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L’accordo militare tra Pakistan e la Libia orientale apre uno spazio di influenza indiretta per Pechino nel Nord Africa, aggirando vincoli politici e giuridici. È questa la chiave di lettura proposta da un’analisi del South China Morning Post, ripresa dal quotidiano libico Al Wasat, secondo cui la vendita di 16 caccia multiruolo JF-17 all’Esercito nazionale libico (Lna) guidato da Khalifa Haftar rappresenta molto più di una semplice transazione commerciale. Valutata oltre 4 miliardi di dollari, l’intesa viene descritta come un possibile canale per estendere l’influenza geopolitica cinese attraverso partnership industriali nel settore della difesa, mantenendo però un profilo diplomatico basso. Formalmente, i velivoli sono forniti da Islamabad, ma il JF-17 Thunder è un progetto congiunto sino-pakistano sviluppato dalla Chengdu Aircraft Corporation insieme al Pakistan Aeronautical Complex, con sistemi chiave – radar e missili aria-aria PL-15E – di produzione cinese.

Secondo il quotidiano di Hong Kong, autorevole e ben addentellato nel sistema cinese, la scelta del canale pakistano consente a Pechino di beneficiare del rafforzamento della propria industria militare senza assumersi apertamente i costi politici di una vendita diretta a una delle fazioni libiche. Il contesto resta altamente sensibile: la Libia è sottoposta a un embargo Onu sulle armi letali dal 2011, regime che – come riconosciuto da diversi rapporti delle Nazioni Unite – è stato ampiamente aggirato. Fonti pakistane citate anche da Reuters sostengono che non esistano sanzioni individuali contro Haftar e che l’accordo non violerebbe formalmente le risoluzioni onusiane, sfruttando margini di ambiguità legale. Per Pechino il vantaggio è duplice: da un lato, l’impiego operativo dei JF-17 in nuovi teatri contribuisce a validare le capacità dei caccia di progettazione cinese; dall’altro, la Cina preserva la propria immagine di membro permanente responsabile del Consiglio di Sicurezza.

Questo approccio militare indiretto si inserisce in un ritorno più ampio e prudente della Cina sul dossier libico. Come ha osservato Andrea Ghiselli (ChinaMed), la riapertura dell’ambasciata cinese a Tripoli il 12 novembre segna l’avvio di una fase di “ritorno alla normalità” dopo oltre un decennio di cautela seguita alla caduta di Gheddafi. Pechino mira a recuperare spazio diplomatico ed economico, mantenendo però flessibilità in un Paese ancora profondamente fratturato. Ghiselli sottolinea come, accanto al dialogo con il governo internazionalmente riconosciuto, non siano mancati segnali di interesse cinese verso la fazione orientale, in un equilibrio delicato per un attore che siede nel Consiglio di Sicurezza e che, al tempo stesso, osserva con attenzione le dinamiche nordafricane più ampie, dal Marocco al Sahara Occidentale.

In questo quadro, il ruolo del Pakistan introduce un ulteriore fattore di instabilità nell’Indo-Mediterraneo, spiegava l’analista Vas Shenoy. L’accordo con il Lna non è solo una mossa commerciale, ma un atto di proiezione strategica di un apparato militare che cerca di monetizzare le proprie capacità all’estero, estendendo indirettamente la profondità strategica cinese nel Mediterraneo allargato. Il coinvolgimento pakistano rischia di aggravare la militarizzazione della Libia orientale, attirando nuovi attori esterni in un ambiente di sicurezza già congestionato e con ricadute dirette per l’Europa meridionale. Per la Cina, è un passo silenzioso ma significativo; per la regione, un ulteriore elemento di competizione e fragilità.

La Cina dietro alle mosse del Pakistan in Libia

Un accordo militare tra Pakistan e Libia orientale apre uno spazio di influenza indiretta per la Cina nel Nord Africa, consentendo a Pechino di rafforzare la propria presenza strategica senza esporsi direttamente. Tra ambiguità legali, ritorno diplomatico cinese e proiezione militare pakistana, la Libia diventa un nuovo snodo di instabilità nel Mediterraneo allargato

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