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L’energia è stata la chiave della resistenza di Mosca alle sanzioni occidentali. Il collasso della Federazione russa, evocato da molti dopo l’adozione delle prime misure restrittive da parte dei Paesi del G7, non c’è stato. La ragione? Nonostante azioni piuttosto pesanti, come il congelamento di circa 300 miliardi di riserve estere della Banca centrale russa, Mosca ha potuto difendere la propria economia e la propria moneta grazie alle ingenti entrate derivanti dall’export di idrocarburi, tanto da arrivare al paradosso di un paese sanzionato ma in surplus commerciale. Il punto è che, dato il ruolo della Russia nel settore dell’oil&gas, non vi era modo di colpirla veramente senza far saltare in aria l’intero mercato globale dell’energia – aspetto che ha suggerito una certa cautela non solo agli europei, strettamente dipendenti dalle forniture russe, ma anche gli americani, considerate le oscillazioni nei prezzi del petrolio. Si è dovuto così optare per un percorso graduale, separando in parte la storia delle sanzioni dalla battaglia dell’energia. Difatti, e questo è un dato essenziale, per tutto il 2022 tale settore non è stato, nella sostanza, oggetto di sanzioni.

Da qui, un primo punto: i prezzi dell’energia, già in salita dall’autunno del 2021, sono aumentati drasticamente per la guerra, non per le sanzioni. Pensiamo alle misure dell’Unione europea, il soggetto più interessato dalla battaglia dell’energia: il gas non è mai stato sanzionato, mentre il petrolio via mare (per i gasdotti sono state congegnate delle eccezioni, fermamente richieste dall’Ungheria) è stato sottoposto a restrizioni solo dal dicembre 2022 – e, dunque, con effettività dal 2023. La crisi del 2022, che ha visto i prezzi dell’energia schizzare in alto, permettendo così a Mosca di ottenere entrate per sostenere il rublo e la propria economia, trascende le sanzioni. In quel primo anno troviamo solo, a partire dal mese di agosto, il divieto di import di carbone, ma trattasi di un elemento meno rilevante. Per il resto, bisogna arrivare all’anno successivo. Per esempio, l’Unione europea, dal 2023 ha: petrolio sanzionato e price cap per quello trasportato a Paesi terzi; il gas invece ancora libero, tanto che è rimasta una fornitura di circa il 15%, un terzo rispetto all’import precedente al 24 febbraio 2022.

Paradossalmente, se l’energia ha rappresentato il punto di forza della Russia, tanto che le sanzioni occidentali sono state architettate in modo da non incidere sul settore, rifiutando quindi l’insostenibile strada del decoupling netto e scegliendo un percorso graduale, oggi questa partita vede Mosca perdere entrate, in calo sia perché i prezzi si sono abbassati rispetto ai picchi del 2022, sia perché le forniture stesse sono calate. L’Unione europea, infatti, è riuscita nel giro di due anni a diversificare, staccandosi dall’abbraccio russo e affidandosi ad altri fornitori: Norvegia, Algeria, Qatar, Azerbaijan e soprattutto Stati Uniti. Certo, non è stato un percorso indolore, né tantomeno economicamente conveniente – ma i paradigmi politici e securitari di questa fase storica tendono spesso a sacrificare la razionalità economica. Vi sono state bollette in aumento, difficoltà nella produzione industriale, calo dei consumi, recessioni, questo è certo. Però, se si prende singolarmente la partita dell’energia, oggi, dopo due anni, si può dire che l’Unione europea ha resistito, è riuscita a diversificare senza lockdown energetici o altri scenari tragici e non è più dipendente dalla Russia. Di converso, quest’ultima non sta riuscendo a compensare integralmente le mancate entrate di quello che era il suo principale mercato di sbocco. I guadagni del 2022 hanno sì permesso a Mosca di resistere alle sanzioni (la rivincita di energia e materie prime rispetto alla finanza), però ora Gazprom e altre realtà stanno registrando dei cali nelle entrate non trascurabili. Sul punto, c’è un profilo che chi scrive non si stanca mai di ripetere.

Per Mosca non era e non è così semplice girarsi da Ovest a Est per quanto concerne il gas. Verso Pechino mancano le infrastrutture, ossia i gasdotti, e soprattutto la Cina non ha alcuna intenzione, memore della lezione europea, di rendersi dipendente da Mosca assorbendo tutto il suo gas (un conto è aumentare alcune forniture strappando prezzi più bassi, un altro coprire tutti i metri cubi che andavano verso l’Europa); la strategia energetica cinese è improntata alla diversificazione.

In questo modo, a due anni dallo scoppio del conflitto, sul fronte energetico – una storia in parte parallela rispetto a quella delle sanzioni – Mosca inizierà a sentire il calo dell’entrate, mentre l’Unione europea è maggiormente libera. Anche perché la partita di Vladimir Putin dell’energia è stata tanto efficace quanto non ripetibile. Una volta giocata, se la controparte, in questo caso l’Europa, riesce a resistere senza crollare, poi non vi saranno più altre mani: a decoupling fatto, ossia con il mix diversificato, rimangono solo migliaia di chilometri di gasdotti vuoti e la perdita del principale cliente.

In sintesi, vi sono state due partite in parte parallele e in parte intersecate: sanzioni ed energia. Le prime rispondono a una logica di medio-lungo periodo, nell’ottica di un progressivo indebolimento della Russia, ma hanno dovuto cedere per forza di cose sul settore energetico, circostanza che ha permesso a Mosca di non collassare; inoltre, l’unilateralismo delle misure restrittive ha lasciato mercati alternativi liberi e favorito operazioni di triangolazione. La seconda ha rappresentato un percorso graduale e, per l’Unione europea, particolarmente doloroso, ma a due anni dallo scoppio del conflitto non vi sono stati lockdown energetici, si è diversificato e Mosca sta registrando e probabilmente registrerà un calo progressivo nelle entrate, impossibilitata a compensare del tutto il mercato europeo. Questa partita, giocata più su un decoupling energetico di fatto che di diritto (il gas non è sottoposto a sanzione, tanto che circola ancora, seppure nettamente ridotto), avrà forse ancora più rilevanza dell’effetto delle sanzioni stesse.

Ci sono ovviamente diverse incognite, che dovrebbero suggerire cautela prima di cantare vittoria. La scadenza dell’accordo di transito con l’Ucraina e i danni alle raffinerie russe rappresentano rischi reali. Il mercato dell’energia rimane per sua natura piuttosto schizofrenico, ragione per cui il processo di diversificazione non può ritenersi concluso, anche perché sul petrolio la Russia rimane un attore centrale. Poi, ancora, è chiaro che se si vuole alzare lo sguardo, più che di vittoria europea si dovrebbe parlare di vittoria americana, che con il proprio Gnl ha sostituito la Russia come fornitore incassando diversi miliardi e assorbendo l’altra sponda dell’atlantico nel proprio sistema. Ma sul mero fronte della sfida energetica tra Unione europea e Russia, non si può negare che la prima abbia resistito. In due anni è riuscita ad attuare un decoupling energetico non scontato e contro ogni previsione più tetra e anche questo inverno gli stoccaggi sono pieni.

Anche perché, molto spesso, sono le previsioni il parametro su cui si basano le analisi. Per esempio, se taluni commentatori fossero stati più cauti nell’evocare un collasso russo grazie alle sanzioni, forse il dibattito su queste ultime sarebbe più pertinente. Allo stesso tempo, in molti dubitavano sulle capacità dell’Unione europea di sopravvivere agli inverni e staccarsi in così poco tempo dalla dipendenza dalla Russia senza crollare. Invece ha resistito e ora la Russia ha perso un cliente importante. Ognuno può valutare a seconda della propria sensibilità l’opportunità di tali politiche. Il dato però rimane e non può essere trascurato in un’analisi seria del conflitto.

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Di Luca Picotti

In due anni i 27 sono riusciti ad attuare un decoupling energetico non scontato e contro ogni previsione più tetra e anche questo inverno gli stoccaggi sono pieni. L’analisi dell’avvocato Luca Picotti

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