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Dal Nazareno a Washington. Il Pd e la nuova grammatica transatlantica spiegata da Del Pero

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Il seminario al Nazareno sugli Usa mette a fuoco le radici del consenso a Donald Trump. Per il Pd, l’esigenza è quella di leggere più a fondo le dinamiche interne americane e aggiornare la propria capacità di interpretazione degli equilibri internazionali con una proiezione fortemente europea. “Capire gli Stati Uniti è indispensabile per chi ambisce a governare”, spiega in questa conversazione con Formiche.net Mario del Pero 

Capire Donald Trump per capire l’America. Ma soprattutto per capire come si muoveranno gli equilibri politici dell’Occidente nei prossimi anni. È da qui che il Partito democratico ha deciso di ripartire, dedicando mercoledì scorso al Nazareno una giornata di confronto sugli Stati Uniti, iniziativa di cui Formiche.net ha parlato per prima. Non un appuntamento di propaganda, ma un tentativo di approfondimento politico e culturale in una fase in cui il rapporto transatlantico attraversa una delle sue stagioni più complesse. Fra i relatori anche Mario Del Pero, professore a Sciences Po e tra i più autorevoli studiosi italiani di politica americana. Con lui abbiamo parlato delle trasformazioni sociali che hanno alimentato il trumpismo, del nuovo attivismo internazionale del Pd e delle tensioni sempre più evidenti fra Europa e Stati Uniti.

Professor Del Pero, partiamo dal suo intervento al Nazareno. Qual è stato il focus della sua riflessione?

Il mio intervento si è concentrato soprattutto sulle ragioni profonde del successo politico ed elettorale di Trump. Ho cercato di analizzare alcune trasformazioni di medio-lungo periodo della società americana: il cambiamento del mercato del lavoro, l’impatto della globalizzazione, la deindustrializzazione e il modo in cui alcuni segmenti sociali sono stati colpiti da questi processi.

Quali segmenti sociali, in particolare?

Penso soprattutto a una parte del voto maschile bianco, specialmente quello con livelli di istruzione bassi o medio-bassi. È un elettorato che oggi vota massicciamente repubblicano e trumpiano molto più di quanto facesse in passato. Questo cambiamento si spiega anche con la trasformazione del mercato del lavoro americano.

In che senso?

Per decenni l’economia statunitense ha premiato chi aveva accesso al college, chi possedeva competenze elevate e poteva inserirsi nell’economia avanzata dei servizi. Al contrario, il lavoro industriale e manifatturiero — che un tempo garantiva salari buoni, stabilità e prospettive anche senza una laurea — ha perso centralità. È lì che si è aperta una frattura sociale e politica molto profonda.

Dal seminario del Pd è emersa anche la volontà di rafforzare il dialogo con gli Stati Uniti, al di là di Trump. È questa la sensazione che ha avuto?

È stato un seminario molto scientifico e analitico, prima ancora che politico. Io non ho una frequentazione abituale del mondo dei partiti, però ho apprezzato molto il fatto che Schlein, Cuperlo, Provenzano e altri dirigenti fossero molto attenti a ciò che veniva detto. C’era ascolto, dialogo, confronto.

Un metodo che considera utile?

Molto. Credo sia importante che i partiti tornino a costruire momenti di formazione e approfondimento fuori dalla dialettica strettamente politica. Fa parte della tradizione dei grandi partiti italiani e negli ultimi anni questa dimensione si era un po’ persa.

Però resta anche una necessità politica, giusto?

Naturalmente sì. Se una forza politica ambisce a governare un grande Paese europeo e occidentale, deve capire meglio gli Stati Uniti. È indispensabile. Se domani il Pd avesse responsabilità di governo, dovrebbe dialogare con Washington, con l’amministrazione americana, qualunque essa sia. Per questo è necessario comprendere meglio gli Stati Uniti, decrittarne le dinamiche, analizzarne i comportamenti con maggiore consapevolezza.

Schlein negli ultimi mesi ha intensificato i rapporti con figure del progressismo internazionale, da Obama a Carney. Come interpreta questo attivismo?

Come qualcosa di assolutamente normale. La politica non vive sotto una campana di vetro. Da sempre le forze politiche affini, soprattutto nel mondo occidentale e transatlantico, dialogano, si confrontano, si scambiano idee, modelli, esperienze.

Quindi non è una novità?

No, è una dinamica storica. Le forze del socialismo europeo, del riformismo occidentale, perfino del comunismo europeo, hanno sempre guardato alle esperienze altrui. Valeva decenni fa e vale ancora oggi.

Anche gli Stati Uniti hanno fatto così?

Certamente. C’è un bellissimo libro dello storico Kiran Patel, The Global New Deal, che mostra come il New Deal rooseveltiano fosse debitore di esperienze straniere: dalla Scandinavia al Messico, fino persino ad alcuni aspetti dell’Italia fascista. Le idee circolano sempre. È normale che anche oggi i progressismi occidentali si osservino reciprocamente.

Negli ultimi appuntamenti elettorali americani i democratici hanno ottenuto risultati incoraggianti. È un segnale politico rilevante?

Sì. Dai governatorati alle amministrative, passando per diverse elezioni suppletive, i democratici stanno sovraperformando rispetto agli anni precedenti. Questo ci dice che esiste mobilitazione, partecipazione, attivismo.

Un dato che può interessare anche le sinistre europee?

Direi di sì. Mostra che una forza progressista può ancora riattivare entusiasmo e partecipazione politica. Certo, negli Stati Uniti questo attivismo nasce anche in reazione a Trump. Però dimostra che la voglia di politica non è affatto morta.

E quindi?

E quindi qualsiasi forza politica, a destra come a sinistra, deve essere capace di intercettare questa domanda di partecipazione, di darle voce e rappresentanza.

Molti leggono il rafforzamento del legame transatlantico come una chiave per costruire credibilità di governo in Italia. È davvero così?

Sì e no. Il dialogo transatlantico non passa soltanto dai governi o da Palazzo Chigi. Passa anche dai centri studi, dalle fondazioni, dalle università, dalle think tank. È una rete molto più articolata.

Però oggi il rapporto con Washington sembra molto centralizzato a Palazzo Chigi.

Questa è l’impressione che ho anch’io. Mi pare che con questo governo il controllo della politica estera sia molto concentrato attorno alla presidenza del Consiglio, più che alla Farnesina.

Anche nel rapporto con Trump?

Soprattutto lì. All’inizio c’era probabilmente l’ambizione — piuttosto velleitaria e irrealistica — di costruire una relazione speciale con Trump, di fare da ponte tra le due sponde dell’Atlantico. Ma direi che questo obiettivo non si è realmente concretizzato.

Oggi, allora, in che stato sono i rapporti tra Italia e Stati Uniti?

Credo siano rapporti complicati. E lo sono per il tipo di politica che sta facendo Washington.

Per quali ragioni?

Se gli Stati Uniti conducono iniziative internazionali senza consultare gli alleati europei, se minacciano annessioni territoriali che riguardano l’Unione Europea, se adottano politiche commerciali aggressive verso l’Europa, è inevitabile che emergano tensioni. Al di là delle appartenenze politiche, esiste un interesse nazionale che ogni governo deve difendere.

Quanto pesa, in questo quadro, l’impopolarità di Trump in Europa?

Pesa molto. Trump e la sua amministrazione sono profondamente impopolari nel continente europeo. E chi fa politica deve tenerne conto, perché poi deve chiedere il voto ai propri elettori. Se in Europa il livello di disapprovazione verso Trump arriva all’80-85%, è evidente che questo elemento abbia un peso politico significativo.


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