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L’Atlantico tornerà forte solo tra alleati. La riflessione di Bonanni

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Un’Europa più autonoma sul piano energetico e tecnologico, ma saldamente ancorata all’alleanza con Washington. Il rapporto con il Canada può diventare il banco di prova di una nuova strategia europea, fino all’ipotesi di uno status di “membro associato”. La riflessione di Bonanni

L’Europa ha scoperto troppo tardi che la dipendenza non è cooperazione: è potere consegnato ad altri. Energia, semiconduttori, terre rare, porti e cavi sono diventati armi.

Il commercio resta libero finché serve ai più forti; poi arrivano dazi, ricatti e flotte militari. Chi non possiede risorse né una strategia comune finisce sotto tutela, anche se continua a chiamarla mercato.

Per sottrarsi a questa debolezza, l’Unione deve assicurarsi energia, materie prime e tecnologie. Deve soprattutto rilanciare il nucleare, senza il quale l’autonomia energetica resterà uno slogan. Ma le centrali richiedono uranio e l’Europa deve acquistarlo da partner stabili.

Il Canada può garantirne quantità decisive, insieme con minerali critici, terre rare e competenze avanzate. Ottawa è inoltre un interlocutore naturale per intelligenza artificiale, cloud, satelliti, difesa e Artico.

Una cooperazione tanto forte non sarà mai diretta contro gli Stati Uniti. Chi la presenta così falsifica il problema. L’alleanza fra Europa e Washington va rafforzata, non liquidata per compiacere le minoranze antiamericane europee o quelle antieuropee statunitensi. Entrambe sono rumorose; nessuna rappresenta il sentimento generale dei rispettivi popoli.

Secoli di rapporti, due guerre mondiali, la difesa delle democrazie e interessi strategici comuni pesano più delle ostilità ideologiche e delle polemiche del momento.

Solo dentro questo disegno acquista senso l’ipotesi di offrire al Canada lo status di primo “membro associato” dell’Unione europea.

Non è folklore istituzionale, ma una risposta al disordine mondiale. L’Europa guadagnerebbe profondità strategica; il Canada allargherebbe i propri rapporti senza voltare le spalle agli Stati Uniti.

La geografia separa, gli interessi e i valori uniscono. È una scelta europea.

Bruxelles deve però smettere di predicare il futuro e praticare il rinvio. È assurdo celebrare l’amicizia canadese mentre il Ceta resta privo della ratifica di dieci Stati membri, Italia compresa.

Prima di inventare nuove formule occorre rendere credibili quelle già sottoscritte. Altrimenti l’Europa continuerà a mascherare con la retorica la propria incapacità di decidere.

La categoria di “membro associato” non compare nei trattati? Non è un veto scolpito nella pietra.

L’articolo 217 consente accordi di associazione; un ruolo nelle istituzioni imporrebbe soluzioni più ardite, forse una revisione dei trattati e un confronto con l’articolo 49. La tecnica giuridica segue la volontà politica. Quando quest’ultima manca, le procedure diventano il rifugio dei pavidi.

L’Unione deve allora scegliere che cosa vuole essere. Può custodire trattati pensati per un mondo scomparso e amministrare con eleganza il proprio declino.

Oppure può difendere rotte, assicurarsi energia, costruire una difesa comune e aprire nuovi cerchi di appartenenza senza fare sconti su democrazia e Stato di diritto.

Il Canada non bussa alla porta di un museo. Chiede se esista ancora un’Europa capace di scegliere. La risposta non consiste nell’allontanarsi da Washington, ma nel saldare più fortemente Europa, Stati Uniti e Canada.

L’Atlantico tornerà spazio di libertà soltanto se chi lo abita smetterà di comportarsi da cliente e accetterà finalmente di agire da alleato.


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