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Il 18 settembre, cinque cittadini e residenti statunitensi detenuti in Iran sono stati rilasciati nell’ambito di un accordo di scambio di prigionieri. L’accordo prevede anche il rilascio di circa 6 miliardi di dollari di proventi petroliferi iraniani congelati dagli americani (perché in dollari), i quali saranno depositati presso la banca centrale del Qatar e a cui l’Iran potrà accedere per scopi umanitari. Dell’intesa se ne parla da tempo, ed è importante perché parte di nuovi potenziali scenari nelle relazioni tra Washington e Teheran — e dunque in Medio Oriente.

I cinque americani imprigionati arbitrariamente dall’Iran sono Siamak Namazi, Emad Sharghi, Morad Tahbaz e altri due che hanno preferito rimanere anonimi. Sharghi e Tahbaz erano detenuti dal 2018, mentre Namazi dal 2015. Ad agosto, quattro di loro sono stati trasferiti dalla prigione iraniana di Evin — che il regime teocratico iraniano usa solitamente per gli oppositori politici — agli arresti domiciliari in un hotel iraniano, mentre l’accordo si avvicinava alla sua conclusione. Il padre di Namazi, Baqer, detenuto dal 2016, è stato rilasciato per motivi umanitari nel 2022 a causa del deterioramento delle sue condizioni di salute.

Ma in questo caso non c’è niente di umanitario: la vicenda è tutta politica e lo si capisce anche dalle ricostruzioni su chi sono i prigionieri. Allo stesso tempo, tutto si inserisce in un complicato contesto che vede l’Iran alleggerire le tensioni con attori regionali come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, mentre procede l’arricchimento nucleare che fa infuriare Israele. Lo scambio prevede anche il rilascio di cinque iraniani condannati per aver violato le sanzioni statunitensi contro l’Iran. In particolare, solo due di questi iraniani torneranno in Iran, mentre due hanno scelto di rimanere negli Stati Uniti come residenti legali e uno andrà in un Paese terzo.

I fondi al regime di Teheran

L’aspetto più controverso di questo accordo è il rilascio dei 6 miliardi di dollari in beni iraniani, che saranno soggetti a condizioni rigorose e al monitoraggio del Qatar e del dipartimento del Tesoro statunitense. I critici sostengono che fornire quei fondi a Teheran equivale al pagamento di un riscatto a un regime anti-democratico per il rilascio di ostaggi statunitensi. I sostenitori, invece, affermano che le sanzioni sono state utilizzate efficacemente per garantire il rilascio di questi prigionieri.

Va detto che in generale lo scambio di prigionieri segue uno schema storico di accordi di questo tipo tra Stati Uniti e Iran. I critici sostengono anche che fare concessioni possa creare un pericoloso precedente e incoraggiare l’Iran a prendere in ostaggio gli americani in futuro per ottenere ulteriori concessioni. I funzionari statunitensi sostengono che i 6 miliardi di dollari sbloccati rappresentano fondi guadagnati dall’Iran grazie alle vendite di petrolio alla Corea del Sud quando le sanzioni statunitensi erano sospese. Seul era tra i pochi Paesi (tra questi anche l’Italia) a cui erano state offerte concessioni speciali e specifiche sul petrolio iraniano quando, dopo la decisione unilaterale dell’amministrazione Trump di uscire dall’accordo sul nucleare Jcpoa, era stata re-introdotta la panoplia sanzionatoria statunitense contro l’Iran. Nel maggio 2019, un anno dopo l’uscita americana dal “Nuke Deal”, anche le concessioni speciali, note come waivers”, furono eliminati.

Il contesto globale sull’Iran

Tuttavia, questo scambio può essere particolarmente più importante. Mentre usciva le notizia sull’accordo di scambio Iran-Usa, il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, sanzionato dagli Stati Uniti a novembre del 2019 perché complice di violazioni dei diritti umani in Iran, è atterrato a New York trasportato da un volo di stato operato dalla Meraj Air, compagnia anch’essa sanzionata (già nel maggio 2018) per aver fornito assistenza all’aviazione della Repubblica islamica, anche quella sanzionata. Raisi è negli Stati Uniti sotto concessioni speciali fornite in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, un’assise che offre un’opportunità per una più ampia distensione nella regione.

I diplomatici informati su quanto accade oltre ai corridoio del Palazzo di Vetro, parlano di colloqui tra funzionari statunitensi e iraniani, direttamente o tramite mediatori (di solito sono feluche svizzere oppure a omanita a occuparsi della staffetta). Gli argomenti di discussione dovrebbero includere restrizioni iraniane sul programma nucleare, ulteriori rilasci di beni da parte degli Stati Uniti e la de-conflittualità in Siria. Sul tavolo c’è un accordo ibrido, o “mini-accordo”. con cui affrontare anche quello che adesso pare il più grande dei problemi internazionali dell’Iran: l’assistenza fornita all’invasione russa attraverso la vendita di materiale bellico come i droni. Il rapporto con Mosca pesa su Teheran molto di più delle scorribande regionali che attori velenosi interni collegati al mondo dei Pasdaran e dell’industria militare portano avanti – anche attraverso gruppi proxy collegati – per mantenere costante l’ingaggio ideologico contro il Grande Satana statunitense e i gli alleati americani nemici esistenziali dell’Iran: le monarchie sunnite del Golfo e l’ideale stato ebraico in Israele.

Il valore dello scambio

Il rilascio dei cinque americani si può dunque inquadrare nel più ampio sforzo degli Stati Uniti di ridurre le tensioni con l’Iran. Negli ultimi mesi, entrambi i governi hanno adottato misure per allentare le tensioni. Washington si è astenuta dall’imporre all’Iran sanzioni legate al nucleare, consentendo l’aumento delle esportazioni di petrolio ed evitando di sollecitare risoluzioni presso il Consiglio dei governatori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea). Inoltre, l’accesso ai fondi iraniani in Iraq è stato facilitato. Teheran ha cessato gli attacchi per procura contro le forze statunitensi in Siria, ha ridotto l’accumulo di uranio ad alto arricchimento e ha permesso un aumento del monitoraggio nucleare internazionale. Tuttavia, ha anche ostacolato gli ispettori e non ha rispettato altri impegni dell’Iaea.

Il prossimo passo sarà la ripresa dei colloqui sul nucleare, interrotti un anno fa dopo che l’Iran aveva rifiutato un accordo di compromesso? La Casa Bianca ha ritenuto che il superamento dell’ostacolo fosse essenziale prima di riprendere i negoziati, che probabilmente riprenderanno in autunno e potenzialmente comporteranno colloqui diretti con l’Iran. Tuttavia, il raggiungimento di un accordo globale prima delle elezioni presidenziali statunitensi è improbabile a causa dei vincoli politici di Washington. Anche Teheran potrebbe esitare, temendo che un accordo possa essere invalidato da un presidente repubblicano. L’attenzione si concentrerebbe invece sulla gestione delle tensioni e sulla discussione dei potenziali elementi di un nuovo accordo nucleare. Intanto, spazio alla fase ibrida.

Iran e Usa andranno oltre lo scambio di prigionieri?

Tra Iran e Usa c’è una fase ibrida: lo scambio di prigionieri (e lo sblocco di fondi petroliferi di Teheran) è parte di queste dinamiche. Il Jcpoa difficilmente verrà ricomposto prima delle elezioni per mancanza di tempo e fiducia reciproca, ma potrebbe avviarsi una fase di distensione sostanziale

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