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Sette mesi fa, il 7 ottobre, Hamas lanciava il più poderoso attacco mai subito da Israele, uccidendo in un brutale, articolato attentato oltre mille persone. In occasione della ricorrenza — forse per coincidenza, forse per simbolismo, forse per necessità, più probabilmente per combinazione dei tre elementi — il gruppo terroristico palestinese annuncia di aver accettato il documento mediato da Egitto e Qatar per mettere in pausa la guerra.

Considerata la situazione ancora fluida e in totale debolezza sul campo di battaglia, Hamas sembra aver optato, intanto per la tattica politica. Presumibilmente, partendo dal presupposto che un’offensiva a Rafah è inevitabile, ha cercato di presentarsi come un attore ragionevole, aperto sui negoziati e desideroso di raggiungere una tregua. Con lo slancio sposta la decisione su Israele, che si trova ora a dover scegliere e a gestire il fronte interno e le pressioni esterne, consapevole delle possibili conseguenze umanitarie, politiche, militari e diplomatiche di un’offensiva a Rafah.

Mentre il governo israeliano sta cercando di capire il perché dei termini che Hamas avrebbe accettato e rispondere di conseguenza, le forze armate hanno dichiarato di aver stabilito un “controllo operativo” sul lato interno del valico che divide la Striscia dall’Egitto, sopra a Rafah. I filmati trasmessi dai media hanno mostrato una bandiera israeliana che sventolava sul lato gaziese della frontiera — parte finora del territorio amministrato di Hamas. Nella serata di lunedì, ci sono stati attacchi mirati nella porzione orientale della città — che Israele dichiara libera dalla stragrande maggioranza degli abitanti, dopo la richiesta di evacuazione. Fonti locali denunciano che l’avvio de facto delle operazioni “ha trasformato l’area in una zona di combattimento e questo pesa sulla gestione degli aiuti”. Rafah è stata in questi mesi il principale accesso umanitario verso la Striscia, in cui le condizioni di vita sono disastrose.

“Sembra intravedersi una pausa di qualche settimana, con la pressione internazionale fortissima che ha avuto un effetto certamente, anche se non possiamo essere affatto sicuri al momento di qualcosa di più concreto e strutturato”, commenta Giuseppe Dentice, che dal 7 ottobre, ogni mese, fa il punto sullo stato del conflitto — e della crisi regionale collegata — con Formiche.net.

Per il responsabile del Mena Desk del CeSI, resta chiaramente da capire come reagirà Israele. “Intanto, facendo una fotografia dello stato del conflitto, dobbiamo dire che ormai, come già la crisi, anche la stessa guerra sta diventando regionalizzata, perché l’ambiente informativo, politico, diplomatico, militare della Striscia di Gaza dipende sempre di più dalle evoluzioni delle dinamiche regionali”.

Come? “Vediamo Qatar ed Egitto centro delle evoluzioni diplomatiche, e gli attori del Golfo stanno facendo crescere il loro peso sul dossier. Prendiamo per esempio l’accordo tra Arabia Saudita e Stati Uniti: sta diventando un fattore quasi determinante per il destino di Gaza”. Dentice si riferisce al cosiddetto “mega-deal” che Washington e Riad stanno negoziando separatamente, per creare un sistema di mutua sicurezza bilaterale. L’intesa dovrebbe passare dalla normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita, “ed è evidente che se di questo si parla, l’accordo tocca Gaza, anche perché in un’ottica post-bellica si ventila l’ipotesi di una Striscia controllata dal punto di vista della sicurezza, anche della sicurezza di Israele, da Egitto, Qatar, Emirati Arabi Uniti e appunto Arabia Saudita, sotto la supervisione americana e israeliana”.

Si creerebbe un’intesa che andrebbe a toccare la questione palestinese ben oltre lo status quo, in grado di definire uno sviluppo a livello regionale, il quale potrebbe disegnare un nuovo Medio Oriente — pensato anche in ottica anti-iraniana.

Ma Israele è disposta a fermarsi, anche in virtù di questo accordo? “Sebbene anche all’interno di Israele ci siano posizioni anche un po’ contrastanti sul futuro, c’è buona unità sul fatto che il lancio di un’operazione su Rafah sia necessario, come stiamo vedendo in queste ore. È così percepita perché servirebbe a regolare i conti con ciò che resta della componente militare di Hamas”. Ma basterà? “Probabilmente no: come non è mai bastato in passato, anche perché ammesso che si riesca a eliminare la compagine militare, quella politica resta e oggi è forse più forte che mai”, risponde Dentice.

Per l’esperto del CeSI, Hamas, sopravvivendo, sarebbe in grado di trasformarsi all’occorrenza e non è detto che prenderebbe aspetto meno aggressivo: “Anzi, è plausibile che il trauma, l’effetto psico-sociale della guerra su una popolazione che ha vissuto solo conflitti, possa portare a un’ulteriore radicalizzazione del gruppo. E questo, tra l’altro, va di pari passo in Israele, dove le linee di frattura tra laici e religiosi si stanno acuendo sempre di più, e ce lo dimostrano le proteste di questi giorni e le distanze di visioni che ci sono all’interno dello stesso gabinetto di guerra”.

Nel circolo ristretto dell’esecutivo di emergenza, gli ex capi di Stato maggiore Benny Gantz e Gadi Eisenkot, che hanno accettato di lasciare le opposizioni e partecipare al governo di questa fase di conflitto per senso di responsabilità patriottico, vengono accusati di essere “comparse” nello show di Benjamin Netanyahu.

Il primo ministro è denunciato da parte dell’opinione pubblica per voler far saltare il tavolo negoziale sotto il ricatto delle componenti più estremiste e ideologizzate del suo governo. Le fonti che parlano per Netanyahu dicono che il documento accettato dai “fondamentalisti” (intendono Hamas) non è quello concordato con egiziani e qatarini: è “un bluff”. Nei fatti, il rischio è che il premier sappia di non poter accettare nessuna intesa, perché le fazioni radicali non vogliono sentir parlare di negoziati e soprattutto della fine dei combattimenti senza aver annientato Hamas (e il rilascio degli ostaggi appare come un danno collaterale accettabile ormai)

La guerra e la disperazione rischiano di essere usate da Israele e Hamas come fattore di propaganda e polarizzazione politica. Mentre non è ancora chiara la risposta che il governo Netanyahu intende dare, circolano anche notizie su un “no” diretto di Israele – informazioni probabilmente legate anche a quelle polarizzazioni. Hamas è consapevole che le clausole accettate potrebbero essere respinte da Israele, ma stressa il fronte politico-diplomatico. Se Netanyhu non accetta, rovina ulteriormente la sua immagine – sembrando interessato a continuare ciecamente la guerra per ragioni di interesse politico-personale. Ma se accetta rischia di essere visto come debole, cedendo a un ricatto sulla sicurezza nazionale – e sopratutto il suo governo finirà.

Hamas accetta la tregua. E Netanyahu? Il punto di Dentice sulla guerra

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