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Costruire più impianti di energia pulita per accrescere la resilienza dell’infrastruttura elettrica (e non solo) dell’Ucraina di fronte alla rinnovata campagna di bombardamenti da Mosca. A promuovere questa nuova linea d’azione è Maksym Timchenko, amministratore delegato di Dtek, la più grande azienda energetica privata ucraina, che è stato contattato da Politico per approfondire questa tematica. Timchenko ha affermato che i rischi di investimento legati alla guerra hanno impedito ad aziende come la sua di accedere a capitali o assicurazioni per nuovi progetti: “Non siamo in grado di costruire grandi parchi solari o eolici per questo motivo”, dice l’ad, aggiungendo “tutti gli altri aspetti sono a posto”.

Dtek, responsabile dell’erogazione di un quinto dell’energia elettrica in territorio ucraino, ha annunciato questa settimana di aver perso l’80% della sua capacità di generazione e ha dichiarato che cinque delle sue sei centrali elettriche a carbone sono state “gravemente danneggiate” dai bombardamenti strategici condotti dalle forze armate di Mosca.

I danni causati da questi attacchi, oltre a provocare un blackout di molteplici ore nella regione orientale dell’oblast di Kharkiv, costeranno trecento milioni di dollari per le riparazioni, le quali richiederanno fino a otto mesi per essere completati. Rimanendo però bersagli “facili”.

Se la produzione di energia dell’Ucraina fosse ad esempio distribuita su centinaia di turbine eoliche, il Paese non sarebbe costretto a “concentrare una così grande quantità di produzione di energia in un unico luogo”, ha detto Timchenko. Ma sia per rimettere in sesto le infrastrutture già esistenti che per costruirne di nuove, è necessario l’aiuto dell’Unione Europea. Secondo l’ad di Dtek Bruxelles dovrebbe contribuire immediatamente con denaro contante per ricostruire l’infrastruttura energetica dell’azienda, e dovrebbe anche inviare attrezzature elettriche come trasformatori, sistemi di controllo e turbine. “Mi rivolgo a istituzioni come la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, la Banca europea per gli investimenti… affinché inizino ad aiutarci” con l’accesso al capitale e il de-risking delle garanzie, dice Timchenko, insistendo sul fatto che un maggior numero di progetti verdi avrebbe anche benefici più ampi: essi non servirebbero soltanto a soddisfare il fabbisogno ucraino di energia elettrica, ma anche per esportazione l’energia in Europa, accelerando così la transizione verde dell’Europa.

Un punto di riferimento c’è già. Lo scorso maggio Dtek ha aperto un impianto eolico da centoquattordici megawatt nella regione meridionale di Mykolaiv, in stretta collaborazione con il governo danese. L’azienda prevede di espandere l’impianto a cinquecento megawatt entro il 2025.

Un portavoce della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo ha dichiarato che l’ente sta “considerando un ulteriore sostegno di emergenza… per stimolare gli investimenti del settore privato nel settore delle energie rinnovabili ucraine” dopo aver già mobilitato ottocentosettanta milioni di euro per il settore energetico dal 2022.

La Commissione europea ha invece rifiutato di commentare le richieste di Dtek, ma ha indicato a Politico una recente dichiarazione dell’istituzione che incoraggia i Paesi dell’Ue a “intensificare gli sforzi” per sostenere l’Ucraina con le forniture energetiche. Mentre un portavoce della Banca Europea degli Investimenti, pur non commentando a sua volta, ha ricordato i recenti sforzi della banca per mobilitare due miliardi di euro “per le riparazioni di emergenza delle infrastrutture critiche” in Ucraina.

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