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Il mondo in cui la sinistra ha più diritti degli altri è finito. Non ci sono solo Mes, manovra e riforme nella conferenza stampa del presidente del Consiglio durata tre ore e due minuti (la più lunga dal 2013), quanto un messaggio aperto alle opposizioni: il caso Degni, i nuovi membri della Consulta, la giustizia, il premierato, ovvero un sistema di regole di ingaggio che offra alle squadre in campo lo stesso perimetro di gioco, norme comuni non “stagionali”. Nel mentre apre all’ipotesi di un confronto tv con Elly Schlein (“credo che sia normale e giusto”).

Caso Degni

Primo aspetto il caso Degni: secondo Giorgia Meloni il vulnus della sinistra è che considera normale che ruoli super partes vengano interpretati da militanti. Si tratta di una mentalità che ha “devastato le istituzioni della Repubblica ed è una mentalità che io combatto”. Per questa stagione si attende una risposta da parte del segretario Pd e “magari anche da chi ha nominato questa persona”, ovvero l’attuale commissario europeo Paolo Gentiloni. Non ha senso, ha spiegato, sostituire un sistema di potere fatto di militanti in ruoli “che dovrebbero garantire tutti con altrettanto distinto e contrapposto sistema di potere fatto di militanti di un altro partito che utilizzano i ruoli per fare altro rispetto a quello che devono fare”.

Il tema su cui più volte il premier torna è quello del “due pesi e due misure”. Ovvero quando la sinistra si fa garantista con i propri e giustizialista con gli altri. Così Giorgia Meloni risponde al presidente M5S, Giuseppe Conte, affermando di essere stata “raggiunta da una appassionante lettera che mi dice che per una questione di opportunità devo far dimettere alcune persone altrimenti c’è una questione morale”. E accusa il M5S di aver chiesto sempre le dimissioni di quelli che venivano raggiunti da un avviso di garanzia con una eccezione: gli esponenti del M5S come Virginia Raggi, Beppe Grillo e l’attuale presidente del partito.

Quali diritti?

Ma non è finito qui il riferimento al tema dei diritti, dal momento che tocca anche la questione dei giudici della Corte costituzionale. Per questa ragione quando osserva che deriva autoritaria è “considerare che chi vince le elezioni se non è di sinistra non abbia gli stessi diritti degli altri” mette l’accento sul fatto che entro la fine di quest’anno il Parlamento, che oggi ha una maggioranza di centrodestra, dovrà nominare quattro giudici costituzionali.

Questo, secondo il premier, porta in grembo il rischio di deriva autoritaria. Si chiede, dunque, perché sia in voga questa idea della democrazia per la quale quando vince la sinistra chiaramente deve avere tutte le prerogative e quando vince la destra no? “Il mondo in cui la sinistra ha più diritti degli altri è fi-ni-to – scandisce – . Non è il mio mondo e farò di tutto per combatterlo. Tutti hanno gli stessi diritti e gli italiani decidono chi deve governare con le elezioni”.

Il futuro

Infine una chiusa sulle elezioni e sul futuro: lo mette in evidenza chiaramente il premier, quando replica alle voci di referendum sul premierato o al fatto che la politica è solo un tratto della strada di un singolo individuo e usa il tema della riforma per esplicitarlo. Avendo l’opportunità di una maggioranza e di una stabilità, perché non porsi il problema di cosa accadrà dopo? “Io penso che questa sia una delle riforme più importanti che si possono regalare all’Italia. È una riforma di cui vado fiera e poi tornare al cospetto degli italiani e chiedere cosa pensino di quel lavoro”. Il motivo? In passato sono stati realizzati programmi non votati da nessuno con un governo “che non rispondeva a nessuno, senza chiedere agli italiani che ne pensassero”.

Meloni e la stoccata sui diritti alla sinistra (quella autoritaria)

Quando osserva che deriva autoritaria è “considerare che chi vince le elezioni se non è di sinistra non abbia gli stessi diritti degli altri”, il premier mette l’accento sul fatto che entro la fine di quest’anno il Parlamento, che oggi ha una maggioranza di centrodestra, dovrà nominare quattro giudici costituzionali

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