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Il leader cinese Xi Jinping ha detto al suo omologo statunitense Joe Biden che Pechino riunificherà Taiwan con la Cina continentale. Lo scambio è avvenuto durante il summit di novembre a San Francisco, ma è arrivato sui giornali solo adesso — grazie a un’indiscrezione di NBC News. La tempistica non è ancora stata decisa, secondo quanto riferito da tre attuali ed ex funzionari statunitensi al media americano, il quale segna lo scoop di fine anno perché il tema Taiwan è centrale per gli equilibri Usa-Cina.

Xi — con linguaggio definito schietto e diretto, ma “non conflittuale” — ha detto a Biden, durante un incontro a cui hanno partecipato una dozzina di funzionari di entrambe le parti, che la Cina preferisce conquistare Taiwan in modo pacifico e non con la forza. Il leader cinese ha anche fatto riferimento alle previsioni pubbliche dei leader militari statunitensi che affermano che Pechino intende prendere Taiwan nel 2025 o nel 2027, dicendo a Biden che le previsioni americane sono errate perché non c’è nessuna data fissata.

Davanti a questo, i funzionari cinesi avrebbero anche chiesto, prima del vertice, una dichiarazione pubblica di Biden in cui affermare che gli Stati Uniti sostengono l’obiettivo della Cina di unificare pacificamente Taiwan, secondo NBC. Washington ha chiaramente rifiutato.

“In sostanza è stato semplicemente ribadito ciò che da Pechino viene detto da decenni riguardo la situazione con Taiwan, discorso che negli ultimi tre o quattro anni viene ripetuto in maniera più veemente, o quanto meno ciò che prima era riservato soltanto ad alcune occasioni ora viene dichiarato in tutte le uscite pubbliche”, spiega Stefano Pelaggi, docente della Sapienza tra i massimi esperti europei del contesto taiwanese.

L’hype mediatico sui contenuti di quelle dichiarazioni di un mese fa, nonostante siano in linea con il pensiero comune a Pechino, potrebbe essere legato anche all’avvicinarsi del momento elettorale a Taipei, con il voto del 13 gennaio che è uno dei primi dossier di carattere internazionale del nuovo anno.

Per Pelaggi, è stata interessante la reazione del segretario di Stato Antony Blinken, che non ha risposto nel merito della parole di Xi (anche perché erano date oltre un mese), “ma ha sottolineato come gli Stati Uniti intendano continuare a competere con la Cina da una posizione di forza, che deriva anche della nuova cooperazione trilaterale con Giappone e Corea del Sud”. Si tratta dell’accordo di agosto noto come “Camp David Principles”.

“Non è banale che si dichiari apertamente qualcosa a proposito degli oggettivi rapporti di forza tra Washington e Pechino e si evidenzi come i principali attori regionali, Seul e Tokyo, abbiano firmato quell’accordo a Camp David”, aggiunge Pelaggi. “Mi sembra chiaro come questo ultimo semestre abbia reso più evidente, semmai ce ne fosse bisogno, il livello dell’engagement statunitense in vari quadranti internazionali: gli Stati Uniti sono ancora l’attore che determina gli equilibri di forza, in grado di intervenire in qualsiasi area del mondo con profondità e rapidità”.

Al Congresso del Partito Comunista Cinese dello scorso anno, Xi Jinping aveva dichiarato che la Cina avrebbe attaccato militarmente Taiwan se avesse dichiarato l’indipendenza con il sostegno straniero. Il leader cinese aveva precisato che la minaccia della forza “è diretta esclusivamente alle interferenze di forze esterne e ai pochi separatisti che cercano” l’indipendenza di Taiwan. Nell’eventualità, cosa aspettarsi? “Se la reazione e la successiva azione è stata tanto netta e diretta in Ucraina e Israele, possiamo immaginarci che, viste anche le reazioni alla pubblicazione dei commenti di Xi, sarà altrettanto netta nell’eventualità servisse con Taiwan, che ormai gli Stati Uniti considerano un fattore di sicurezza nazionale e di equilibrio nell’Indo Pacifico”.

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