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Cosa c’è, oltre alla solidarietà per i tragici fatti in Emilia Romagna, in quell’abbraccio (così inconsueto) di Joe Biden a Giorgia Meloni? Molto. La fine anticipata del G7, determinata per il premier italiano dall’urgenza di recarsi a Forlì domani, porta in grembo una serie di elementi, non solo prettamente politici ma anche umani.

Dal Giappone rientra con le convergenze, di merito, confermate con players chiave nei settori maggiormente significativi: il dossier semiconduttori con Kishida, la questione Ita-Lufthansa con Scholz, l’asse di difesa con Sunak oltre ovviamente alla strategia tarata sui bisogni di Zelensky.

Il gesto del presidente americano, dunque, concludendo idealmente un appuntamento per l’Italia dall’alto valore, abbraccia vari filoni del lavoro di Palazzo Chigi.

Come il fatto di aver rafforzato il presidio atlantista in un’ Europa caratterizzata dal pluralismo delle relazioni; di aver sposato la causa democratica e di libertà dell’Ucraina e di Taiwan senza tentennamenti o ambiguità; di aver accelerato sulle alleanze nell’indopacifico, ben consapevoli della densità assoluta di quell’area; di aver costruito uno sforzo reale dinanzi a due quadranti ultrasensibili come il costone balcanico e il continente africano, dove le possibili elezioni in Libia (con il contributo anche italiano) verrebbero salutate come un traguardo storico; di aver guardato alla tradizione repubblicana italiana dal dopoguerra ad oggi, raddrizzando la sbavatura verso Pechino con la Via della Seta.

Tutto questo si evince, oltre che dalle fisiologiche analisi di merito che le due sponde dell’atlantico stanno evidentemente metabolizzando, anche da quel gesto, spontaneo e genuino. Che non passa inosservato e che certifica la strada, pur non semplice, imboccata dal governo a piccoli (ma costanti) passi.

Non solo alluvione, cosa c'è nell'abbraccio di Joe Biden a Giorgia Meloni

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