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Capita spesso con figure pubbliche occidentali, invitate a visitare il Xinjiang al fine di promuovere – con tour strettamente organizzati e sorvegliati – un’immagine positiva di questa regione della Cina in cui le autorità del Partito comunista cinese starebbero sistematicamente violando i diritti umani di uiguri e altre minoranze etniche e religiose (alcuni governi occidentali parlando di “genocidio”). È capitato recentemente, ed è una novità, con influencer da Taiwan, l’isola che il Partito comunista cinese, guidato da Xi Jinping, considera una provincia ribelle e da “riunificare” (nonostante mai sia stata sotto il suo controllo) anche con la forza.

Secondo l’agenzia di stampa taiwanese Central News Agency, che ha citato la testimonianza dello youtuber locale Potter Wang, il governo cinese ha organizzato viaggi retribuiti per le stelle del web taiwanesi, con lo scopo di promuovere “l’unificazione culturale” e presentare come “sciocchezze” i resoconti stranieri sui campi di rieducazione per le minoranze etniche nella regione. Le campagne prendevano di mira, in particolare, gli youtuber con decine di migliaia di iscritti, invitati nella regione per promuoverne la sicurezza e la cordialità dei suoi abitanti.

Julia Hsieh, portavoce del governo taiwanese, ha dichiarato che “le autorità competenti hanno un quadro ben chiaro della situazione”. “Invitiamo ancora una volta i cittadini e gli imprenditori ad essere consapevoli dei rischi che viaggiare in Cina comporta”, ha spiegato nel corso di una regolare conferenza stampa. Il Consiglio di Taiwan per gli affari della Cina continentale – che gestisce le relazioni con Pechino – ha fatto sapere di stare esaminando il caso, precisando che gli influencer presumibilmente finanziati dalla Cina potrebbero incorrere in violazioni della legge anti-infiltrazione.

Non è un caso che Pechino pensi al Xinjiang e a Taiwan assieme. Infatti, sull’isola l’identità taiwanese è ormai più forte dell’identità cinese e anche della doppia identità. È dal 1996, cioè dalle prime elezioni democratiche, che la percentuale dei cittadini che si definiscono taiwanese continua a crescere. Oggi è attorno al 60%. Meno del 5%, invece, si definisce cinese. Una svolta importante è stata registrata nel 2020, con la stretta su Hong Kong da parte della Cina la cui legge sulla sicurezza nazionale ha nei fatti messo la parola fine alla dottrina “Un Paese, due sistemi”. Tutto ciò ha contribuito ad alimentare la diffidenza dei taiwanesi, per cui democrazia, libertà civili e proprietà privata sono diritti fondamentali, verso Pechino.

Influencer taiwanesi nel Xinjiang. Le ragioni della mossa cinese

La stretta di Pechino su Hong Kong nel 2020 ha allarmato i cittadini dell’isola considerata “ribelle”: cresce la diffidenza verso il Partito comunista. Che così ha deciso di cercare sponsor per promuovere l’immagine della regione in cui verrebbero perpetrate violazioni dei diritti umani

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