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L’Italia è leader nell’economia circolare. Ma sulle importazioni…

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I dati che emergono dall’8° Rapporto sull’Economia Circolare in Italia 2026, presentato a Roma alla Conferenza Nazionale sull’Economia Circolare, promossa dal Circular economy network in collaborazione con la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e con Enea, mostrano luci ed ombre del nostro Paese e dell’Europa. Ecco perché

Nel nuovo contesto globale, caratterizzato da una crescente instabilità geopolitica, l’Unione europea, una delle principali economie mondiali, è fortemente dipendente da Paesi terzi, oltre che per le forniture di petrolio e gas, anche per la materie prime. Una dipendenza che si traduce in debolezza cronica, in particolare per alcune materie prime strategiche fondamentali per lo sviluppo tecnologico e industriale. Il risparmio e l’uso efficiente delle risorse sono buone pratiche sia per ridurre gli impatti ambientali sia per l’efficienza economica e diventano indispensabili per contrastare le ripercussioni che i sommovimenti geopolitici hanno sulle nostre economie e sulla qualità della nostra vita. La transizione da un modello di economia lineare a quello di economia circolare deve diventare il pilastro della politica industriale europea, in grado di garantire maggiore competitività economica (il rapporto Draghi docet) e più sostenibilità ecologica.

In attesa che la Commissione europea vari il Circular Economy Act, previsto entro l’anno, l’Italia si conferma leader in Europa per la circolarità, anche se resta il Paese più dipendente dalle importazioni di materiali tra le grandi economie dell’Ue. Infatti, oltre il 46% delle materie prime trasformate proviene dall’estero, contro una media europea del 22,4%, con la Spagna al 39,8%, la Germania al 39,5% e la Francia al 30,8%. Il costo di questa dipendenza sta sempre più crescendo: nel 2025 ha sfiorato i 600 miliardi di euro, con un aumento di oltre il 23% rispetto al 2021. In particolare il costo dei metalli (nichel, rame e acciaio) è cresciuto del 18% e rappresenta il 40% del valore totale delle importazioni nazionali.

I dati che emergono dall’8° Rapporto sull’Economia Circolare in Italia 2026, presentato ieri a Roma alla Conferenza Nazionale sull’Economia Circolare, promossa dal Circular economy network in collaborazione con la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e con Enea, mostrano luci ed ombre del nostro Paese e dell’Europa. “L’Italia, si in una nota, ha un buon livello di circolarità per il tasso di riciclo dei rifiuti e per un utilizzo efficiente dei materiali, ma investe poco nell’innovazione circolare, presenta debolezze in diversi mercati delle materie prime seconde e resta esposta a una forte dipendenza dall’importazione di materie prime strategiche”.

L’Europa, da canto suo, è pur vero che si è impegnata nel promuovere la circolarità con una serie di misure, ottenendo anche alcuni risultati positivi, ma ancora insufficienti, specialmente nel nuovo contesto internazionale, ed è vulnerabile perché dipende in modo rilevante dall’importazione di numerose materie prime critiche, strategiche per la sicurezza e la sostenibilità del suo sviluppo. Anche per questo quest’anno alla Conferenza nazionale sull’Economia Circolare è emersa una riflessione sulla maggiore circolarità dell’economia non solo come scelta di sostenibilità, ma anche come necessità per la sicurezza e la competitività.

“Con la crisi di Hormuz si discute molto della necessità di ridurre la vulnerabilità prodotta dalla dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, ma troppo poco di quella legata a numerose materie prime, decisive per la sicurezza degli approvvigionamenti – ha osservato Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – Una maggiore circolarità dell’economia, che implica un uso più efficiente dei materiali e una riduzione del consumo di materie prime attraverso il riciclo dei rifiuti, diventerà sempre più un condizione imposta non solo dalla crisi climatica e dalla limitatezza delle risorse, ma dal contesto geopolitico”.

Sul fronte europeo, il rapporto evidenzia n ritardo significativo, nonostante il notevole aumento del riciclo e la riduzione dello smaltimento: la produzione di rifiuti resta elevata e i consumi di materie prime, in gran parte impostate, rimangono consistenti. In questo modo risulterà difficile raggiungere il target di circolarità del 24% entro il 2030. Eppure, ricorda il rapporto, gli strumenti ci sarebbero: negli ultimi due anni l’Unione Europea ha adottato la revisione della Direttiva quadro sui rifiuti, il Regolamento sugli imballaggi, il Piano eco design 2025-2030 e la Direttiva sul diritto alla riparazione. E’ compito quindi dell’Europa, con l’adozione del Circular Economy Act, trasformare l’economia lineare in un modello di economia circolare capace di ridurre la dipendenza dalle materie prime vergini e l’impatto ambientale.

E all’Europa ha fatto riferimento Laura D’Aprile, Capo Dipartimento Sviluppo Sostenibile del Mase, ricordando che “il nostro Paese è molto più avanti degli altri Paesi per quanto riguarda la regolamentazione avendo già approvato la Strategia nazionale per l’economia circolare che individua una serie di azioni e di target misurabili. Mentre, come abbiamo già segnalato alla Commissione, bisognerebbe rimarcare, nel nuovo Circular Economy Act, il ruolo che l’economia circolare ha nella decarbonizzazione. Da parte nostra stiamo già lavorando agli indicatori che possono essere introdotti e che hanno suscitato l’interesse di Bruxelles. La circolarità, ha aggiunto D’Aprile, non riguarda soltanto il riciclo dei rifiuti, dove siamo primi in Europa, ma altri settori, compreso quello delle acque, dalle quali possiamo ricavare il fosforo, che è una materia prima critica”.

Il Circular Economy Network ha presentato alla conferenza dieci azioni concrete per accelerare la transizione verso l’economia circolare: Creare un mercato unico della materie prime seconde; rafforzare il recupero dei rifiuti elettronici e delle materie critiche; progettare prodotti più durevoli, riparabili e riciclabili; estendere la responsabilità dei produttori a tutte le filiere; introdurre incentivi fiscali per riparazione, riuso e ricondizionamento; usare gli appalti pubblici per sostenere i mercati circolari; favorire alleanze industriali tra produzione e riciclo; rafforzare il ruolo di città e regioni nella transizione; mobilitare investimenti pubblici e privati per l’economia circolare; promuovere standard comuni e cooperazione internazionale per filiere circolari competitive e sostenibili.

“I dati presentati dal rapporto evidenziano come le imprese italiane hanno chiara la visione e l’importanza dell’economia circolare: siamo tra i migliori in Europa, ha commentato Lara Ponti, Vicepresidente di Confindustria. Le imprese sono consapevoli che questa è la direzione, specialmente in momenti come quelli che stiamo attraversando. Quello di cui abbiamo bisogno è di mettere insieme le nostre eccellenze in una costruzione sistemica. Per questo condividiamo integralmente le proposte presentate oggi. L’economia circolare, i dati lo confermano, è una grande opportunità per il nostro Paese. C’è bisogno di un quadro regolatorio certo per dare concretezza ai progetti strategici e all’innovazione”.

“La circolarità è il motore di lavoro, innovazione e competitività, ha aggiunto Alessandra Astolfi, direttore globale divisione green e technology di Italian Exhibition Group. L’Italia conferma il suo ruolo di laboratorio europeo, con 3,1 milioni di green jobs, il 21% di materia circolare utilizzata e oltre il 75% dei rifiuti di imballaggio riciclati. Per consolidare questo vantaggio è fondamentale ridurre la dipendenza dalle materie prime e aumentare la circolarità. Serve rimuovere ostacoli normativi, infrastrutturali e finanziari per accelerare la transizione ecologica”.

Un settore di eccellenza nazionale in economia circolare, lo hanno ricordato in molti, è senza ombra di dubbio il riciclo dei rifiuti. Il tasso totale di riciclo supera l’85%, superando nettamente la media europea ferma al 41,2%. Così pure quello del riciclo degli imballaggi, pari al 76,7%, ben al di sopra della media europea del 67,5% e degli altri Stati come la Spagna (70,5%), la Germania (69,4%) e la Francia (69%).

“La circolarità nel riciclo dei rifiuti di imballaggio”, ha ricordato Fabio Costarella, vice direttore del Conai, passa attraverso una corretta separazione a monte dei rifiuti. Un tema sottovalutato è quello delle difficoltà che le città metropolitane, soprattutto al Centro-Sud, incontrano nell’organizzazione di una raccolta differenziata legata alla mancanza di impianti per dare valore aggiunto alle raccolte. Occorre velocizzare la realizzazione degli impianti e allargare il mercato dei prodotti realizzati con materiali riciclati. La mancanza di una visione industriale e di una programmazione regionale ha di fatto ostacolato lo sviluppo e il consolidamento di un asset strategico per il nostro Paese”.

Una risposta alle esigenze e alle criticità registrate da imprese ed Enti locali è arrivata, oltre che dalla Strategia nazionale per l’economia circolare, dagli investimenti del Pnrr con oltre 1.100 progetti finanziati per impianti di gestione dei rifiuti e filiere del riciclo. Anche se la spesa resta bassa (circa il 17% ad ottobre dello scorso anno) e sono state ridotte alcune dotazioni finanziarie per impianti e progetti faro, evidenziando difficoltà nella realizzazione degli interventi entro la scadenza del 2026.

“La leadearship dell’Italia in economia circolare non è in discussione. Lo dicono i numeri presentati dal rapporto” ha detto Alessandra Gallone, presidente di Ispra. “Ma in questo momento non stiamo screscendo come dovremmo. La vera sfida, oggi, è quella di riuscire a disaccoppiare la crescita economica e il consumo delle risorse continuando a costruite un modello che crei sviluppo riducendo gli sprechi, la vulnerabilità e la dipendenza dall’estero. La missione di Ispra è la produzione di dati, dati certi, tracciabili e trasparenti. Senza questi dati non può esistere una transizione credibile verso un’economia circolare, snodo strategico del sistema Europa”.


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