Skip to main content

Vi racconto la grande illusione della nuova economia. Scrive Cerra

CONDIVIDI SU:
Aggiungi Formiche su Google

I principali iperscaler americani, Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta, si preparano a investire nel 2026 oltre seicento miliardi in infrastrutture digitali e capacità di calcolo. Una sola industria, una sola scommessa. Sarebbe sbagliato chiamare tutto questo il risultato di un’economia senza fini: è il risultato di un’economia che, mentre dichiarava di non averne, ne perseguiva uno e uno solo, l’estrazione di rendita di piattaforma. L’analisi di Rosario Cerra, fondatore e presidente del Centro Economia Digitale

L’economia, secondo la definizione che Lionel Robbins consegnò alla disciplina nel 1932, studia il rapporto tra fini e mezzi scarsi suscettibili di usi alternativi. Dei fini non si occupa: li riceve dall’esterno, già confezionati dalla politica, dalla morale o dall’abitudine. È una definizione che ha avuto fortuna anche perché conveniva. Liberava la scienza dalla scelta, e la scelta dalla scienza. Per quasi un secolo abbiamo lavorato dentro quella cornice. Calcolavamo l’efficienza, supponevamo i mercati, lasciavamo gli obiettivi a chi di dovere. Era la divisione del lavoro intellettuale che trovò in Milton Friedman una delle sue formulazioni più rigorose e negli anni di Reagan e Thatcher la propria traduzione politica.

Funzionava finché qualcuno fingeva di credere che dei fini si occupasse qualcun altro. Nel marzo 2026, secondo la classifica Forbes, Elon Musk valeva 839 miliardi di dollari: il primo individuo a superare quota ottocento miliardi nella storia, già proiettato verso il trilione. Nella stessa fotografia altri diciannove patrimoni superavano i cento miliardi, per un valore complessivo intorno ai 3,8 trilioni; un club che dieci anni fa non esisteva. È un dato da leggere come avvertenza sulla geometria interna del modello, non come scandalo morale. La concentrazione non è un sottoprodotto dell’innovazione tecnologica: ne costituisce la forma compiuta.

Chi controlla la piattaforma controlla i dati, attrae il talento, accede al capitale a costo zero, fissa lo standard di settore. Il ciclo si chiude e si riapre più stretto a ogni giro. Sopra questi venti uomini, come una piramide capovolta, una sola società. Nvidia, che vende i processori su cui si addestrano e si eseguono i grandi modelli di intelligenza artificiale, capitalizza oltre cinque trilioni di dollari ed è oggi la prima impresa al mondo.

I principali iperscaler americani, Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta, si preparano a investire nel 2026 oltre seicento miliardi in infrastrutture digitali e capacità di calcolo. Una sola industria, una sola scommessa. Sarebbe sbagliato chiamare tutto questo il risultato di un’economia senza fini: è il risultato di un’economia che, mentre dichiarava di non averne, ne perseguiva uno e uno solo, l’estrazione di rendita di piattaforma.

La neutralità sui fini è stata, per quarant’anni, il fine. C’è una bella pagina di Karl Polanyi, scritta nel 1944 alla fine di una guerra che era stata anche figlia di una globalizzazione fuori controllo, in cui ricordava che il mercato autoregolato non era mai esistito davvero. Era un’utopia, e ogni tentativo di realizzarla generava la propria reazione politica. “La Grande Trasformazione” è stato riletto dopo il 2008, e va riletto di nuovo dopo il 2 aprile 2025. Quel giorno, dal Rose Garden della Casa Bianca, Donald Trump ha annunciato il Liberation Day: un dazio del 10% su ogni importazione americana, con aliquote aggiuntive fino al 50% per alcuni partner. L’aliquota tariffaria media degli Stati Uniti è salita al 22,5%, il livello più alto dal 1909.

La Corte Suprema ne ha annullato la base giuridica nel febbraio 2026, ma l’effetto politico e strategico sulle catene globali era già stato prodotto. Il consenso liberista degli anni Novanta è chiuso. Tre mesi prima, in Cina, una società poco conosciuta aveva rilasciato un modello di intelligenza artificiale di nome R1. DeepSeek lo aveva costruito su una traiettoria di addestramento drasticamente meno costosa rispetto ai modelli occidentali: la cifra circolata per il modello base, DeepSeek-V3, era di circa 5,6 milioni di dollari, contro stime superiori ai cento milioni per GPT-4. Pechino vi ha riconosciuto la riprova della propria strategia.

Nel quindicesimo Piano Quinquennale 2026-2030 ha introdotto una formula nuova, nuove forze produttive di qualità: politica camuffata da tecnica, che dichiara senza ambiguità che gli obiettivi dell’economia cinese sono fissati dallo Stato e attuati dalle imprese. Tra le due sponde del Pacifico siede l’Europa, dichiarando obiettivi e faticando a perseguirli. Il rapporto Draghi del settembre 2024 stimava in 800 miliardi l’anno l’investimento aggiuntivo necessario all’Unione per non scivolare.

Alla conferenza dell’anniversario, il 16 settembre 2025, Mario Draghi ha constatato che ogni problema era peggiorato e ha portato la cifra a 1.200 miliardi. Secondo il primo audit dell’Epic, solo l’11,2% delle 383 raccomandazioni risultava pienamente attuato. Gli obiettivi sono stati dichiarati. Non perseguiti. L’Italia è il caso più malinconico di questa Europa. Tra il 1995 e il 2024 la produttività del lavoro è cresciuta in media dello 0,2% l’anno, contro l’1,2% dell’Unione e l’1% della Germania.

Il suo livello è oggi inferiore a quello di vent’anni fa, mentre Germania e Francia hanno registrato un incremento di circa dieci punti. Che il Pil pro capite italiano nel 2025 abbia raggiunto quello francese a parità di potere d’acquisto è un effetto contabile dovuto al calo demografico e ai prezzi più bassi. Siamo più poveri rispetto a vent’anni fa, ma meno numerosi: il rapporto tiene. Tre modelli, dunque. Uno che ha scelto la concentrazione del capitale come motore della crescita, e oggi ne misura il prezzo politico nelle urne e nei dazi. Uno che ha eletto lo Stato ad architetto della frontiera, e ne paga il costo in libertà economica. Uno che prova a tenere insieme mercato e direzione pubblica, e si scopre più lento di entrambi.

La domanda di Robbins, a questo punto, ritorna intera. Quali fini? La risposta più franca è venuta dal Nobel del 13 ottobre 2025, assegnato a Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt per aver spiegato la crescita guidata dall’innovazione. La crescita non è un automatismo del mercato: richiede istituzioni capaci di rendere possibile la distruzione creatrice, impedendo che le rendite consolidate blocchino i nuovi entranti. Lasciata a sé stessa, l’economia tende alla rendita. Credo che la novità del nostro tempo non stia nel ritorno dei fini, ma nell’impossibilità di fingere ancora di non averli. Come aveva mostrato Amartya Sen, ogni misura del benessere incorpora una scelta normativa, anche quando si presenta come indicatore tecnico. L’economia che si annuncia, lontana ormai dai given ends di Robbins, sarà quella in cui ciascuna comunità politica dovrà decidere, esplicitamente, per cosa accetta di pagare e per cosa no. È una domanda intimamente politica, ed è una buona notizia che torni a essere posta.


×

Iscriviti alla newsletter