenze critiche del proprio sistema produttivo, quantificare le soglie di rottura, costruire riserve strategiche, diversificare le fonti di approvvigionamento, sviluppare capacità sostitutive dove tecnicamente possibile. Significa, in definitiva, trattare la mappatura delle catene del valore con lo stesso rigore con cui si tratta la pianificazione della difesa o la sorveglianza del sistema bancario. Questo richiede tre condizioni simultanee.
La prima è una politica industriale proattiva, capace di anticipare le vulnerabilità invece di limitarsi a gestirne le conseguenze. La seconda è un sistema permanente di intelligence economica sulle dipendenze critiche, che coinvolga Istituzioni, agenzie di sicurezza economica e operatori privati in un ciclo informativo continuo. La terza è un coordinamento strutturato tra campioni nazionali, grandi operatori tecnologici e istituzioni pubbliche come tavolo operativo con capacità di decisione e intervento rapido.
L’Europa non parte da zero su questo terreno. Il Critical Raw Materials Act del 2024 ha fissato obiettivi vincolanti per l’estrazione, la trasformazione e il riciclo di materie prime strategiche all’interno dell’Unione. Il Net-Zero Industry Act ha identificato le tecnologie pulite prioritarie e introdotto meccanismi per accelerarne la capacità produttiva domestica. La Strategic Technologies for Europe Platform (STEP) ha iniziato a mobilitare capitali pubblici e privati verso le filiere considerate critiche per la sovranità industriale. Sono strumenti necessari, ma concepiti in un contesto di instabilità ancora gestibile. La crisi di Hormuz rivela che il loro ritmo di attuazione, e soprattutto la loro capacità di incidere sulle dipendenze strutturali nel breve termine, rimane inadeguato rispetto alla velocità con cui le vulnerabilità possono trasformarsi in emergenze. La consapevolezza istituzionale c’è. Ciò che manca è la capacità di tradurla in un’azione operativa all’altezza della velocità con cui le vulnerabilità si materializzano
Ciò che è in gioco
Proteggere le catene del valore dell’innovazione è la condizione necessaria affinché l’Europa, e l’Italia come suo componente industriale rilevante, conservi la capacità di competere nella nuova economia globale. Le nazioni che nei prossimi anni sapranno garantire continuità di accesso alle
materie prime critiche, sviluppare capacità manifatturiere avanzate e presidiare i nodi tecnologici strategici, saranno quelle che definiranno le regole del prossimo ordine industriale. Le altre ne subiranno le condizioni. La crisi di Hormuz non è, dunque, un’emergenza energetica. È un test di maturità strategica. E la risposta che l’Europa saprà dare, o non dare, nei prossimi mesi dirà molto di più sul suo futuro di qualsiasi documento di programmazione industriale.
















