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La lezione ucraina di Taiwan: preparare la società a resistere sotto pressione

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Dentro la Kuma Academy, dove Taipei studia la resilienza civile e cognitiva in vista di un confronto prolungato con la Cina. Per chi si occupa di resilienza civile, la sfida consiste nel preservare una società democratica aperta e funzionante senza permettere che la pressione militare e informativa diventi psicologicamente invisibile. La guerra in Ucraina ha rafforzato profondamente questo approccio

Taipei — Per anni, gran parte del dibattito internazionale su Taiwan si è concentrato su una sola domanda: se e quando la Cina deciderà di invadere l’isola. C’è per esempio una data, il 2027, spesso confusa: non è una data di invasione pianificata, ma rappresenta la scadenza entro cui il leader cinese Xi Jinping ha ordinato alle proprie forze armate (Pla) di sviluppare le capacità militari necessarie per condurre con successo un’operazione contro Taiwan. L’origine del malinteso è probabilmente la cosiddetta “Davidson Window”: nel 2021,  l’allora ammiraglio statunitense Phil Davidson, comandante di IndoPaCom, indicò quell’anno come il momento in cui la minaccia sarebbe diventata manifesta – e i media lo hanno spesso ripreso in modo sensazionalistico come un “countdown per la guerra”.

All’interno di Taiwan, però, sta prendendo forma da tempo una discussione diversa, più concreta e meno legata alla previsione di uno scontro imminente (“il 2027 è il prossimo anno!” nota un funzionario locale). Il tema centrale riguarda il modo in cui una società possa continuare a funzionare durante una crisi prolungata, tra un anno, tra dieci, o chissà quando entro il 2049 – centenario della Repubblica popolare cinese, che rappresenta la scadenza politica e ideologica definitiva da Pechino per ottenere la “riunificazione” con Taiwan, segnando l’obiettivo di lungo termine del Partito Comunista Cinese (Ccp).

La consapevolezza all’interno delle società taiwanese sul rischio di una guerra, e sulla necessità della gestione da parte dei cittadini, emerge chiaramente durante un briefing con la stampa internazionale organizzato alla Kuma Academy di Taipei, una delle realtà più visibili del movimento taiwanese dedicato alla resilienza civile. Il 90% delle persone non è combattente durante un periodo di guerra, spiegano i funzionari della Kuma, ma guerra non significa soltanto i militari impegnati, ma anche una mobilitazione sociale. La prima e principale necessità è sopravvivere: e Kuma ha già dato a migliaia di persone le indicazioni base per proteggersi, contattare un soccorso, gestire le informazioni.

Su una delle pareti della grande sala dove si svolgono i corsi è appesa una Prapor Ukrainy, lasciata da visitatori e istruttori arrivati dall’Ucraina negli ultimi anni. Tra Kyiv e Taipei si è sviluppato uno scambio continuo di know how, percezioni, esperienze operative ed emotive. Il riferimento all’Ucraina, alla Kuma Academy riguarda la capacità di una società di continuare a vivere e operare sotto pressione.

Alla domanda di Formiche.net su quale lezione Taiwan abbia tratto dalla guerra in Ucraina, il chief executive dell’organizzazione, Fu-Ming Chu, offre la risposta che riflette il cambiamento più profondo in corso nella società taiwanese. “Per molte persone la guerra è una combinazione di dramma e cinema”, ha spiegato. “Ma nella realtà, anche se l’Ucraina sta combattendo una guerra durissima, il 70% delle città continua a essere più o meno come prima”.

L’obiettivo del ragionamento è contrastare quello che gli attivisti della resilienza civile taiwanese considerano il rischio più pericoloso: il panico. Secondo Chu, i conflitti contemporanei producono paura, interruzioni e instabilità, ma anche forme di continuità che le società devono imparare a gestire.

La guerra in Ucraina, nella lettura proposta dalla Kuma Academy, ha mostrato che un conflitto moderno non coincide necessariamente con il collasso totale della vita civile. Governi, infrastrutture e comunità continuano a funzionare, pur all’interno di condizioni estremamente degradate. “È molto importante”, ha aggiunto Chu. “Se Taiwan dovesse davvero diventare un Paese in guerra, le persone dovrebbero capire quale sarebbe concretamente la realtà della vita quotidiana in tempo di pace e in tempo di guerra. Altrimenti la guerra genera solo panico”.

Il parallelo con l’Ucraina attraversa vari aspetti delle attività della Kuma Academy. Nata in un contesto di crescente pressione cinese su Taiwan, l’organizzazione combina addestramento alla difesa civile, resilienza cognitiva, formazione Osint e preparazione alle emergenze.

I corsi spaziano dal Cpr (rianimazione cardiopolmonare) e dal controllo delle emorragie fino all’analisi della disinformazione e alle metodologie di open-source intelligence. Tourniquet e kit medici convivono accanto a lezioni sulla guerra informativa. L’obiettivo consiste nel preparare i partecipanti non solo a reagire durante una crisi, ma anche a riconoscere campagne di manipolazione pensate per indebolire la coesione sociale.

Per molti aspetti, la Kuma Academy riflette l’evoluzione del concetto stesso di sicurezza a Taiwan.

Per decenni, la postura difensiva dell’isola è stata definita soprattutto in termini convenzionali: missili, deterrenza, equilibrio navale e superiorità aerea. La guerra in Ucraina — insieme alle tattiche ibride utilizzate sia dalla Russia sia dalla Cina — ha accelerato la consapevolezza che la resilienza dipenda tanto dalla capacità di tenuta sociale quanto dalla potenza militare.

Durante il briefing, i responsabili della Kuma Academy hanno descritto Taiwan come una società che vive già all’interno di una forma permanente di confronto “grey zone”.

“La Cina cerca di cancellare progressivamente la linea mediana dello Stretto”, ha spiegato Chu, riferendosi alla pressione militare esercitata da Pechino attorno a Taiwan. “Questo tipo di provocazione rappresenta una forma di grey zone warfare di lungo periodo”. Il risultato è che la preparazione militare non può più essere separata dalla preparazione psicologica.

Negli ultimi anni, Taiwan ha visto aumentare in maniera costante le esercitazioni militari cinesi attorno all’isola. Cyber intrusioni, campagne di disinformazione e narrative coordinate online vengono ormai considerate a Taipei meno come episodi isolati e più come elementi strutturali della competizione strategica.

La Kuma Academy attribuisce particolare importanza a quella che si definisce “cognitive warfare”, un’espressione molto utilizzata a Taiwan (ma anche a Kyiv) per descrivere i tentativi di manipolare le percezioni pubbliche, erodere la fiducia collettiva e polarizzare le società democratiche.

Secondo il briefing della Kuma, l’obiettivo della Cina non riguarda soltanto l’intimidazione, ma anche la frammentazione sociale. Ci sono narrative ricorrenti che descrivono gli Stati Uniti come partner inaffidabili, che mettono in discussione il valore della democrazia oppure che rappresentano la difesa civile taiwanese come una forma di militarizzazione nascosta della popolazione.

Una parte importante della riflessione sviluppata alla Kuma Academy riguarda anche il modo in cui i regimi autoritari costruiscono narrazioni storiche e politiche per legittimare il confronto.

La Russia continua per esempio a presentare la guerra contro l’Ucraina attraverso la retorica della “lotta al nazismo”, accusando contemporaneamente la leadership ucraina di essere guidata da elementi estremisti o neonazisti. Anche in questo esistono parallelismi con la retorica utilizzata da Pechino nei confronti di Taiwan. Le narrative ufficiali cinesi continuano infatti a leggere l’isola attraverso l’eredità irrisolta della guerra civile cinese e del nazionalismo associato al governo della Repubblica di Cina guidato da Chiang Kai-shek. Alcune di queste interpretazioni trovano occasionalmente spazio anche nel dibattito occidentale. In Italia, per esempio, c’è chi recentemente ha paragonato la ritirata del Kuomintang a Taiwan e il collasso finale dei regimi collaborazionisti europei durante la Seconda guerra mondiale.

Per gli attivisti taiwanesi impegnati nella resilienza civile, queste narrative contano perché influenzano la percezione della legittimità, dell’identità nazionale e della credibilità internazionale ben prima di un’eventuale escalation militare. “La strategia adottata dalla Cina”, ha osservato Chu, “consiste nel ridefinire questi temi per poterli stigmatizzare”.

Secondo i dati forniti dalla Kuma Academy, circa 100.000 persone hanno partecipato ai programmi di formazione di base dell’organizzazione. Circa il 70% dei partecipanti è composto da donne. Il dato ha anche un valore politico. A Taiwan, le iniziative legate alla resilienza civile vengono presentate sempre più come strumenti di preparedness collettiva e sempre meno come strutture paramilitari.

“Tutto quello che insegniamo non ha nulla a che vedere con l’uso della forza”, ha spiegato Chu. “La difesa civile non si basa sulle armi”. La distinzione appare centrale per mantenere consenso e legittimità all’interno di un ambiente politico taiwanese fortemente polarizzato.

La Kuma Academy sostiene apertamente che uno degli obiettivi strategici di Pechino sia normalizzare la pressione esercitata su Taiwan, alimentando allo stesso tempo una crescente assuefazione dell’opinione pubblica rispetto alle questioni di sicurezza.

In uno dei passaggi più significativi del briefing, Chu ha parlato di una progressiva “insensibilità” della società taiwanese rispetto alle minacce militari cinesi. Chi arriva a Taiwan, ha osservato, nota rapidamente quanto la vita quotidiana appaia normale nonostante la tensione strategica costante.

“Se cammini da solo per strada di notte a Taiwan, ti sentirai molto sicuro”, ha detto Chu. “Nessuno ti attaccherà”. Questa sensazione di normalità rappresenta allo stesso tempo una forza e una vulnerabilità. Per chi si occupa di resilienza civile, la sfida consiste nel preservare una società democratica aperta e funzionante senza permettere che la pressione militare e informativa diventi psicologicamente invisibile.

La guerra in Ucraina ha rafforzato profondamente questo approccio. Dopo l’invasione russa molte organizzazioni ucraine hanno dedicato gran parte delle proprie attività quotidiane a insegnare ai civili come fermare emorragie e utilizzare strumenti di primo soccorso. Il valore di questo tipo di preparazione è evidente.

Il dibattito taiwanese sulla preparedness si concentra su scenari di invasione durante i quali la resilienza civile deve trovare la capacità di mantenere continuità istituzionale, sociale e psicologica – pensando a una potenziale invasione prolungata. E la guerra in Ucraina ha contribuito a ridefinire il modo in cui anche Taiwan immagina la propria resilienza. Alla Kuma Academy, la preparazione a una crisi non coincide soltanto con la difesa militare, ma con la capacità di una società di continuare a funzionare sotto pressione.


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