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Gli attacchi contro gli stranieri sono rari in Cina, ma l’accoltellamento avvenuto lunedì a Suzhou (nell’est) — ai danni di una donna giapponese e sua figlia a una fermata di autobus vicino a una scuola (giapponese) — è il secondo incidente del genere avvenuto in questo mese. Prima quattro istruttori di un college statunitense sono stati accoltellati da un uomo cinese in un parco nella città nord-orientale di Jilin. Questa volta una donna, Hu Youping, è rimasta uccisa mentre cercava di proteggere le due giapponesi (la donna è stata celebrata come un’eroina, nota la Bbc, anche se qualcuno sui social network l’ha insultata perché ha frenato l’aggressore, in un delirio etno-nazionalista che in questo momento è molto orientato contro i giapponesi).

Sebbene sia presto per parlare di trend, e chiaramente la semplice coincidenza è un fattore, ci sono alcuni elementi comuni: gli attacchi sono condotti con armi bianche la cui disponibilità è pressoché totale e non sono frutto di piani organizzati; gli autori sono cinesi che soffrono condizioni di vita disagiate e sofferenze sociali varie; le vittime sono cittadini di Paesi tecnicamente rivali (Usa, Giappone soprattutto). La domanda è: nel nazionalismo ultra ortodosso con cui il Partito/Stato spinge la narrazione del leader Xi Jinping, e mentre la Cina vive una fase economica in contrazione rispetto al recentissimo passato, si stanno creando situazioni in cui figure borderline si auto-convincono all’azione contro rappresentanti di quei Paesi che quella narrazione individua come nemici e causa del malessere cinese?

Il ministero degli Esteri di Pechino fiuta il contesto, e mentre assicura che il comportamento criminale verrà punito con la giusta severità, precisa in una dichiarazione asciutta e puntuale che “questo genere di incidenti isolati possono accadere in qualsiasi Paese del mondo”. E le due parole chiave sono “isolati” e “qualsiasi”, che servono a dire che non c’è nessun trend di cui preoccuparsi (dunque, sottinteso, la Cina è ancora sicura per gli stranieri, che devono visitare e investire nella Repubblica popolare). Inoltre ricorda che anche altrove certe casualità possono avvenire.

In generale, gli attacchi con coltello non sono rari in Cina, dove le armi da fuoco sono strettamente controllate. Negli ultimi anni il Paese ha affrontato un crescendo di aggressioni in luoghi pubblici, comprese scuole e ospedali. Ma il punto adesso sono i target, gli stranieri. “Recentemente, sono stati segnalati accoltellamenti in luoghi pubblici (parchi, scuole, metropolitane, ecc.) in tutta la Cina”, ha detto il consolato giapponese a Shanghai (la sede diplomatica più vicina a Suzhou) con una dichiarazione in cui ha esortato i cittadini giapponesi nel paese a essere consapevoli dell’ambiente circostante, in un avvertimento ripreso anche dall’ambasciata giapponese a Pechino.

La dichiarazione è composta, ma ha un peso politico. Anche perché l’attacco (come già avvenuto in altri casi) è stato inizialmente censurato sui social media cinesi, con i risultati di ricerca per “scuola giapponese” su Weibo pesantemente filtrati per consentire solo i post dagli account ufficiali. Anche per questo le informazioni sono state diffuse invece dai canali diplomatici stranieri e poi rapidamente dai media non cinesi.

Che il nazionalismo cinese sia diventando più aggressivo e intollerante sotto la guida di Xi è quasi consequenziale, frutto di una propaganda e narrazione sull’unicità della Cina e del suo popolo. Un lavorio che passa dalla volontà di spingere i consumi interni per aumentare l’autosufficienza economica, o dalle ambizioni egemoniche in territori come il Mar Cinese (dove i filippini rivali vengono spesso rappresentanti come scimmie in meme e discussioni sui social controllati dal Partito). Non stupisce che mentre le scuole giapponesi in Cina hanno affrontato crescenti critiche e complottismi (tanto che se ne chiede addirittura la chiusura), qualcuno prenda derive parossistiche e usi le armi a disposizione per rilanciare certe istanze e rivendicazioni.

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