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Con la proposta avanzata dalla China National Nuclear Corp (Cnnc) di costruire una centrale nucleare sita al confine con Qatar ed Emirati Arabi Uniti, Pechino muove un altro passo nel “grande gioco” del nucleare saudita, ennesimo teatro di confronto tra i due giganti geopolitici contemporanei che però vede anche la partecipazione “secondaria” di potenze minori.

Che l’acquisizione di capacità nucleari sia uno degli obiettivi di Riad non è certo una novità. È anzi stata una delle tematiche centrali nelle discussioni bilaterali con gli Stati Uniti all’interno del processo di normalizzazione dei rapporti con Israele. Ma durante questi negoziati Washington ha posto dei paletti “fondamentali”: gli Stati Uniti avrebbero accettato di fornire il proprio expertise nel settore nucleare all’Arabia Saudita soltanto se il Paese mediorientale si fosse impegnato a non avviare nei reattori di nuova costruzione processi di arricchimento dell’uranio o di riprocessamento del plutonio, entrambi passi fondamentali per l’acquisizione di armamenti nucleari, né a sviluppare un’industria di estrazione dell’uranio in territorio saudita. Limitazioni che Riad non ha accettato di buon grado, e forse anche per questo sta ruotando lo sguardo di 180 gradi, passando dall’Occidente all’Oriente.

Negli ultimi mesi, la Repubblica Popolare ha assunto un’importanza sempre crescente nel suo ruolo di partner dei sauditi: esemplare è lo sforzo diplomatico messo in atto dal Dragone, con esiti positivi, nel portare a una distensione (anche se di natura “tattica”) tra Arabia Saudita e Iran. Ma la vicinanza è anche di tipo commerciale, con la Cina che rappresenta il principale importatore di petrolio (nonché il principale partner commerciale) del paese arabo. E vi è anche una cooperazione militare, considerando che Pechino avrebbe aiutato Riyadh nella costruzione del suo arsenale di missili balistici. La recente proposta cinese di collaborazione sul piano nucleare, privo di quei vincoli che Riyadh ha imposto a Washington, potrebbe apparire dunque come un’opportunità agli occhi del governo di Moḥammad bin Salmān. Non per la proposta in sé, quanto per la capacità negoziale che essa regala all’Arabia Saudita.

Il Wall Street Journal riporta infatti come funzionari sauditi abbiano ammesso che esplorare la questione con la Cina era un modo per spingere l’amministrazione Biden a scendere a compromessi sui suoi requisiti di non proliferazione. Gli stessi funzionari hanno affermato che preferirebbero affidarsi alla sudcoreana Korea Electric Power Corp (Kepco) per la costruzione dei reattori dell’impianto, coinvolgendo al contempo Washington; tutto questo, senza sottoporsi ai vincoli di non-proliferazione espressamente richiesti dagli americani.

Quella cinese non è in realtà l’unica alternativa di cui Riyadh dispone. Anche Mosca e Parigi si sono proposte come partner nucleari per l’Arabia Saudita. Tuttavia, i funzionari sauditi non ritengono la Francia un partner affidabile in questo senso. Mentre le sanzioni imposte contro la Russia negli ultimi dieci anni in risposta alla sua aggressività in politica estera rendono anche questa opzione non viabile. La proposta di Pechino è invece molto concreta. E potrebbe rappresentare un’uscita di sicurezza per l’Arabia Saudita: il principe ereditario Moḥammad bin Salmān sarebbe pronto ad accettare rapidamente con la società cinese,  qualora i colloqui con gli Stati Uniti dovessero arrivare a un punto morto.

Tuttavia, il nulla osta di Washington è legato anche ad altri fattori esogeni. Al momento è in corso una disputa legale tra la Kepco e la statunitense Westinghouse, con la seconda che accusa la prima di sfruttare illegalmente all’interno dei suoi reattori tecnologie di cui ha la proprietà intellettuale; l’accertamento di questa situazione porrebbe immediatamente la Kepco sotto l’egida del regime di export control statunitense, che si applica anche oltre i confini nazionali purché gli input impiegati nella produzione dei beni in questione (da piccole macchine a enormi centrali nucleari) siano made in Usa.

Vi è inoltre anche la questiona israeliana. Tel Aviv si è storicamente opposta all’acquisizione di capacità nucleari da parte di altri stati del Medio Oriente, e fino ad ora è continuata a rimanere fedele a questo filone di pensiero, denominato “dottrina Begin” in onore al suo fautore, l’ex primo ministro Menachem Begin. Tuttavia, oggi la particolare situazione politica potrebbe portare a un ripensamento in questo senso. Come riportato in un precedente articolo di Formiche.net, Israele potrebbe essere disposta ad accettare sia la normalizzazione dei rapporti con Riyadh che l’acquisizione della capacità nucleare da parte saudita, nell’ottica del suo ruolo speciale all’interno del mondo sunnita, di un eventuale rilassamento delle pressioni sulla questione palestinese.

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