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La settimana scorsa Pechino ha imposto restrizioni sull’esportazione di gallio e germanio, due metalli fondamentali per tutta una serie di tecnologie verdi e digitali. È una risposta alle misure di export control sempre più vaste con cui Stati Uniti e alleati stanno colpendo la Cina nel settore dei semiconduttori avanzati. Il denominatore comune è la presa che i due rivali hanno sui rispettivi campi: se lo Zio Sam ha il controllo di segmenti fondamentali della catena di valore dei microchip, il Dragone ha praticamente un monopolio sull’esportazione di diverse materie prime – come conferma anche l’ultimo rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia sui minerali critici.

L’obiettivo degli Usa, di concerto con il resto dell’Occidente, è preservare la leadership tecnologica e ostacolare lo sviluppo della capacità di calcolo cinese, che è anche un moltiplicatore di forza in campo militare. Da parte sua, Pechino – per cui l’autonomia tecnologica è una meta strategica – ha reagito minacciando i Paesi occidentali di interrompere le forniture necessarie per la transizione ecologica e digitale.

Nonostante i contatti diplomatici in corso, prosegue la tendenza alla securitizzazione delle relazioni, anche commerciali, tra i rivali. È difficile non aspettarsi ulteriori escalation di quella che a tutti gli effetti è una guerra commerciale, giocata sui campi di forza delle due parti. Così Formiche.net ha raggiunto Teo Lombardo, esperto in supply chain e membro della redazione Stem del think tank Liberi Oltre le Illusioni, per mappare il tavolo da gioco e capire le prossime mosse.

UNA QUESTIONE DI LEVERAGE

La prima puntina sul planisfero va su Taiwan, ossia il centro globale della manifattura dei semiconduttori più avanzati e l’oggetto delle mire espansionistiche cinesi. Le ultime generazioni di chip, come ricorda Lombardo, sono tutte in mano al campione locale Tsmc; ma le aziende che li progettano sono perlopiù statunitensi, e la gran parte di questi prodotti va verso Occidente. Tra le restrizioni verso la Cina c’è anche il divieto, che l’Olanda ha appena reso più rigido, di far arrivare i macchinari litografici (gli “stampi” dei chip) più avanzati. Pechino ha dalla sua il controllo di alcuni metalli che servono a costruire i chip, ma qui si ferma la sua presa sulla supply chain.

Più in generale, il Dragone ha in mano un collo di bottiglia cruciale: non tanto l’estrazione quanto la raffinazione delle materie prime, frutto di decenni di outsourcing. È un rischio unilaterale di cui i Paesi occidentali sono a conoscenza (non per altro si parla di de-risking). Si tratta di ridurre la superficie d’attacco su cui Pechino potrebbe esercitare pressione, che nella fattispecie significa riaprire le miniere, ri-imparare come processare i materiali e approvvigionarsi da Paesi che non siano la Cina. E come rimarca l’esperto, ci vogliono anni: ma nel caso di gallio e germanio è potenzialmente molto più semplice per l’Occidente riavviare mining e refining che non per la Cina colmare il divario tecnologico sui chip.

Tuttavia, Pechino dispone di leve estremamente efficaci su altri settori chiave, continua Lombardo, L’esempio per eccellenza è la produzione e lo stoccaggio di energia (dalle rinnovabili alle batterie) e del trasporto sostenibile (auto elettriche). “Lì c’è un leverage cinese praticamente incontrastato nonostante le supply chain globalizzate. Al contrario dei chip, quasi tutti i segmenti sono controllati dalla Cina. Andiamo dai minerali raffinati interamente in loco (terre rare, grafite, litio, nichel, cobalto, manganese, fosforo, silicio) ai prodotti (magneti permanenti, motori elettrici, pannelli solari, pale eoliche). Tutto questo è praticamente monopolio cinese. Se si decide di andare allo scontro aperto, il leverage cinese in questi campi è molto superiore”.

IL GIOCO DEI MATERIALI…

L’ultimo rapporto Iea ha evidenziato l’attenzione della comunità internazionale sul versante dei materiali critici, cosa che ha già sollecitato una serie di investimenti, spiega l’esperto. Inoltre, la produzione di materiali per le transizioni sta riuscendo a seguire la domanda esplosiva. Ma la necessità di queste materie aumenterà considerevolmente da qui al 2050, quando i Paesi occidentali vorrebbero raggiungere emissioni net-zero. Tocca dunque immaginarsi quali supply chain far crescere, e proteggere dal Dragone, per portare a compimento l’opera senza trascurare la dimensione di sicurezza.

Lombardo parte dalle innovazioni in corso nel settore greentech. Ad esempio, il nichel di qualità inferiore (più facilmente ottenibile e utilizzato nel settore dell’acciaio) oggi si può raffinare al punto da renderlo sufficientemente pregiato per farci le batterie. Cosa che rimuove una leva alla Russia, uno dei primi produttori di nichel di prima classe. E da quando è stato illuminato il lato oscuro dell’estrazione di cobalto, confinata al Congo, i ricercatori stanno riuscendo a utilizzarne sempre meno nelle nuove batterie. Cosa che rende il materiale sempre meno critico.

Il rovescio della medaglia è che ci sono nuovi materiali da attenzionare, spiega il ricercatore: manganese e fosforo, utilizzati per migliorare le attuali batterie agli ioni di litio o per produrne a prezzi più bassi. C’è interesse anche per il sodio, elemento estremamente diffuso, alla base di batterie meno adatte alla mobilità (per via delle dimensioni, a parità di stoccaggio di elettroni) ma potenzialmente molto economiche e ideali per lo stoccaggio di energia rinnovabile nelle reti del futuro.

… E DEL CONCENTRAMENTO GEOGRAFICO

Il problema di fosforo e manganese è lo stesso del litio: le riserve sono concentrate in pochi Paesi e il processo di raffinazione si fa quasi esclusivamente in Cina. Che da parte sua non è intenzionata a farsi sfilare il primato: da qui l’attivismo in Africa e Sudamerica per assicurarsi il controllo delle operazioni di estrazione e una posizione di forza rispetto a chi, come i Paesi occidentali, intendesse fargli concorrenza.

Esiste anche un fronte interno. Pechino non si fa scrupoli a sovvertire le logiche di mercato per fare i propri interessi, come emerge dal caso Northvolt – il campione svedese di batterie, che negli ultimi anni ha visto diminuire fino all’esaurimento le forniture cinesi di grafite senza alcuna ragione apparente, mentre le concorrenti cinesi in Europa (come gli impianti in Ungheria e Polonia) ne ricevono sempre di più.

In questo ambito, spiega Lombardo, si innesta un’opportunità dorata: offrire ai Paesi ricchi di materie condizioni migliori e meno predatorie rispetto agli investitori cinesi, e soprattutto aiutarli a sviluppare la capacità di raffinazione in loco. Cosa che conviene a loro, perché si guadagna di più a esportare materie raffinate, e ai Paesi occidentali, che potranno disporre di altri fornitori e contare su catene di approvvigionamento diversificate; ma non alla Cina, che anzi lavora per mantenere la raffinazione in casa propria o controllare quella dei paesi ricchi di risorse.

COME CI SI ARRIVA?

Naturalmente, è molto più facile a dirsi che a farsi. Ue e Usa stanno espandendo i rispettivi programmi (Global Gateway e Build Back Better World) per rivaleggiare con gli investimenti cinesi nel mondo. Ma i soldi non bastano: è necessario mobilitare anche il settore privato, cosa che passa sia dall’aumentare la sicurezza degli investimenti, sia dal ricostruire il serbatoio di competenze ed esperti nei campi di mining e refining che servono per affiancare i Paesi ricchi di materie nello sviluppare un proprio comparto di raffinazione.

Lo stesso discorso vale anche per il fronte interno: come va ripetendo il ministro delle Imprese Adolfo Urso, in linea con i funzionari europei, servirà riaprire le miniere anche da noi per questo immenso sforzo di diversificazione. “È una partita in cui ci si deve sporcare le mani: non solo l’estrazione, ma la raffinazione è molto intensiva ed emissiva”, evidenzia Lombardo, ricordando però che gli stessi processi in Cina, visti gli standard ambientali più annacquati, producono molte più emissioni ed inquinanti rispetto alle operazioni up to standard. Si parte da favorire un’adeguata accettazione sociale e ottimizzare questi standard ambientali per garantire che la riapertura di miniere e centri di raffinazione possano convivere con una popolazione ormai abituata ad esportare le emissioni.

Rimane un’ultima difficoltà per le imprese occidentali che vorranno partire alla conquista del settore in mano alla Cina: il fatto che combattono, appunto, un monopolio. Anche volendo tralasciare i costi di ingresso (molto ingenti) e l’aumento dei costi legati al rispetto di più alti standard ambientali, le aziende cinesi potrebbero mandare i nuovi rivali fuori mercato semplicemente abbassando i prezzi – cosa che possono fare grazie alla supply chain solidissima su cui si appoggiano. È un rischio di lungo termine, visto che ci vorranno anni per ripartire, dunque serve un supporto finanziario di lungo termine, che passa da investimenti e supporto sia da parte pubblica, che da parte privata.

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