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Un quadro normativo per il settore industriale della difesa europea: lo prevede la bozza dedicata alla sicurezza e alla difesa delle conclusioni del Consiglio europeo, con l’obiettivo di coordinare gli acquisti congiunti e aumentare l’interoperabilità e la capacità produttiva dell’industria europea della difesa. Formiche.net ne ha discusso con Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation.

Attuare con urgenza le misure esistenti per facilitare e coordinare gli acquisti congiunti e per aumentare l’interoperabilità e la capacità produttiva dell’industria europea della difesa per ricostituire le scorte degli Stati membri, in particolare alla luce del sostegno da fornire all’Ucraina. Questa una delle richieste contenuta nel capitolo sicurezza e difesa delle conclusioni del Consiglio europeo. A questo punto il passo successivo è la difesa comune europea. Ma quando?

C’è una parolina che mi ha colpito della bozza, ovvero standardizzazione: è interessante che leader ancora alle prese con questa bozza abbiano deciso di introdurre questa parola per un passaggio puramente burocratico. Quindi nessuno va a toccare i programmi di armamento in quanto oggetti che poi finiscono nelle mani di una forza armata, però questa parola riguarda le procedure ed è chiaro che se si standardizzano le procedure si facilita la vita a valle.

Un punto di partenza o serviva dell’altro?

Dopo 40 anni di guerra fredda avrebbe già dovuto esser fatta: non pretendo già da oggi l’esercito europeo ma almeno standardizzare i sistemi d’arma e per ora siamo ancora molto lontani. Come si fa a mettere d’accordo 27 voci sull’unanimità? Già con il consenso è complicato, figuriamoci con l’unanimità. Non nascondo che dei passi in avanti siano stati compiuti, come il lavoro enorme sui sistemi radio che oggi si parlano fra loro.

Perché la seconda guerra nel giro di 600 giorni non ha stimolato un’accelerazione su certi processi?

Il problema è che nessuno vuole ridurre i margini di guadagno e mentre durante la guerra fredda sostenevamo che diversità dei sistemi d’arma complicava la pianificazione tattico-operativa del nemico, oggi vediamo che i russi reggono benissimo l’assalto degli ucraini, che tra le altre cose non hanno sistemi standardizzati. Per cui mantenere questa diversità di sistemi operativi è un incubo.

Questa iniziativa contenuta nelle conclusioni del Consiglio europeo quali vantaggi può portare all’Italia che nel suo background ha competenze, imprese e cervelli in quel settore che rappresenta una fetta importante di Pil?

In primis bisognerà valutare se quelle conclusioni presenti nella bozza verranno poi approvate. In quel caso questo tipo di accordo non dico che sarebbe un toccasana, per un sistema come quello tedesco caotico, ma certamente dovrebbe snellire, ad una condizione però: che quando poi si va a negoziare sul concreto ognuno negozi con le unghie e con i denti il meglio che ha. Se gli italiani, come gli altri, non negoziano il meglio di quello che possono offrire come procedure e concetti, allora si uniformano su una specie di ircocervo.

Una chiusura sull’Ucraina: si aspettava qualcosa di più dal Consiglio europeo?

Innanzitutto vorrei contestare alcune affermazioni apparse sulla stampa internazionale secondo cui le esitazioni a sostenere Kiyv sarebbero europee: falso. Sono tanto per cominciare degli americani e, a loro a rimorchio, anche di parte degli europei. Biden fin dall’inizio ha avuto il braccino corto con gli ucraini, tanto è vero che quando Olaf Scholz è stato pungolato dagli americani, ha promesso di mandare i suoi carri armati Leopard solo quando gli Usa avrebbero mandato gli Abrams. Questi ultimi non si sono ancora visti in Ucraina, mentre i Leopard sì: pochi, maledetti e vecchi ma sono arrivati. Quindi le esitazioni sono di tanta parte dei Paesi euro-atlantici. Certo c’è chi è più garibaldino e chi frena di più per ovvi motivi.

Ora è arrivata Gaza…

Che naturalmente ha tolto visibilità comunicativa all’Ucraina. Ma anche se non ci fosse stata Gaza, la fase attuale di stanchezza si sarebbe manifestata ugualmente, anche perché i Paesi hanno finito le scorte. È chiaro che i Paesi occidentali devono tenere duro sul principio che non ci sono cambi di territorio se non concordati tra le parti. Non ci sono perché in quel caso si aprirebbe un vaso di Pandora in tutta Europa, anche a danno dei russi.

Dal Consiglio europeo, piccoli passi verso la difesa comune. L’analisi di Politi

“Non pretendo già da oggi l’esercito europeo ma almeno standardizzare i sistemi d’arma e per ora siamo ancora molto lontani. L’Ucraina? È chiaro che i Paesi occidentali devono tenere duro sul principio che non ci sono cambi di territorio se non concordati tra le parti. Non ci sono perché in quel caso si aprirebbe un vaso di Pandora in tutta Europa, anche a danno dei russi”. Conversazione con il direttore della Nato defense college foundation, Alessandro Politi

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