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La sesta edizione del Premio “Francesco Cossiga per l’Intelligence”, promossa dalla Socint e conferita alla memoria dell’Ammiraglio Fulvio Martini, ha rappresentato un momento di riflessione sulla funzione dell’Intelligence. La disponibilità dell’Aula dei Gruppi parlamentari, resa possibile per il terzo anno consecutivo dal vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, ha dato alla cerimonia un carattere istituzionale. Collocare l’Intelligence nello spazio della rappresentanza significa, infatti, riconoscerne la funzione pubblica e, insieme, sottoporla alla grammatica della responsabilità democratica. (Guarda qui la gallery fotografica dell’evento)

Ciò che avrebbe potuto restare un evento celebrativo – doveroso, ma circoscritto – si è rivelato un esercizio pubblico di Intelligence collettiva, nel quale figure di primo piano hanno perimetrato il presente attraverso il filtro di una biografia esemplare e di una tradizione dottrinale ancora operativa.
Il Premio porta il nome di Francesco Cossiga, non per ragioni ossequiose. Cossiga rappresenta, nella storia repubblicana, un’anomalia feconda: un uomo di Stato che ha fatto dell’Intelligence una chiave di lettura del mondo. Lo ha ricordato Gianni Letta, presidente della giuria, con la precisione di chi ha attraversato quella stagione: la passione di Cossiga per l’Intelligence era una scelta intellettuale prima ancora che istituzionale, nutrita da studio, relazioni internazionali e da una concezione della democrazia nella quale la sicurezza è condizione di libertà.

Da questa visione nacque, per sua diretta esortazione, il progetto accademico sviluppato da Mario Caligiuri, che ha progressivamente sottratto la disciplina alla marginalità, facendone un ambito strutturato di ricerca e formazione.
In tale prospettiva, l’Intelligence non è soltanto uno strumento dello Stato, ma una forma di conoscenza applicata al governo della complessità. È in questo senso che l’eredità di Cossiga si distingue: non per averne promosso la dimensione istituzionale, ma per averne colto la natura epistemologica, anticipando una riflessione oggi divenuta centrale.
Fulvio Martini entra in questa storia come il protagonista più nitido di un’epoca. Direttore del Sismi dal 1984 al 1991, ha attraversato uno dei periodi più convulsi della Repubblica – dal sequestro dell’Achille Lauro alla crisi di Sigonella, fino alla fine della Guerra fredda – mantenendo una coerenza di metodo che oggi appare anticipatoria.

Come ha osservato Vittorio Rizzi, direttore del Dis, quando il confronto bipolare si dissolse non in uno scontro ma in un collasso tecnologico, Martini comprese che il terreno della competizione si sarebbe spostato dal piano militare a quello economico e tecnologico, trasformando anche gli equilibri tra alleati. La sua lettura si collocava già oltre la logica bipolare: intravedeva una competizione diffusa, articolata per interessi e capacità di influenza, destinata a rendere più instabile il sistema internazionale e più esigente la funzione dei Servizi.
Martini, lo ha detto bene Rizzi, fu al contempo un interprete del suo tempo e un visionario. Il nome di battaglia, Ulisse – Odysseus, in greco “colui che odia” – si ricollega a Nemo – Outis, “Nessuno – richiamando l’arte dell’inganno positivo: sottrarsi al potere visibile dei ciclopi per salvare i compagni, analogia diretta con l’Intelligence strategica, permeata da una logica di salvaguardia, anonimato e rigore.
Questa capacità di anticipazione è metodo. Quello che Caligiuri definisce – riprendendo una formula cara a Cossiga – attenzione ai segnali deboli. I segnali forti sono visibili e spesso, fuorvianti; quelli deboli richiedono strumenti culturali prima ancora che tecnici: la capacità di cogliere ciò che emerge in forma attenuata, sottotraccia, prima che si imponga come evidenza.
Su questa linea si è sviluppata una delle riflessioni più dense della giornata, che ha intrecciato ambiti solo apparentemente distanti: dalla la Biennale di Venezia, al pensiero di Dietrich Bonhoeffer sulla stupidità come fenomeno sociale, dalla teologia delle minoranze creative di Benedetto XVI alla rappresentazione della finanza amorale narrata nei Diavoli di Guido Maria Brera fino alla lezione di Thomas Pynchon nel romanzo L’arcobaleno della gravità, secondo cui “se riescono a farti porre le domande sbagliate, non dovranno preoccuparsi delle risposte”.

L’Intelligence, in questa prospettiva, è un’operazione di igiene epistemica: l’arte di formulare le domande giuste.
È stato Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura della Camera dei deputati, a tracciare il quadro di questa trasformazione. La guerra cognitiva non colpisce infrastrutture ma percezioni, non distrugge, ma disorienta. Il bersaglio non è più la forza operativa di un sistema, ma la sua capacità di non abbandonarsi a ingenuità, in quella “nebbia” in cui si perse anche Cesare cercando il Rubicone da attraversare. Perché la disinformazione non mira a convincere, ma a disarticolare. Una diagnosi lucida, accompagnata da indicazioni specifiche: investimenti nella crittografia post-quantistica, una risoluzione parlamentare per l’introduzione della cultura dell’Intelligence nei curricula scolastici e universitari, protocolli con i principali broadcaster nazionali.

In modo complementare, Rizzi ha collocato questa dinamica entro una cornice geopolitica più ampia: aumento dei conflitti, regressione democratica, contrazione del libero commercio. La dimensione cognitiva non sostituisce le altre, ma le attraversa e le riconfigura. Non si tratta più soltanto di ridurre l’incertezza, ma di governarla. In un contesto in cui l’eccesso informativo genera opacità, l’Intelligence diventa una funzione ordinatrice, chiamata non solo a conoscere per prevenire, ma a comprendere per rendere possibile la decisione. Da qui una delle definizioni più incisive emerse: il libero arbitrio come infrastruttura critica.
A questa sfida il sistema italiano sta rispondendo su più fronti.
Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, ha ribadito la necessità di una strategia di sicurezza nazionale che sottragga il concetto a quella definizione di “simbolo ambiguo” che ne diede nel 1952 Arnold Wolfers; Rizzi ha evidenziato il rafforzamento delle capacità computazionali e l’apertura a nuove professionalità.

La sicurezza, in ultima analisi, è questione di cultura.
Una democrazia che sottovaluta l’intelligence è una democrazia esposta. E richiede, soprattutto, una classe dirigente capace di leggere e utilizzare l’analisi, senza rimuoverne le implicazioni quando risultano scomode.

La legge n. 124 del 2007, approvata all’unanimità, ha definito un’architettura equilibrata tra responsabilità politica, coordinamento operativo e controllo democratico. Un sistema che resta, ancora oggi, il riferimento per la tenuta istituzionale del comparto. Guerini e Letta ne hanno richiamato l’impianto: la responsabilità affidata alla Presidenza del Consiglio dei ministri, il coordinamento esercitato dal Dis, il bilanciamento garantito dal controllo giurisdizionale e dalla vigilanza parlamentare del Copasir, assegnata per scelta a un esponente dell’opposizione. Un sistema che Cossiga avrebbe probabilmente voluto più accentrato, ma che risponde a una logica di equilibrio tra poteri. Martini, a sua volta, aveva già individuato una linea di soluzione su un nodo cruciale: il rapporto tra Intelligence e magistratura deve essere mediato da un’unica procura titolare dell’accesso alla documentazione riservata. La riforma lo ha recepito. Il compito attuale è conservarne la coerenza.

A chiudere la giornata è stata la testimonianza di Adriana Martini che ha offerto una dimensione ulteriore: l’Intelligence come metodo trasversale, applicabile anche alla lettura del passato. Raccolta dei dati, analisi, sintesi: gli stessi strumenti che consentono di interpretare il presente e anticipare il futuro.
Questo è ciò che la sesta edizione del Premio Cossiga ha restituito: non una celebrazione, ma una messa a punto. Del metodo. Della memoria. Della responsabilità.
“L’intelligence è un sapere per tutti”, ricordava Francesco Cossiga. Non perché tutti debbano accedere ai segreti, ma perché nessuna democrazia può permettersi di ignorare i meccanismi attraverso cui si protegge.
Il Premio continua, edizione dopo edizione, a ribadirlo: non come slogan ma come esercizio di consapevolezza istituzionale.

Memoria, metodo e responsabilità dello Stato. L'eredità dell'ammiraglio Martini

Di Michela Chioso

La sesta edizione del Premio Cossiga Socint, conferita alla memoria dell’Ammiraglio Fulvio Martini nell’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati, ha trasformato una cerimonia commemorativa in un momento di riflessione pubblica sulla funzione democratica dei Servizi di informazione, la sovranità cognitiva e la necessità di radicare la cultura dell’Intelligence nella formazione civica del Paese

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