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Da “chef” di Vladimir Putin a colui che avrebbe potuto “cucinarlo”. Evgenji Prigozhin, capo delle truppe mercenarie della Wagner, stava facendo puntare le sue truppe (indisturbate) verso Mosca, salvo poi ordinare marcia indietro e lasciare le città che aveva occupato senza incontrare praticamente alcuna resistenza e accettando la mediazione del dittatore bielorusso Alexander Lukashenko. Insomma, in meno di 24 ore in Russia è successo tutto e il contrario di tutto e non è facile spiegare in maniera univoca e lineare questi avvenimenti: il Paese sembrava sull’orlo di una guerra civile e ora sembra regnare la calma (apparente?). Proviamo dunque a definire qualche punto, senza avere la pretesa di avere la sfera di cristallo riguardo a un Paese storicamente portato a colpi di stato e drastici sovvertimenti, per interpretare gli sviluppi di una situazione che è destinata a rimanere per ora assai fluida.

Innanzitutto, in un’ottica di breve termine si può dire – senza apparire filo-putiniani – che il (temporaneo?) ritorno alla normalità in Russia è preferibile rispetto allo scenario di una guerra civile. Se Prigozhin fosse andato avanti nella sua “marcia su Mosca”, le prospettive di un Paese in preda al caos sarebbero state peggiori rispetto a quelle attuali di un regime autoritario ma stabile dal punto di vista istituzionale. Proprio per questo motivo, le tesi complottiste che vedevano la Wagner sostenuta dagli Stati Uniti con l’obiettivo di spodestare Putin non stanno in piedi: non è nell’interesse dell’Occidente favorire un regime change “al buio”, dove peraltro il risultato finale sarebbe la presa al potere (totale o parziale) di un gruppo decisamente più estremista rispetto all’attuale élite di governo. La destabilizzazione di una potenza nucleare come la Russia non è un obiettivo desiderabile per la tenuta del sistema internazionale e per questo motivo l’obiettivo principale delle potenze Nato resta quello della liberazione dell’Ucraina e della sconfitta militare di Mosca.

Dunque, ecco perché quanto accaduto nella giornata di ieri potrebbe invece rivelarsi utile con riferimento alle sorti del conflitto in Ucraina. Anche se rapidamente rientrato, il tentativo di golpe da parte di Prigozhin ha messo a nudo le vulnerabilità del regime putiniano e in particolar modo delle sue forze armate: le truppe della Wagner non hanno incontrato reazioni significative e, anzi, pare che abbiano anche goduto di un certo sostegno da parte delle forze ufficiali di Mosca. Che si sia trattato di un tentativo di sbarazzarsi dell’attuale ministro della Difesa, Sergei Shoigu, oppure no, in ogni caso è apparso evidente come non si debba dare per scontata la fedeltà degli apparati militari russi al Cremlino. Da questa fase di incertezza e di relativa debolezza resa evidente all’esterno potrebbe dunque approfittarne l’Ucraina, recuperando terreno in Donbass e magari puntando anche a una riconquista della Crimea.

Potrebbero dunque crearsi le condizioni appropriate per costringere Putin a sedersi attorno al tavolo e iniziare a discutere quantomeno di un cessate il fuoco. Quanto più continua la guerra, tanto più il logoramento interno del regime è destinato a proseguire a causa del crescente malcontento (non dimentichiamoci che la cosiddetta “operazione militare speciale” sarebbe dovuta durare solo pochi giorni) e del deterioramento dell’economia: è vero che fino a ora il sistema produttivo russo si è dimostrato resiliente, ma nel medio-lungo termine le difficoltà di Mosca sono destinate ad aumentare a fronte delle sanzioni e della riduzione delle entrate derivanti dall’export di gas. Che l’effetto collaterale di questo tentato golpe sia una svolta in Ucraina? È ancora presto per scoprirlo, ma l’Occidente dovrebbe intensificare i propri sforzi diplomatici per convincere Putin a fare un “bagno” di realismo.

Il tentato golpe porterà una svolta in Ucraina? Scrive l’amb. Castellaneta

Quanto più continua la guerra, tanto più il logoramento interno del regime è destinato a proseguire. L’Occidente dovrebbe intensificare i propri sforzi diplomatici per convincere Putin a fare un “bagno” di realismo. Il commento di Giovanni Castellaneta, già consigliere diplomatico a Palazzo Chigi e ambasciatore negli Stati Uniti

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