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Nella fiera permanente dei talk show che impazzano da troppe televisioni italiane ed in seno al diffuso e ingombrante cicaleccio di cui si nutre il confronto politico, c’è una sorta di “milite ignoto”, di cui quasi nessuno parla e di cui ben pochi sanno: la questione del lavoro e di come sta cambiando, nel quadro di un assordante silenzio, la visione, il ruolo e il rapporto delle persone con il lavoro. Ciò che colpisce ancora di più è che anche da parte dei sindacati, che pur dovrebbero essere sindacati dei lavoratori, ci siano silenzi e ritardi enormi rispetto ai grandi cambiamenti in corso nel “lavoro”.

Non è solo l’affermazione sempre più diffusa, sviluppatasi ancor più dopo la pandemia, dello smart working e di varie altre forme di lavoro libero. Né solo si tratta del profondo mutamento del rapporto tra “lavoro” e “territorio”, viste le opportunità che derivano dal lavoro a distanza anche in termini di ricollocazione delle persone fuori dagli uffici nel territorio. Nemmeno è solo la questione della cosiddetta “great resignation”, cioè delle molte persone che, (prima negli Stati Uniti, ma poi anche in Europa e in Italia), tendono ad abbandonare i lavori tradizionali in cui erano impegnate. Siamo al definitivo inoltro in soffitta del modello fordista, mentre i sindacati sembrano operare come se le fabbriche si basassero ancora sul modello fordista. Sta cambiando il rapporto dei lavoratori con il valore stesso dell’occupazione, con la sostanziale fine delle carriere svolte all’interno della stessa azienda, preferendovi percorsi orientati ad una maggiore flessibilità. Tutto questo sta portando, come ben evidenzia in un suo bel libro appena pubblicato Francesco Delzio (“L’era del lavoro libero” Rubbettino, 2023), alla constatazione che siamo di fronte ad una “progressiva liberazione del lavoro da gran parte dei vincoli, delle barriere, dei pesi economici e sociali” che lo hanno caratterizzato a partire dalla seconda rivoluzione industriale.

A fronte di cambiamenti epocali di questo genere l’unico tema a cui si fa sostanzialmente cenno nel cicaleccio politico e sindacale è quello dei bassi salari e delle modeste retribuzioni in genere. Un tema che è agitato come bandiera da alcuni e giustamente evidenziato da altri, anche alla luce dell’andamento delle retribuzioni negli ultimi vent’anni, ma che si continua a rinviare e per il quale c’è una sorta di stallo e non si trovano soluzioni. Non meno grave è il ritardo su una altra questione che pesa sul mondo del lavoro italiano: quella delle politiche attive del lavoro. Proprio alla sostanziale assenza o grave carenza di politiche attive su deve, fra l’altro, la grave discrasia in atto tra domanda e offerta di lavoro, con centinaia di migliaia di posti di lavoro sia in vari settori manifatturieri, sia nel settore dei servizi e del turismo, che nel settore agricolo, che non vengono coperti.

I governi Conte si sono rivelati un vero e proprio disastro anche a questo fine perché l’assenza di politiche attive è stata la grande buca in un quadro in cui è caduto, fra l’altro, proprio quel Reddito di cittadinanza che dei governi Conte è stata una bandiera. Con il governo Draghi il ministro Orlando sembrava avere timore a pronunciare il termine “politiche attive del lavoro”, anche perché così avrebbe anche percorso ail rischio a dover contribuire a valorizzare il ruolo delle agenzie private del lavoro. Ciò che è per forza necessario, anche alla luce della rachitica e totalmente inefficiente condizione dei centri pubblici per l’impiego. Sembra ora la nuova ministra del lavoro Calderone, che per tanti anni è stata presidente dei consulenti del lavoro e che può vantare qualche competenza in materia, spezzi una lancia sul tema delle politiche attive del lavoro e per la valorizzazione del ruolo delle agenzie private del lavoro, che sono poi le uniche che conoscono le specifiche condizioni del mercato nei luoghi di riferimento…

Ma se è vero che, come sottolinea nel libro sopra citato Francesco Delzio, “stiamo entrando nell’era del lavoro libero, fatto più di scelte individuali e di connessioni, che di luoghi di lavoro fisico esclusivo” c’è il rischio che fenomeni come quello della scarsità dei salari o della necessità di una appropriata politica attiva del lavoro, vengano affrontati, dopo che molti buoi sono già felicemente fuggiti dal recinto… Il lavoro non è più quello con un datore di lavoro per tutta la vita, ma è fluido e flessibile come le nostre esistenze. Non è più in contrapposizione con la gestione del tempo libero, perché è cambiato anche in questo scenario il ruolo del fattore tempo nel lavoro. Forse in questa dimensione è necessario che maturino nuove forme di sinergia tra datori di lavoro, collaboratori, affinché si superi la contrapposizione tra profitto e salario, facendo assomigliare di più il ruolo del dipendente a quello di un lavoratore autonomo, in cui si possono gestire i tempi e i metodi del lavoro.

C’è pertanto la possibilità che mentre la classe politica non sa niente di quanto di nuovo si sta muovendo nel mondo del lavoro e nel rapporto tra persone e lavoro, e nel frattempo i sindacati per molti versi si sono attestati nelle regole del sindacalismo di quando erano in voga visioni del modello fordista (o in alcuni casi prefordista), stia maturando un nuovo cammino verso la “felicità nel lavoro”, per vari aspetti sulla spinta di molti giovani che cercano un diverso equilibrio tra: lavoro e tempo libero, lavoro e luogo di lavoro, lavoro e territorio; sviluppando finalmente nuove forme di “lavoro libero”.

Siamo davvero pronti all'era del lavoro libero?

Il lavoro non è più quello con un datore per tutta la vita, ma è fluido e flessibile come le nostre esistenze. Non è più in contrapposizione con la gestione del tempo libero, perché è cambiato anche in questo scenario il ruolo del fattore tempo. Luigi Tivelli riflette sul tema attraverso la lettura del volume di Francesco Delzio “L’era del lavoro libero”, Rubbettino

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