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Sono lontani i ricordi, dolorosi, dei ristoranti e dei pub vuoti, condannati al silenzio e alle luci spente dalla pandemia. E, ora che la normalità è tornata, non bisogna sprecare il dividendo della ripresa di uno dei settori d’eccellenza del made in Italy, l’industria della birra. Sì, perché dopo la ripartenza del 2021, consolidata nel 2022, per la bevanda più antica del mondo si rischia una nuova crisi. E stavolta i virus c’entrano poco o nulla. Per questo non c’è un solo minuto da perdere, come chiaramente emerso dalla presentazione del 7° Rapporto La creazione di valore condiviso del settore della birra in Italia, realizzato da Althesys e illustrato alla Camera alla presenza di esponenti dell’industria birraria e degli organismi più direttamente connessi al comparto. Tra questi, il presidente della Fondazione Birra Moretti, Alfredo Pratolongo, i deputati Alessandro Giglio Vigna, Marco Cerreto e Stefano Vaccari, il portavoce di Forza Italia, Raffaele Nevi, la senatrice Gisella Naturale e il ceo di Althesys, Alessandro Marangoni.

Che cosa succede? Semplice, da una parte ci sono i costi che aumentano di giorno in giorno, sull’onda dell’inflazione, dall’altra c’è l’incognita fiscale, alias accise. Lo scorso anno, giova ricordarlo, il governo ha confermato i tagli fiscali e dunque il blocco delle accise, inversamente proporzionali alla dimensione di impresa: per i piccoli birrifici artigianali con una produzione sino a 10 mila ettolitri lo sconto sulle accise per il 2023 è rimasto al 50% mentre per chi produce sino a 30 mila ettolitri è stato pari al 30%. Tutto questo unitamente alla riduzione dell’accisa a 2,97 euro per ettolitro e per grado Plato. Ma ora non bisogna mollare.

Secondo lo studio, infatti, l’effetto moltiplicatore del valore, che cresce per ogni passaggio nella filiera vale purtroppo anche al contrario. In altre parole, se entrano in crisi i produttori, che rappresentano una minima parte del valore condiviso che la birra porta al Paese, ne risente tutta la filiera. E al peso dei costi su un comparto che già si mantiene in un equilibrio instabile rischia di aggiungersi anche un nuovo, ad oggi probabile, aumento delle accise sulla birra.

Secondo Osservatorio Birra, la crisi del settore (che non ha mai smesso di investire, con 250 milioni di euro negli ultimi 4 anni e che conta 850 grandi, medie e piccole aziende, 10 miliardi di valore complessivo generato, 118.000 dipendenti tra diretti e indotto), incastrato tra l’aumento dei costi di produzione e la riduzione del potere d’acquisto degli italiani, mette sotto pressione tutta la filiera: agricoltura, trasformazione, produzione, logistica, trasporti, grande distribuzione e ristorazione. Il rischio è di azzerare quel fenomeno birra che negli ultimi 15 anni ha portato la birra sulla nostra tavola, al centro della gastronomia e della socialità degli italiani.

I dati sono tutti a favore di una filiera che nel 2022 ha per la prima volta sfondato il tetto dei 10 miliardi di euro di valore condiviso, (10,2 miliardi, +9,2% rispetto all’ottimo 2021). La crescita del 4,1% in volume, la crescita dell’8% degli occupati, i 4,3 miliardi pagati al fisco (di cui 707 milioni di euro di accise) sono il quadro di un settore che contribuisce puntualmente alla crescita del Pil del nostro Paese. Dallo studio di Osservatorio Birra emerge come la birra non porta ricchezza solo a chi la produce. Semmai è più vero il contrario: solo l’1,3% dei 10,2 miliardi circa di valore condiviso è trattenuto dai birrifici, il resto viene distribuito ai lavoratori della filiera e allo Stato. E infatti, ogni euro di birra venduta ne ha generati 6,8 lungo l’intera filiera. Ma ecco le nubi all’orizzonte.

“I risultati del 2022 sembrano riferiti a una stagione e a un ciclo economico purtroppo conclusi”, osserva lo studio presentato a Montecitorio. “In verità, anche nel 2022 esisteva un campanello di allarme che suonava in sordina. Innanzitutto, il boom dei costi di produzione (per i birrifici in un anno +50% dell’incidenza dei costi di materie prime ed energia sul valore della produzione) e anche la crescita ampia +9,9% delle importazioni di birra sui valori dell’anno precedente, indicavano che qualcosa di negativo stava accadendo al comparto nazionale. Ma nel primo semestre 2023 la tendenza s’inverte. Il peso e gli effetti dell’aumento dei prezzi sul food and beverage conseguenti alla forte dinamica inflattiva hanno improvvisamente tolto energia alla locomotiva birra. Il primo semestre 2023 registra, per la prima volta dopo 2 anni, un calo del valore condiviso di circa il -3%, pari a circa 120 milioni di euro”.

Di qui la necessità di non fare marcia indietro sulle accise, destinate ad aumentare nuovamente a partire dal 1° gennaio 2024. Uno scenario da scongiurare, visto che ne risentirebbe tutta la filiera. In particolare i canali distributivi, la grande distribuzione e soprattutto i ristoranti, le pizzerie, i pub e i bar, dove la birra, in virtù della sua marginalità costituisce una parte fondamentale del giro di affari. “Inoltre”, ha fatto notare Marangoni, “una crisi della birra tocca anche l’agricoltura italiana. E non solo perché il settore agricolo fa parte della filiera della birra. Ma perché questa bevanda è un traino decisivo per la fetta di consumi agroalimentari nei 350mila punti di consumo. Un aumento di pochi centesimi di euro dell’accisa sulla birra finirebbe per far male a tutti. Anche al consumatore e persino allo Stato.  Sembra paradossale ma è così. La birra è l’unica bevanda da pasto gravata da accise, e in passato lo Stato, quando ha abbassato l’accisa sulla birra, ha incassato di più: +27% di entrate erariali nel 2017-2019 rispetto al triennio precedente, che aveva visto gli aumenti di questa tassa”.

Questione accise, presa a cuore tra gli altri dalla Lega, come ha fatto notare lo stesso Vigna. “Stiamo lavorando alla manovra, la cautela è d’obbligo, ma il nostro impegno è continuare sulla direzione dello scorso anno, ovvero con il blocco delle accise. Io e la mia commissione (Politiche europee, di cui Vigna è presidente, ndr), ci impegneremo al massimo, per aiutare un settore che è e rimane strategico. Occorre sanare questo aspetto il prima possibile, l’impegno della Lega e del governo c’è”.

Ai microfoni di Formiche.net, Pratolongo ha chiarito il punto di vista della Fondazione Birra Moretti rispetto all’inflazione “L’aumento dei costi di produzione, derivante dall’impennata dei prezzi delle materie prime, ha spostato i costi precedenti a un livello più alto e non si tornerà al livello precedente. C’è in questa fase un riassestamento dell’intero settore, molto più profondo di quanto non sia avvenuto in passato. Le imprese del settore devono avere tempo di trovare nuovi equilibri di mercato”.

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