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Può la politica dirsi del tutto avulsa da una visione, da un debito ideologico, da una cultura? Intendo non quel vestitino mainstream, come la pelle di un asino digitale, che tiene dentro il tutto e il suo contrario, una spruzzata di politicamente corretto (quanto basta), una genuflessione ai principi costituzionali (e che ci costa?), lasciando, però, che si coltivi, al caldo delle pieghe più riposte, il pregiudizio che cova nel cervello rettiliano, adibito dalla natura alla cura dei basic instinct.

Intendo per “cultura” un insieme di credenze, di convincimenti, di letture, dovute all’adesione ad un’idea, mettiamola così, di mondo. Alla domanda rispondo no, che non si può prescindere da tutto questo. Che politica sarebbe?

Accade allora che, persino in una stagione sgangherata come quella che stiamo vivendo, in cui agitare il tema della cultura politica può mettere a rischio seriamente la reputazione dell’agitante, nel Paese continui a circolare qualcosa di paragonabile a schegge ideologiche riposte, appunto, nella mente ancestrale di qualche personaggio con responsabilità pubbliche. È come se, nonostante gli sforzi della nuova destra al governo, qualcosa di remoto abbia smosso le meningi di qualche personaggio, in un contesto di presunto “sdoganamento culturale”, riportando a galla ciò che in un altro momento mai e poi mai sarebbe stato oggetto di outing.

È accaduto, allora, che, nel giro di qualche giorno, prima quel tal De Angelis, capo della comunicazione della Regione Lazio, non abbia resistito a dire la sua idea negazionista sulla matrice fascista della strage di Bologna, e poi il generale Vannacci, assurto ormai agli ardori delle classifiche dei libri col suo memorial grondante di omofobia militante, inciampassero nella sindrome di “tana libera tutti”, dicendo al mondo intero cose coerenti col pensiero rettiliano. E mandando, però, in malora tutta la fatica di Meloni per ritagliarsi un pedigree conservatore europeo.

Cos’è accaduto alla formazione politica inventata dalla premier? La base elettorale è cresciuta, il ceto dirigente no: il cerchio magico, in altre parole quelli che contano, sono gli amici della prim’ora. In mezzo c’è ancora una sovrarappresentazione di quel piccolo mondo antico da cui già Fini prendeva le distanze trent’anni fa e che oggi, probabilmente, trova i suoi più coriacei sostenitori ormai soltanto in uno sparuto segmento generazionale, peraltro piuttosto âgé. Ecco allora che, quando rimbalzano sui media casi come quelli delle ultime settimane, tutta la fatica emancipativa messa in campo dalla premier rischia di andarsene a pallino.

La domanda allora è molto semplice: quale trappola psicologica irretisce chi ha saputo conquistare sul campo l’alloro della leader più pragmatica e flessibile, al punto di impedire un taglio chirurgico con quel segmento oneroso e ormai poco rilevante di elettorato della imbarazzante “nostalgia”? Facciamo ricorso alle scienze della psiche perché le ragioni della politica si fa fatica a trovarle per una leader che cerca interlocuzioni europee coerenti con una visione moderata, come quella del Ppe, ma si trascina in Italia una pesante zavorra che la fa inciampare nelle curve più importanti.

Phisikk du role - Pragmatismo meloniano e pensiero rettiliano

Cos’è accaduto alla formazione politica inventata dalla premier? La base elettorale è cresciuta, il ceto dirigente no: il cerchio magico, in altre parole quelli che contano, sono gli amici della prim’ora. La rubrica di Pino Pisicchio

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