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Quel che sappiamo è che se non si vota liberamente, segretamente, periodicamente non può esistere nessuna democrazia. Naturalmente, da solo il semplice votare non implica l’esistenza di una democrazia; anzi, spesso è semplicemente manipolazione delle preferenze dei votanti e non votanti. Un professore cinese mi comunicò candidamente che in troppe democrazie occidentali si vota troppo spesso. Con rischi per i governi e per le stesse democrazie. Le elezioni regionali in Abruzzo offrono il destro (oops, par condicio, anche il sinistro) per criticare le elezioni troppo frequenti e le campagne elettorali permanenti. Scrivo subito che non condivido né l’una né l’altra critica.

Esistono diversi livelli di governo: comunale, regionale, nazionale ed è giusto e opportuno che ciascuno abbia la sua tornata elettorale. “Accorpare” tutte le elezioni comunali e tutte le elezioni regionali? No, è corretto che si voti quando è giunto alla fine del suo mandato qualsiasi governo locale e non procedendo ad accorpamenti artificiali. Ed è preferibile che gli elettori possano maturare la loro opzione di voto con riferimento all’organismo per il quale votano. Poi, sicuramente l’elettorato dell’Abruzzo sa perfettamente che il suo voto ha una forte valenza locale, vale a dire, l’elezione del presidente della Regione, ma verrà anche interpretato come un segnale che l’opposizione ha imboccato la strada giusta dopo la vittoria in Sardegna oppure che quella rondine sarda non fa primavera e che il centro-destra ha subito superato la sua battuta d’arresto. Tutto questo è, comunque, importante e utile al triangolo, non sempre virtuoso, dei protagonisti: elettori, operatori dei media, dirigenti politici.

Qualsiasi elezione produce informazioni politiche e sociali rilevanti, anche informazioni sulle disinformazioni e sui disinformatori. Fissato questo punto, il quesito successivo riguarda la cosiddetta campagna elettorale permanente. La traduco come segue. Quella campagna è intessuta di tutti gli atteggiamenti, tutte le dichiarazioni, tutte le prese di posizione dei dirigenti politici orientate continuativamente a lucrare qualche voto in più, qualche consenso aggiuntivo, qualche spazio di visibilità. Talvolta questa ossessiva ricerca va a scapito del tempo e delle energie che dovrebbero essere assegnate a governare. Talvolta nasconde le difficoltà, forse anche l’incapacità dei governanti e la sterilità degli oppositori. La metafora è quella dell’equilibrista costretto a muoversi più o meno rapidamente sul filo per procedere evitando di cadere. La campagna elettorale permanente esige movimenti permanenti che, senza idee, diventano balletti quasi incomprensibili, ma che danno qualche soddisfazione ai ballerini non in grado di fare altro.

Ciò doverosamente detto, anche le campagne elettorali permanenti potrebbero portare frutti: se qualche contenuto fa capolino, se chi le pratica è costretto a sentire critiche e repliche, se gli elettori imparano a secernere il grano dal loglio. Non concluderò che nelle democrazie non fanno la loro comparsa problemi che l’arsenale democratico non possa risolvere, ma ci vado molto vicino. Le democrazie imparano e con loro, grazie a qualche aiutino che provenga da comunicatori preparati, non neutrali, ma imparziali, dotati di indispensabile senso civico, anche i cittadini democratici diventano meglio informati e più accorti. Voto libero, segreto, permanente.

camera pasquino

Campagne elettorali permanenti e triangoli viziosi. Il commento di Pasquino

Anche le campagne elettorali permanenti potrebbero portare frutti: se qualche contenuto fa capolino, se chi le pratica è costretto a sentire critiche e repliche, se gli elettori imparano a secernere il grano dal loglio. Le democrazie imparano e con loro anche i cittadini democratici diventano meglio informati e più accorti. Voto libero, segreto, permanente. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza Politica

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