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L’ordine sommerso. Chi scrive le regole del nuovo ordine internazionale?

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La strategia di Ottawa, le ambizioni globali del Brasile e le partnership tecnologiche con Stati Uniti e Cina. Le medie potenze rivendicano un ruolo nella costruzione degli equilibri internazionali, mentre le istituzioni tradizionali faticano a rappresentarli. Se ne è discusso alla Sioi in occasione della presentazione dell’ultimo numero della rivista Formiche insieme a Riccardo Sessa, Elissa Golberg, Marco Ricceri, Raffaele Nocera ed Emanuele Rossi

Ridurre le dipendenze, costruire nuove partnership, partecipare alla definizione delle regole internazionali. Dal Canada al Brasile, le medie potenze cercano strumenti per rafforzare la propria autonomia mentre cambia il rapporto con i grandi attori globali. Una partita che attraversa energia, tecnologie e difesa e pone una questione politica: come tradurre il peso economico e le capacità nazionali in una maggiore influenza sulle decisioni. Questo il tema dell’incontro “L’ordine sommerso: la geopolitica delle medie potenze”, promosso da Sioi e Formiche il 14 ottobre, in occasione dell’uscita del numero di ottobre della rivista, che ha dedicato un approfondimento all’argomento. Dopo i saluti e l’introduzione dell’ambasciatore Riccardo Sessa, presidente della SIOI, il confronto ha coinvolto Elissa Golberg, ambasciatrice del Canada in Italia, Marco Ricceri, consigliere SIOI e coordinatore del laboratorio Brics di Eurispes, Raffaele Nocera, professore dell’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, ed Emanuele Rossi, senior analyst di Decode39, moderati da Flavia Giacobbe, direttore di Formiche e Airpress, 

La crisi delle regole e della rappresentanza

L’emergere di nuovi protagonisti si accompagna all’indebolimento degli attori e delle istituzioni tradizionali. È in questa trasformazione che l’ambasciatore Sessa colloca l’ascesa delle medie potenze: “Il disordine globale non è un caso, ma l’effetto diretto di un vuoto di leadership: le istituzioni e gli attori tradizionali arretrano, e nello spazio lasciato scoperto emergono nuovi protagonisti. In SIOI ne siamo convinti: l’instabilità internazionale di oggi è, prima di tutto, una profonda crisi di governance”. Il ripensamento della cooperazione internazionale richiede quindi di guardare oltre i modelli esistenti. “Noi tutti siamo chiamati a riflettere su come possiamo migliorare il mondo o su come possiamo attrezzarci per prepararci al nuovo mondo”, ha osservato il presidente della SIOI. Da qui l’attenzione alle aggregazioni attraverso le quali questi Paesi consolidano le proprie relazioni, dai Brics all’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Riprendendo le parole del primo ministro canadese Carney, Sessa ha indicato la scelta che si presenta alle medie potenze: “Competere tra loro per ottenere favori o unirsi per creare una terza via con un impatto”. Un invito a sviluppare forme di cooperazione capaci di superare i confini geografici e di dare maggiore peso agli interessi condivisi. 

La strategia canadese tra autonomia e cooperazione

La riduzione delle vulnerabilità esterne passa anche dal rafforzamento delle capacità nazionali. Su questo legame tra politica interna e azione internazionale si fonda la strategia canadese, descritta da Golberg come “un’agenda pragmatica che unisce valori e realismo”. Ottawa punta su produttività, infrastrutture e capacità tecnologiche per ridurre l’esposizione agli shock esterni e valorizzare risorse e capitale umano. Alla dimensione interna si affianca la collaborazione tra medie potenze, che appartiene alla tradizione diplomatica canadese ma oggi assume un’urgenza maggiore. Il riferimento è alla formula di Mark Carney lo scorso gennaio a Davos e richiamata durante l’incontro: “Se non sei seduto al tavolo sei nel menù”. Per Golberg, la capacità di incidere resta significativa: “Abbiamo un’influenza notevole dal momento in cui agiamo insieme e non individualmente”. Sovranità, integrità territoriale, diritti umani e sviluppo sostenibile sono i principi sui quali costruire le regole future. Sul piano operativo, questa impostazione si traduce nella ricerca di reti economiche, tecnologiche e di difesa con Italia, Unione europea e interlocutori in Africa, America Latina e Asia. Partnership a geometria variabile, secondo il settore e l’obiettivo: energia, minerali critici e industria della difesa sono gli ambiti nei quali mettere a frutto capacità complementari. La finalità, ha precisato l’ambasciatrice, è “perseguire un’autonomia strategica, non la rivalità strategica”.

La tecnologia nei rapporti con Washington e Pechino

Il crescente peso economico e politico delle medie potenze si riflette anche nelle relazioni che Washington e Pechino costruiscono con questi Paesi. Un riconoscimento che, secondo Rossi, emerge soprattutto negli accordi e nelle collaborazioni concrete: “Non più Paesi emergenti”, ma “Paesi che sono già emersi”, con esigenze sociali interne e leadership chiamate a rispondervi. La tecnologia è uno dei principali terreni di questa cooperazione, dall’intelligenza artificiale all’industria della difesa e alle filiere produttive. Rossi ha richiamato le collaborazioni degli Stati Uniti con l’India e con i partner asiatici, oltre ai rapporti con l’Arabia Saudita. Anche la Cina utilizza sempre più la tecnologia per sviluppare le proprie relazioni nel Golfo, affiancandola alla dimensione energetica. La diversificazione delle partnership consente a questi Paesi di mantenere contemporaneamente rapporti con entrambe le grandi potenze. Il caso saudita mostra, nella lettura di Rossi, come la cooperazione con Washington possa accompagnarsi alla presenza di tecnologie cinesi. “Non sono propense queste medio e grandi potenze ad accettare un rapporto univoco”, ha spiegato. Alle grandi potenze viene quindi richiesta la disponibilità a confrontarsi con interlocutori che mantengono più opzioni.

I Brics e la riforma dell’ordine internazionale

La richiesta di maggiore influenza trova espressione anche nei programmi di riforma delle istituzioni internazionali e nel rafforzamento della cooperazione economica tra Paesi. Su questi aspetti Ricceri ha invitato a leggere l’evoluzione dei Brics, distinguendo le posizioni dei singoli leader dai documenti approvati dal coordinamento. “Sono per la riforma dell’ordine globale, per disegnare nuove regole”, ha osservato. Accanto all’allargamento, nella sua analisi conta lo sviluppo delle relazioni economiche interne: uso delle valute nazionali, facilitazione degli scambi e collaborazione tra imprese. Un metodo che Ricceri ha definito di “cooperazione pratica con vantaggi equamente distribuiti”, attraverso il quale portare avanti programmi comuni anche in presenza di divergenze politiche. La rappresentanza nelle istituzioni diventa così parte della richiesta di partecipare alla definizione delle regole. 

Il Brasile e i costi dell’autonomia

La ricerca di margini decisionali propri deve fare i conti anche con i condizionamenti esercitati dalle grandi potenze. Il Brasile rappresenta, in questo quadro, un caso di politica estera che Nocera ha ricondotto alla tradizione autonomista, distinta sia dall’allineamento a una grande potenza sia dalla contrapposizione contro egemonica. Il consolidamento regionale e l’ampliamento delle relazioni internazionali sono le due direttrici di questa strategia. Con Lula, ha spiegato il professore, il Paese ha cercato di coniugare “il consolidamento del suo ruolo di potenza regionale” con “l’ambizione di diventare un attore globale”. Un percorso sviluppato attraverso i Brics, i rapporti con Africa, Medio Oriente e India e gli strumenti di cooperazione regionale, a partire dal Mercosur. Il rapporto con Washington resta una variabile decisiva per la prosecuzione di questa politica. Nocera ha descritto il rischio di pressioni che rendano più costoso il perseguimento degli interessi nazionali brasiliani, sottolineando però l’interesse degli stessi Stati Uniti ad avere “partner regionali forti, qualificati”, con i quali affrontare anche le crisi dell’area.


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