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Il titolo dice un po’ tutto, Endgame. Che se non suona proprio come game over, poco ci manca. Dopo quattro anni di guerra, la crescita dell’economia russa si è fermata e le riserve di bilancio per sostenerla sono quasi terminate. Vladimir Putin, non c’è bisogno di ricordarlo, se ne è accorto da tempo che le cose in Russia non vanno. Così come se ne sono accorti manager, banchieri e oligarchi che hanno animato l’ultimo Forum di San Pietroburgo, consesso che qualcuno paragona a Davos, ma formato Est. Ora però è tempo di tirare un riga e cominciare a guardare in faccia la realtà. Il Kiel Institute, tra i più prestigiosi osservatori internazionali sull’economia, lo ha fatto. Con un report dal titolo, come accennato, eloquente: Finale di partita, l’economia di guerra russa raggiunge i suoi limiti.

Prima questione, il fondo sovrano russo oggi ha asset liquidi pari all’1,8% del Pil, rispetto al 6,5% di prima dell’invasione. Allo stesso tempo, il deficit federale ha superato l’obiettivo annuale fissato dal governo già a marzo, mentre i proventi derivanti dal petrolio e dal gas sono crollati del 45% su base annua nel primo trimestre. E, proprio ieri, l’Agenzia energetica mondiale ha ammesso che, a maggio, la produzione di greggio è risultata inferiore del 10% rispetto al target fissato dal governo. Altro problema, le aziende indebitate. L’espansione del credito, imposta dal Cremlino per sostenere soprattutto l’industria della difesa e i settori legati alla guerra, sta mandando in affanno le banche. Contemporaneamente, le imprese russe si sono fortemente indebitate. Secondo il Kiel Institute “molte grandi aziende devono pagare interessi che superano il loro ebitda annuale, e il debito societario in sofferenza ha raggiunto il 3,8% del Pil, rispetto al 2,4% all’inizio della guerra. I crediti in sofferenza nel settore bancario sono saliti all’11% dello stock”.

Ma c’è, se possibile, anche di peggio. La Russia è sempre più dipendente dalla Cina. Pechino paga per il gas russo quasi il 40% in meno rispetto agli altri clienti e rappresenta ormai circa il 35% del commercio estero totale di Mosca, con scambi bilaterali più che raddoppiati tra il 2020 e il 2024, a 245 miliardi di dollari. Dalla Cina arriva oltre l’80% dei beni a duplice uso, civile e militare (era il 25% prima della guerra), e quasi il 60% di tutti i componenti critici, compresi quelli militari, soggetti a sanzioni. Ciò porta la Russia a essere sempre più dipendente da Pechino. “Mosca dipende sempre più da Pechino per il commercio, la tecnologia e la finanza, mentre la Cina rimane libera di dettare i termini”, è la sintesi del Kiel. Insomma, “La Cina svolge un ruolo chiave anche nella fornitura alla Russia di prodotti soggetti a sanzioni, in particolare di quelli che con maggiore probabilità contengono i cosiddetti componenti militari critici”.

Domanda, che cosa ha da guadagnarci l’Europa da tutto questo? Molto. “Con la debolezza economica della Russia a un punto critico, si apre una finestra di opportunità per un’azione occidentale di rilievo. Il compito dell’Europa è quello di dotarsi degli strumenti necessari per trasformare la pressione economica in un cambiamento duraturo nel calcolo strategico della Russia. Gli ultimi mesi hanno dimostrato che l’applicazione del regime sanzionatorio fa davvero la differenza e che occorre fare di più per quanto riguarda il monitoraggio della flotta ombra e l’imposizione di sanzioni secondarie”, scrive il Kiel, “I controlli sulle esportazioni devono essere inaspriti, con particolare attenzione al ruolo delle imprese cinesi, eventualmente vincolando l’accesso al mercato europeo al rispetto dei controlli sulle esportazioni. L’Europa dovrebbe inoltre sfruttare la sua posizione negoziale asimmetrica e imporre un dazio sul restante commercio con la Russia. I proventi derivanti da questo dazio di sostegno all’Ucraina potrebbero essere utilizzati per sostenere l’Ucraina stessa”.

La Russia barcolla. Le opportunità per l'Europa secondo il Kiel Institute

Quattro anni di guerra hanno minato le fondamenta di una delle economie un tempo più forti del Pianeta. Le casse pubbliche sono quasi vuote e le banche sono a un passo dall’insolvenza. Per giunta, Mosca dipende quasi totalemente dalla Cina. E ora l’Europa può sferrare il colpo del knock out

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