Il nuovo rapporto della Cepal analizza le fratture che stanno trasformando il sistema internazionale e le conseguenze per l’America Latina e i Caraibi. Dalle risorse strategiche all’integrazione regionale, fino al non allineamento attivo, dieci proposte per rafforzare la capacità della regione di muoversi tra competizione globale e nuovi equilibri di potere. L’analisi di Francesca Maria Chiodi, senior expert di politiche sociali e del lavoro e coordinatrice di programmi Ue per l’America Latina, e Lorenzo Tordelli, economista esperto di cooperazione euro-latinoamericana.
È stato recentemente presentato dalla Commissione economica delle Nazioni Unite per per l’America latina ed i Caraibi (Cepal) il rapporto Rupturas y oportunidades: propuestas para que América Latina y el Caribe prospere en la nueva era geopolítica. Fedele alla sua vocazione di think tank continentale che dota la regione di analisi, visione e agenda delle priorità – anche in ragione dell’assenza di un vero organismo di integrazione regionale– la Cepal ha affidato questo lavoro a una commissione composta da tredici personalità di rilievo, latinoamericane ed internazionali. L’obiettivo è stato offrire una lettura dei problemi e delle opportunità che si aprono per la regione in una fase storica nella quale il sistema internazionale appare, ed è, sempre più imprevedibile e turbolento.
Presieduta da due ex presidenti della Repubblica del Cile e della Colombia, espressione di schieramenti politici diversi, la Commissione ha prodotto un testo di quasi 400 pagine. La sua tesi centrale è chiara: l’America Latina e i Caraibi possono sfruttare le opportunità e ridurre i rischi del nuovo ordine internazionale – o, più propriamente, del suo crescente disordine – facendo leva sulle proprie immense risorse. Per farlo, però, devono affrontare alcune riforme strutturali ormai ineludibili e, soprattutto, imparare ad agire in maniera più coordinata.
Le otto fratture del nuovo scenario geopolitico
Il punto di partenza del rapporto è l’individuazione di otto grandi fratture che caratterizzano l’attuale fase geopolitica. La prima riguarda la riconfigurazione della globalizzazione: l’interdipendenza economica, un tempo considerata un fattore di crescita e stabilità, è sempre più percepita come una fonte di vulnerabilità e utilizzata come strumento di potere e coercizione economica. A questa dinamica si accompagna l’erosione del multilateralismo, con il progressivo affermarsi di una governance più frammentata, basata su alleanze selettive e piattaforme concorrenti, e il passaggio dall’egemonia unipolare a una competizione multipolare asimmetrica, che modifica gli equilibri internazionali e accresce la competizione tra grandi e medie potenze.
Parallelamente, si assiste a una riconfigurazione del soft power, con una diminuzione dell’influenza internazionale degli Stati Uniti e una crescita di quella della Cina, che incide sulla capacità dei due paesi di orientare norme, valori e agende globali. Sul piano politico e sociale, il rapporto evidenzia il deterioramento della democrazia e l’aumento della polarizzazione politica, insieme alla crescente disinformazione e crisi della verità nell’era dell’intelligenza artificiale: manipolazione algoritmica e uso malevolo dell’IA contribuiscono infatti a minare la fiducia nelle istituzioni e la legittimità democratica. Completano il quadro l’arretramento dei diritti delle donne, dell’uguaglianza di genere e delle politiche di inclusione e la fine del consenso climatico globale, con l’azione per il clima sempre più subordinata alle strategie industriali, alla sicurezza energetica e alla competizione geopolitica e, in alcuni contesti, con la stessa evidenza scientifica sul cambiamento climatico rimessa in discussione.
Di fronte a queste fratture, la Commissione converge su dieci proposte, costruite attorno a tre macroassi e a una premessa di fondo: l’America Latina e i Caraibi dispongono della forza e delle risorse necessarie per affrontare le trasformazioni globali in corso, ma devono riuscire a tradurre questi asset in capacità di azione.
Dieci proposte per tre macro assi
Il primo macroasse riguarda la mobilitazione di un insieme di asset strategici – risorse naturali, capacità produttive, capitale umano e finanziario, ampiezza del mercato, influenza politica e soft power culturale – da convertire in leve operative di sviluppo e negoziazione. In particolare, minerali critici come litio, rame, grafite e terre rare possono accrescere il potere contrattuale della regione, insieme a una diplomazia alimentare più attiva. A ciò deve accompagnarsi il rafforzamento delle politiche di sviluppo produttivo, attraverso cluster settoriali capaci di integrare scienza, tecnologia, innovazione, finanziamento, trasformazione digitale e internazionalizzazione. Centrale è anche una maggiore integrazione regionale: con un commercio intraregionale fermo ad appena il 14%, occorre migliorare le infrastrutture di trasporto, energetiche e digitali e favorire la convergenza regolatoria, sfruttando il potenziale di un mercato di oltre 670 milioni di persone. Al tempo stesso, è necessario investire sul capitale umano, dall’educazione nella prima infanzia alle competenze digitali, dai sistemi di cura alla formazione professionale.
Il secondo asse punta a rafforzare la governance, le istituzioni e la democrazia, presupposto indispensabile per rendere concretamente realizzabili le altre raccomandazioni. La Commissione richiama la necessità di uno Stato più capace, di una maggiore fiducia nelle istituzioni e della costruzione di minimi comuni denominatori politici in società sempre più polarizzate. In questa prospettiva rientra anche il rafforzamento della capacità fiscale, attraverso sistemi più progressivi, la riduzione dell’evasione e una migliore qualità della spesa pubblica, sostenuti da accordi fiscali sufficientemente ampi e duraturi. La criminalità organizzata, infine, deve essere affrontata non soltanto come una questione di sicurezza, ma come un problema di governance regionale, rafforzando la presenza dello Stato nei territori vulnerabili e la cooperazione necessaria a smantellare le economie illecite e i relativi circuiti finanziari.
Il terzo asse riguarda la capacità della regione di agire sulla scena internazionale. Di fronte alla crescente rivalità tra Stati Uniti e Cina, la Commissione propone di evitare allineamenti rigidi, rafforzare la capacità di analisi geopolitica e diversificare le alleanze, costruendo coalizioni a geometria variabile adattate ai singoli dossier. In questa stessa logica, suggerisce di privilegiare la cooperazione funzionale rispetto alla creazione di nuove istituzioni regionali: anziché perseguire un consenso ampio e spesso irrealistico, gruppi di paesi interessati potrebbero collaborare su questioni specifiche attraverso accordi con obiettivi, tempi e risorse finanziarie chiaramente definiti.
Dalle vulnerabilità strutturali alla capacità di agire
Il senso più profondo dell’operazione promossa dalla Cepal non è annunciare che l’America Latina ha le carte in regola per il nuovo ordine mondiale, ma il contrario: avvertire che disporre di asset fondamentali – litio, rame, terre rare, biodiversità, un mercato di quasi 700 milioni di persone – non equivale a possedere potere, se la regione non soddisfa due condizioni distinte e complementari.
La prima è interna. La regione porta con sé tre trappole di lunga data che la Commissione riprende dalla diagnosi Cepal: una crescita cronicamente bassa (in media appena l’1,2% annuo tra il 2016 e il 2025), un’elevata disuguaglianza che mina la coesione sociale, e capacità istituzionali e una governance insufficienti che rendono difficile realizzare proprio le riforme di cui la regione avrebbe bisogno, un circolo vizioso che le nuove fratture geopolitiche non creano, ma aggravano. Nel nuovo contesto, sottolinea il rapporto, queste riforme non sono più solo condizioni per lo sviluppo interno: diventano condizioni abilitanti per agire da protagonisti sulla scena globale. Senza uno Stato capace di riscuotere le imposte, contenere il crimine organizzato transnazionale e costruire un minimo di fiducia istituzionale, nessuna risorsa naturale si traduce in potere negoziale – è la classica trappola della rendita, che ha storicamente impedito ai paesi latinoamericani di trasformare la ricchezza di materie prime in reale capacità politica ed economica.
La seconda condizione è esterna, ed è quella su cui il rapporto insiste di più: la capacità di agire in modo coordinato sulla scena internazionale. Qui però il rapporto incontra il suo limite più serio, che la Commissione riconosce in parte. Il coordinamento richiesto presuppone un livello di allineamento tra Stati che la realtà politica del continente smentisce: il peso asimmetrico di Brasile e Messico rende ogni aggregazione regionale complessa, mentre gli altri paesi faticano a trovare un terreno comune anche su dossier meno divisivi di quelli geopolitici. La risposta della Commissione – rinunciare al consenso ampio, puntare su “coalizioni a geometria variabile” e accordi funzionali tra gruppi di paesi disposti a collaborare su obiettivi specifici – è pragmatica, ma resta da vedere se sia una soluzione praticabile. Un accordo funzionale tra pochi paesi su un dossier (i minerali critici, per esempio) può facilmente essere neutralizzato se gli altri attori – Stati Uniti, Cina, Unione europea – trattano bilateralmente con i singoli governi, offrendo condizioni migliori a chi esce dal fronte comune. Il rapporto non affronta fino in fondo questo rischio di defezione, e le divisioni tra paesi, un elemento che ha reso fragili diversi tentativi di coordinamento regionale nel passato.
Le due condizioni non sono equivalenti: quella istituzionale/interna è la precondizione, senza la quale la seconda resta velleitaria. È forse la critica più severa, anche se implicita, che il rapporto muove alla regione: le riforme di governance non sono un capitolo tra gli altri, sono il collo di bottiglia che decide se tutto il resto (minerali critici, mercato interno, soft power), conta qualcosa o resta sulla carta.
Il “non allineamento attivo”
Su questo terreno incerto la Commissione colloca il concetto di “non allineamento attivo” — non un’invenzione del rapporto, ma una cornice già proposta in altra sede (Heine e altri, 2025) che la Commissione fa propria: non significa isolamento né equidistanza, ma difesa attiva e pragmatica degli interessi nazionali e regionali, con alleanze che variano da dossier a dossier, senza allineamento permanente a una singola potenza. È coerente con quanto la diplomazia latinoamericana ha già fatto negli ultimi vent’anni – schierarsi con Stati Uniti ed Europa sui valori, con la Cina su commercio e sviluppo – più che una vera novità strategica. Il suo valore non sta nell’originalità, ma nel tentativo di dargli una cornice esplicita e difendibile pubblicamente, invece di lasciarlo come prassi implicita.
Che cosa significa per l’Europa e per l’Italia
Per l’Europa il messaggio implicito è netto: l’alleanza “naturale” tra le due sponde dell’Atlantico non può essere data per scontata né considerata esclusiva. L’America Latina sta costruendo, con fatica ma con metodo, una propria capacità di scelta tra potenze rivali, e l’Europa non è tra i poli che stanno guidando questa elaborazione.
Per l’Italia il segnale è più preciso di quanto sembri a prima vista. Nella Commissione l’Europa è rappresentata da uno spagnolo, Josep Borrell, e da un tedesco, Lars-Hendrik Röller, manca invece un profilo italiano che rifletta i rapporti storici tra Italia e America Latina costruiti attraverso la diaspora, la cooperazione allo sviluppo, le relazioni bilaterali. Se il rapporto certifica che l’America Latina sta ridefinendo con chi allearsi, dossier per dossier, la domanda che dovrebbe porsi chi lavora su questa relazione è se l’Italia, nel mentre costruisce interlocuzioni dirette e specifiche con i governi, non stia mettendo in secondo piano la presenza in sedi e istanze sovranazionali, confidando semplicemente nelle relazioni Europa-America Latina che il rapporto stesso mette in discussione come categoria unica.
Una regione più autocentrata, non più autonoma
Dalle pagine del rapporto emerge un’America Latina più autocentrata: più consapevole dei propri interessi e meno disposta a concedere assegni in bianco all’una o all’altra potenza. Non significa più autonoma: l’autonomia piena resta, per ammissione stessa della Commissione, fuori portata in un sistema internazionale asimmetrico. Significa che la regione sta imparando a negoziare i margini di manovra invece di subirli. Una differenza sottile, ma è precisamente la differenza su cui il rapporto chiede all’America Latina di misurarsi nei prossimi anni.
















