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L’illiberalismo dell’America Latina non riguarda l’ideologia, ma la sopravvivenza. Quando le democrazie non riescono a fermare la violenza delle gang o la corruzione, gli elettori iniziano a considerare i diritti fondamentali come un lusso e le istituzioni diventano, nella migliore delle ipotesi, un peso, nel peggiore dei casi complici. Anche il Cile, da tempo considerato un modello di riforma democratica graduale, ha rifiutato prima una costituzione progressista e poi una conservatrice, con gli analisti che attribuivano la reazione a un eccesso di potere delle élite. In Paesi come Perù e Guatemala, la frammentazione politica ha permesso quello che Paolo Sosa-Villagarcia e Moisés Arce chiamano “autoritarismo legislativo” dove il legislatore, piuttosto che l’esecutivo, governa attraverso negoziati tra élite e cattura dello Stato invece di rispettare la volontà del popolo. Questi regimi mantengono una facciata liberale, non si manifesta un eccesso di potere esecutivo, ma la legittimità democratica ne soffre comunque.

D’altra parte i leader riformisti ambiziosi hanno adottato tattiche populiste, utilizzando la legittimità popolare per aggirare i controlli istituzionali. La riforma della magistratura in Messico, ad esempio, è stata controversa perché rischiava di ridurre l’indipendenza giudiziaria, ma è stata presentata come democratizzazione. Sebbene retoricamente progressiste, queste mosse rischiano di svuotare le garanzie liberali in nome dell’urgenza democratica. Questi modelli evidenziano la lotta perenne della regione per allineare la governance liberale alla legittimità democratica. Le democrazie che si sono dimostrate abbastanza resilienti da resistere alle crisi, come Argentina e Brasile, lo hanno fatto attraverso barriere istituzionali che salvaguardano i processi elettorali e ristabiliscono l’equilibrio politico. Questi contrappesi, specialmente nei periodi di polarizzazione, sono fondamentali. Dimostrano che la resilienza istituzionale, pur essendo fragile, non è inutile.

Gli elettori sostengono i leader illiberali per quattro motivi. Innanzitutto, scelgono i risultati invece dei diritti. Quando la democrazia liberale non riesce a mantenere le promesse, gli elettori puniscono i governanti e favoriscono soluzioni che funzionano, indipendentemente dai costi. In secondo luogo, le persone tendono a preferire narrazioni semplificate. I populisti indicano nemici concreti piuttosto che cause astratte e promettono soluzioni nette invece che compromessi. In terzo luogo, il divario tra il popolo e le élite si è ampliato. Alcune élite liberali hanno sviluppato un atteggiamento moralista che l’elettore medio considera paternalista o minaccioso. In quarto luogo è emerso un contraccolpo culturale. Alla presunzione morale delle élite si è accompagnata l’imposizione di valori progressisti che molte persone comuni percepiscono come estranei alla tradizione. Questa non è una storia unicamente americana o latino-americana. È globale. E a meno che le democrazie liberali non diventino più empatiche e reattive – cioè meno oligarchiche – i candidati illiberali continueranno a vincere le elezioni, a volte con maggioranze schiaccianti. Questo rende la ricostruzione della legittimità democratica non solo un imperativo morale, ma una necessità strategica.

Per sopravvivere la democrazia liberale deve produrre risultati, non solo predicare. Le lezioni dell’America Latina sembrano chiare: la stabilità del Costa Rica si basa su tribunali anticorruzione che funzionano; gli strumenti digitali dell’Uruguay e i referendum attivati da parte popolare permettono ai cittadini di influenzare le politiche, non solo di protestare. Ancora più importante, le élite di entrambi i Paesi – come l’emblematico José “Pepe” Mujica – condividono lo stile di vita delle masse. Empatia e prossimità non sono concetti demagogici, ma costruttori di fiducia. Le riforme della regione devono affrontare sia i bisogni materiali sia simbolici, combinando giustizia e ripresa economica invece di limitarsi a compromessi legalistici. Quando la democrazia diventa una prerogativa delle élite, tradisce la sua natura primordiale: essere un governo del popolo. E quando diventa un rituale di elezioni senza consegna, vanifica il suo scopo ultimo: un governo per il popolo. Diritti e risultati non sono opposti, ma prerequisiti reciproci. Senza di essi, gli elettori continueranno a scegliere caudillos che promettono sicurezza rispetto alle tutele e che scambiano pesi ed equilibri con l’“efficienza da uomo forte”. La lezione è chiara: la democrazia senza liberalismo è pericolosa, ma il liberalismo senza democrazia è insostenibile. Per preservare entrambi, bisogna ricostruire il ponte che un tempo li teneva uniti: la fiducia con gli elettori al centro.

L’equilibrio richiesto non è solo istituzionale, ma simbolico e materiale. I cittadini devono credere sia nei propri diritti individuali sia nel loro potere collettivo di plasmare la governance. A loro volta, i leader devono servire i cittadini migliorando le loro condizioni di vita, attraverso una prosperità condivisa e la dignità sociale . Il rispetto è il primo mandato della comunità e la condizione che legittima l’autorità. Il secondo mandato è il pane quotidiano. Il liberalismo deve dimostrare di poter ridurre criminalità e corruzione e riaccendere la crescita economica, non solo proteggere le procedure. Altrimenti, gli elettori continueranno a scambiare diritti per risultati, e l’esperimento della democrazia dell’umanità continuerà a essere in bilico.

Formiche 225

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