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L’onda lunga della nuova tornata di tensioni commerciali con la Cina arriva fino al Sudamerica. Per la precisione in Brasile, Paese membro di quei Brics di cui il Dragone, India permettendo, è baricentro. E chissà che ora Pechino non debba guardarsi le spalle proprio in casa sua. Sì, perché la concorrenza della Cina, che ha costretto gli Stati Uniti a mettere dazi del 100% sulle auto elettriche cinesi, per fermare l’avanzata dei costruttori asiatici che già marciano sull’Europa, non piace nemmeno al Paese verde e oro. E nemmeno al Messico e al Cile.

Il 14 maggio, come noto, gli Stati Uniti hanno annunciato un drastico aumento dei dazi sulle importazioni di una serie di prodotti cinesi che hanno un valore di diciotto miliardi di dollari. L’obiettivo è proteggere le aziende e i lavoratori statunitensi da una concorrenza considerata sleale. I nuovi dazi colpiscono una decina di settori industriali considerati strategici, soprattutto le tecnologie legate alla transizione ecologica. La Casa Bianca, in particolare, ha quadruplicato quelli applicati alle auto con motore elettrico, facendoli passare dal 25 al 100%. I dazi sull’acciaio e sull’alluminio passano dal 7,5 al 25%, come anche quelli sulle batterie, mentre quelli sui semiconduttori crescono dal 25 al 50%. Tariffe del 50% saranno invece applicate anche ai pannelli solari e ad alcuni prodotti medici.

Ed è proprio l’acciaio a spaventare i Paesi del continente sudamericano. Tanto che una dopo l’altra i governi di Brasilia e Città del Messico stanno seguendo la strada degli Stati Uniti, intimoriti dal fatto che l’importazione di acciaio dalla Cina a prezzi stracciati, possa distorcere il mercato e danneggiare le imprese locali. Messico, Cile e Brasile hanno dunque aumentato, e in alcuni casi più che raddoppiato, i dazi sui prodotti siderurgici provenienti dalla Cina. E anche la Colombia potrebbe essere sul punto di seguire l’esempio dei suoi vicini di casa.

D’altronde, la Cina è diventata il più grande importatore di acciaio del Sudamerica, tanto che l’America Latina compra quasi 10 milioni di tonnellate di acciaio cinese all’anno, per un valore di 8,5 miliardi di dollari: un enorme salto rispetto alle sole 80.500 tonnellate del 2000. Ma questo enorme flusso, rischia di ritorcersi contro le stesse aziende sudamericane, che comprando a prezzi decisamente più bassi del mercato, mettono a rischio la loro produzione. E il risultato potrebbe essere la perdita di 1,4 milioni di posti di lavoro, che i governi latini non possono certo permettersi. E allora, tanto vale regolarsi.

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