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La Proxy war theory sostiene che gli attori statali egemoni possano perseguire i propri interessi attraverso intermediari non statali, chiamati “agenti”. Questo modello si applica sia alle guerre sia ai periodi di pace relativa, evidenziando la complessità delle relazioni internazionali. Gli agenti possono essere gruppi ribelli, milizie o altre entità non statali, e il loro ruolo può influenzare gli eventi globali. Questa teoria offre una prospettiva approfondita sulla natura delle alleanze, dei conflitti e delle strategie di potere, mostrando come gli attori statali possano agire attraverso terze parti per perseguire i propri interessi. La sua applicazione consente di esaminare criticamente le dinamiche delle relazioni internazionali, evidenziando connessioni e influenze nascoste. La teoria evidenzia la complessità delle relazioni tra principali e agenti. Gli Stati principali forniscono sostegno finanziario, militare o politico agli agenti per operare efficacemente. Questa dinamica è caratterizzata da un’asimmetria di potere e informazioni, con il principale che cerca di massimizzare il controllo sull’agente. L’utilizzo dei proxy deriva da considerazioni strategiche, come la volontà di mantenere distanza da azioni dirette o di sfruttare risorse locali. Situazioni in cui il principale non dispone delle risorse necessarie possono motivare l’adozione di questa strategia.

L’Iran ha sostenuto diversi gruppi per influenzare gli sviluppi mediorientali senza coinvolgimento in operazioni militari. Con astuzia, ha creato una rete di proxies in vari paesi, permettendo di estendere la sua influenza senza esporsi direttamente. Tra i gruppi attualmente controllati a diversi livelli dalla Repubblica islamica, è importante menzionare Hezbollah, le milizie Houthi, i gruppi paramilitari iracheni e quelli al fianco del regime di Bashar al-Assad nella guerra civile siriana. La relazione tra l’Iran e Hamas è invece complessa e la definizione del movimento terrorista palestinese come proxy dell’Iran richiede un approccio più sfumato.

L’Iran utilizza questi agenti come strumento per i suoi interessi nel Medio Oriente, ma le relazioni sono complesse e presentano sfide nella gestione delle alleanze e degli obiettivi comuni. Teheran non ha infatti pieno controllo sui suoi proxies, come dimostrato dall’azione relativamente autonoma di gruppi come le milizie Houthi in Yemen e quelle in Iraq e Siria. Questa mancanza di controllo aumenta il rischio di conflitti che l’Iran non può permettersi.

Nel contesto delle relazioni tra principali e proxies nel Medio Oriente, l’idea che siano determinate da una relazione gerarchica è fuorviante. I conflitti di interessi possono generare divergenze operative e decisioni autonome da parte dei proxies. Questo fenomeno è noto in economia come il “problema principale-agente”, dove gli agenti possono agire autonomamente a causa di priorità divergenti. Il limite nel controllo può avere implicazioni significative sulla situazione geopolitica regionale e sulla risposta delle potenze occidentali a eventi come gli attacchi alle imbarcazioni commerciali o alle truppe presenti nella regione.

La mancanza di controllo su gruppi come gli Houthi, ad esempio, suggerisce che la cessazione di conflitti specifici potrebbe non portare automaticamente a una pausa delle ostilità da parte dei proxies iraniani. Questa riflessione è di grande importanza in quanto mette in discussione alcuni concetti consolidati diventati dogmi nell’analisi geopolitica dei conflitti nel Medio Oriente. Un’applicazione attenta della Teoria della guerra proxy mette infatti in discussione la presunta relazione causale tra gli attacchi nel mar Rosso e in Iraq e la guerra tra Israele e Hamas. Sebbene l’inizio delle operazioni dell’Idf nella Striscia di Gaza abbia probabilmente contribuito all’estensione del conflitto, l’idea che la fine delle ostilità tra Israele e i palestinesi porti automaticamente alla cessazione dei conflitti nelle zone circostanti è ingenua e priva di fondamento.

Teheran, Houti e Hamas. Ecco la rete di proxy che infiamma il Medio Oriente

Di Andrea Molle

La guerra a Gaza ha infiammato nuovamente il Medio Oriente, ma non basterà un cessate il fuoco per la sua stabilizzazione. L’Iran, infatti, ha sostenuto diversi gruppi di intermediari non statali, i cosiddetti proxy, per influenzare gli sviluppi nella regione, permettendo di estendere la sua influenza senza esporsi direttamente. L’analisi di Andrea Molle, professore della Chapman University e ricercatore Start InSight

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